Da tempo avevo accumulato sullo scaffale una pila di libri a me particolarmente cari, con l’intenzione prima o poi di segnalarli all’interno di Indika. Finalmente sono riuscito a trovare il tempo per farlo, pertanto vi propongo una carrellata di riferimenti bibliografici mirati, che spaziano dal Subcontinente indiano al Medio Oriente. Non riesco a scrivere la ‘mia’ recensione, tuttavia riprendo la presentazione direttamente dalla quarta di copertina. Tutti i libri proposti sono a mio parere di grande interesse e ne consiglio vivamente la lettura.

Gli strangolatori di Kali. Il culto thag tra immaginario e realtà storica

Di Monica Guidolin

Aurelia Edizioni 

India, Raj Britannico: mentre il laccio di Sua Maestà si stringe sulle ricchezze del Paese, imponendo a milioni di individui il giogo coloniale, nel fitto delle giungle si Gli strangolatori di Kalidiffonde il movimento della thagi. Un fenomeno occulto e violento, in cui è forte l’influenza rituale tantrica, legato in modo indissolubile alla devozione per la dea Kali. Tra i thag militano hindu di bassa jati e musulmani, animati da irriducibile fanatismo religioso che li spinge a scegliere le loro vittime all’interno di complesse liste, per poi rapirle e derubarle, prima di immolarle “sull’altare del sacrificio”, con un laccio di tessuto stretto al collo, fino all’ultimo respiro. Le gesta atroci degli strangolatori di Kali in breve alimentano miti, creano leggende, riecheggiano in tutta l’India, fino a scuotere la fragile morale dei conquistatori inglesi, pronti a schiacciare l’ennesima barbarie, dando il via ad uno sterminio sistematico.

In questo contesto si inserisce la ricerca di Monica Guidolin, che con rigore scientifico ha saputo allentare le spire della letteratura ottocentesca, svelando l’importanza sociale della thagi, e ridando al movimento la giusta valenza storica. Pagina dopo pagina vengono delineati i tratti salienti di una ritualità antica, lontana dai modelli occidentali e per questo temuta, osteggiata, combattuta in un insanabile scontro tra culture, allora come oggi di grande attualità.

Di Stefano Beggiora. Nel lavoro che andiamo a presentare, denso di contenuti e originale nella sua prospettiva, l’autrice – Monica Guidolin – ci conduce alla riscoperta del culto misterioso dei thag, la famigerata setta indiana degli adoratori di Kali. Se da un lato osserveremo che il tema sia notorio, tanto che certamente in ognuno di noi il solo nome dei thug smuove più d’un ricordo, di un’immagine nella memoria, evocati da una certa letteratura e cinematografia, ebbene è altrettanto vero che secondo una prospettiva scientifica, o meglio storico/storiografica, le conoscenze sul tema raramente procedono oltre lo stereotipato cliché. Il problema centrale della questione, che l’autrice argutamente sottolinea fin dal titolo e che sostanzialmente si applica allo studio della storia e della cultura indiana nel suo insieme, consta del doveroso sforzo di scrollarsi di dosso ‘l’immaginario’ appunto, per giungere a una visione della ‘realtà’ più equilibrato e preciso possibile. Chiaramente già nel titolo dell’opera è evidente come la Guidolin usi quell’aura leggendaria, misteriosa e misterica del culto degli strangolatori di Kali come paradigma di un immaginario distorto, sovente creato ad hoc da una storiografia occidentale di maniera, dall’insieme dei cosiddetti Colonial Studies, che spesso poco coincideva con la reale natura degli eventi e dei fenomeni. Ci sono due momenti chiave nella storia del colonialismo inglese in India che costituiscono per gli occidentali una sorta di brusco risveglio, una presa di coscienza di un universo che evidentemente andava oltre le prospettive del tempo. Quando l’Orientalismo di matrice cristiana ancora si sforzava di considerare le popolazioni indigene del mondo in relazione alla sua storia sacra, misurandone l’antichità e decifrando la provenienza delle rispettive scienze, ecco che l’etnologia britannica, l’antropologia d’epoca vittoriana, si cimentava  nella classificazione della varietà umana compatibile con l’idea maestra dell’opposizione tra il selvaggio dalla pelle scura e l’europeo civilizzato dalla pelle chiara. L’India in tale senso aveva già dato una sorta di schiaffo morale a tale visione Eurocentrica, presentando già agli occhi dei primi viaggiatori occidentali lo spettacolo complesso e articolato di una cultura proteiforme, di un sovrapporsi di tradizioni antiche sulla matrice di una terra che a quel tempo aveva già visto l’alba e il tramonto di antichi imperi e il cui grado di civiltà era ormai al di sopra di ogni legittimo sospetto. Non va dimenticato inoltre che prima che l’Occidente riuscisse a imporsi sull’India con le politiche coloniali e in virtù di una tecnologia superiore di tipo bellico, dai tempi della scoperta del Nuovo Mondo non vi era nulla che prodotto in Europa potesse avere un mercato in Oriente. Negli equilibri della globalizzazione di allora – mi sia concesso il termine – le ricchezze depredate dalle Americhe, confluite nelle casse delle potenze coloniali, finivano a finanziare attività commerciali e flussi di merci preziose che proprio dall’Oriente e dall’India giungevano al Vecchio Continente. Così come era già successo in tempi antichi, quando simili commerci fiorivano col mondo greco o coi Romani e l’India diventava terra leggendaria di prodigi e meraviglie – come nota l’autrice nel primo capitolo – ecco che anche l’Inghilterra fu a sua volta conquistata da un primo periodo di ‘indomania’. Si trattò dunque di un interesse crescente per la cultura del paese, un sentimento frammisto d’entusiasmo e rispetto per le tradizioni delle sue genti e per il mistero stesso delle molteplici caste che se ne facevano custodi. Ma gli interessi di quello che sarà il Raj inglese in India, che cavalcheranno l’onda dell’Utilitarismo britannico e dell’Evangelismo, porranno presto fine a tale tendenza, positiva a tratti edulcorata del subcontinente, trasformandolo in mera terra di conquista. Ci sarà un evento particolare che funge da spartiacque nella storia coloniale indiana – a dir la verità forse solo appena accennato nel libro – che catalizzerà invece il sentimento opposto, ovvero il timore, la paura dell’India e degli indiani: il Mutiny, la rivolta del 1857. In quella che è considerata (dagli indiani, beninteso) la prima guerra d’indipendenza dell’India, il brusco risveglio degli inglesi consisterà nella presa di coscienza che i popoli del subcontinente possedessero la forza potenziale e la determinazione di scrollarsi di dosso il giogo coloniale e di pretendere giusta vendetta, anche con ferocia, a ogni torto o ingiustizia subita. Una volta ristabilita quantomeno una parvenza d’ordine, una volta metabolizzato lo shock attraverso una spietata ritorsione, emerse evidentemente chiara la consapevolezza di aver fatto male i conti. Nell’assunzione del fatto oggettivo di non essere stati in grado di tenere le redini di un territorio così vasto e complesso sotto il profilo politico, ecco che gradualmente gli inglesi vareranno una serie di leggi e riforme restrittive, atte soprattutto al controllo di quei soggetti sociali e di quegli ambienti che avrebbero potuto costituire un margine di pericolo o anche solo fossero stati al di fuori dello stretto controllo coloniale. Si arriverà dunque a calibrare normative di vario tipo sulla precedente opera di catalogazione e razionalizzazione della popolazione indiana che porteranno ad aberrazioni assolute come quella del Criminal Tribes Act attorno al 1870. Basse caste, tribù, nomadi, bardi, zingari, mercenari e soldati di ventura, saranno presi nel mucchio, facendo di tutta l’erba un fascio come si suole dire, e marchiati alla stregua di sorvegliati speciali dalle autorità. In questo contesto preciso si colloca il fenomeno della thagi, la pratica del culto segreto dei thag che più che esser perseguitato per i probabili crimini compiuti, fu posto sotto inchiesta per le sue valenze sociali e il tipo di relazione, occulta agli occhi degli inglesi, instaurata con le autorità locali. L’autrice mette dunque in luce l’assurdità di arrivare a ipotizzare l’esistenza di una sorta di inclinazione genetica al crimine e di quanto anacronistico e goffo potesse essere il tentativo di circoscrivere il fenomeno thag, accorpandolo sotto il minimo comune denominatore di categorie che fra loro presentavano scarsa continuità politica, sociale, religiosa e, non ultima per importanza, castale. È chiaramente cavalcato da paura e disorientamento assoluto il processo che porta alla promulgazione delle suddetta legge sulle caste e tribù criminali; questa “… equivale a un verdetto di colpevolezza collettiva senza processo e permette alle autorità locali di sottomettere il gruppo incriminato a un regime di sorveglianza più o meno stretto e di applicare un regime penale più o meno severo a seconda del grado di colpevolezza. Tale legge […] crea una categoria la cui definizione è esclusivamente penale, e che così individualizzata e stigmatizzata, si trova rigettata dall’intera società” (vedi pagina 183). O forse un cosiddetto tentativo di rimozione del senso di colpa: “…i dacoit del Bengala furono considerati non tanto come un fenomeno accentuato dalle trasformazioni socio-economiche della East India Company, quanto piuttosto come coloro che avevano una professione di tipo ereditario e una predisposizione genetica” (vedi pagina 175) . E ancora cito pescando a piene mani dai numerosi spunti portati dall’autrice: “Il Criminal Tribes and Castes Act del 1872 aveva il compito di individuare senza possibilità alcuna di appello un numero di comunità […] e di classificarle come criminali dalla nascita (criminal by birth) dunque soggette alla sorveglianza, al controllo e a una riabilitazione forzata. […] egli (Sleeman, colui che è considerato l’autore della soppressione della setta thag) fece della storia thuggee una ‘narrazione morale’ che si sposò bene con la visione orientalistica dell’India” (vedi pagina 175-176). Il nocciolo della questione che si evince in maniera chiara nel libro che presentiamo è come ancora una volta la questione thag, che pur aveva plausibilmente origini più antiche, sia diventata un esempio perfetto di resistenza all’istituzione coloniale, una resistenza dalle caratteristiche sfuggenti – e quindi ancor più pericolosa. Le sue peculiari caratteristiche intercastali e il carattere segreto di un rito che comunque affondava le radici in un background religioso e cultuale articolato, non sarà mai pienamente compreso dai colonizzatori europei, né totalmente assimilato – tanto prima, quanto dopo gli eventi suddetti del Mutiny. La parabola documentata dei thug giungerà al culmine della sua presunta eradicazione attraverso una capillare attività d’inquisizione, delazione e sterminio di massa di potenziali gruppi di criminali. Tale cammino è usato da Monica Guidolin come la chiave di volta per entrare, facendovi luce, in un periodo storico controverso in cui vi è ancora molto da investigare. Come spiega l’autrice, se quanto finora esposto costituisce il presupposto alla storiografia dell’epoca, ebbene le prime fonti che abbiamo oggi fra le mani non possono fare altro che restituirci un quadro distorto degli eventi di allora. A questo proposito è interessante un’osservazione su di un testo dal tema analogo recensito da Torri sulle pagine di Indika in questi giorni. Davide Torri scrive, facendo un brillante parallelo con l’opera di Ginzburg [permettetemi di correggerlo è “Storia notturna. Una decifrazione del sabba” e non Notturno (!); forse anche si riferiva all’inchiesta de ‘I benandanti’]: “E’ senz’altro vero che, per chi sa ben ascoltare, la voce degli incriminati è in grado di farsi udire anche attraverso le pagine scritte dai persecutori: frammenti ed echi delle loro voci giungono a noi, ad esempio, attraverso, e nonostante, le pagine costruite appositamente per demonizzarli da Sir William Henry Sleeman”. È assolutamente vero, come questi frammenti raccolti e ordinati con scrupolo e puntiglio tipicamente anglosassone, ci restituiscano il respiro di un’epoca che allo studioso e all’osservatore attento forniscono molte più indicazioni del mero senso delle singole parole annotate sulla carta di un verbale d’inchiesta. Ma nello sforzo di obiettività dello storico che lo spingerebbe ad individuare delle fonti coeve locali, un punto di vista indiano, se non proprio una ‘prospettiva thag’ sulle vicende dell’epoca, ecco che l’autrice compie un doveroso salto di qualità. Inizia dunque una sorta di viaggio, simmetrico all’indagine storica nella struttura del libro, attraverso il culto della Dea, la grande Dea dell’induismo, in tutte le sue forme e espressioni del culto, che si esprimono nell’ambito dello shaktismo e del tantrismo. Più che di specifiche correnti o filoni religiosi distinti, si tratta di una prospettiva, o meglio un colore che ha tinto, caratterizzato col suo dinamismo, la religiosità del mondo indiano nei secoli. È qui che la Guidolin ha cercato di recuperare ogni possibile frammento che possa in qualche modo spiegare il culto dei thag o interpretare secondo tradizione le pratiche e le simbologie settarie. I metodi applicativi dello studio antropologico sono in questo contesto affiancati dalle competenze linguistiche dell’autrice che qui propone alcune traduzioni da testi sacri di importanza rilevante nella letteratura indiana e che propongono un’analisi di una certa varietà di temi: dal sacrificio umano, alle forme e funzioni della Dea, dal simbolismo degli yantra a quello dei paraphernalia dell’adepto thug, ovvero: rumal e kodalee, il laccio e la piccozza. Interessantissimo a mio personale avviso il mito della Dea, terribile, irata, sul campo di battaglia che mette in fuga i demoni facendone letteralmente a pezzi le schiere, un topos che si ritrova in tutta l’India da nord a sud, dalla letteratura all’iconografia. Nella forma di Durga a cavallo di una tigre, Ella mette in fuga l’esercito degli Asura; come Camunda porta le teste dei demoni mozzate; come Kali danza sul campo di battaglia sopra il corpo di Shiva cadavere. Qui si sovrappongono gli strati dell’interpretazione popolare, delle tradizioni locali, della rivisitazione del mito attraverso le tradizioni regionali in cui si vuole, in un dato momento storico nel nostro case study, che i thug stessi siano emanazione della Dea, e che la aiutino e supportino, strangolando i demoni coi loro lacci e seppellendone le putrescenti carcasse con le piccozze. Ecco dunque la perfezione, la sacralizzazione del gesto dei thug, che se non riattualizza il sacrificio primordiale, rientra comunque in un contesto compreso dal ‘dharma’ nel suo sforzo di ristabilizzazione dell’equilibrio cosmico. Nonostante i temi toccati siano molti e di una certa profondità, nonostante l’impostazione sia quantomeno di una certa onestà e rigore intellettuale, dato lo sforzo di analisi delle fonti storiche in chiave comparativa, non definirei però il testo in esame come un lavoro troppo sofisticato, né strettamente specialistico, anzi. Come un viaggio, termine usato poc’anzi, veramente il libro sembra accompagnare per mano anche il lettore ‘non addetto ai lavori’ attraverso questi temi, sullo sfondo esotico e affascinante dell’India di ieri e di oggi. È un libro per tutti, direi, stilisticamente scorrevole, di facile lettura e – proprio tale e quale un viaggio –  dopo aver concluso la lettura dell’ultima pagina, già se ne avverte in qualche modo la nostalgia. Il lavoro è introdotto dal prof. Antonio Rigopoulos, amico e collega, docente di sanscrito all’Università di Venezia, che a suo tempo seguì Monica Guidolin negli anni dello studentato. Preciso e puntuale nel presentare l’opera e l’iter dell’autrice, ha il merito di regalarci una selezione di citazioni che ci restituiscono in pieno l’atmosfera salgariana e il ritratto dei thug nei romanzi d’avventura. Con fascino e con una certa ironia – che non guasta mai! – Rigopoulos confessa come molti indologi nel nostro paese abbiano avuto in comune la giovanile passione per le letture di Salgari. Del resto, questo autore, pur senza in realtà aver mai avuto modo di viaggiare e dipingendo scenari talvolta superficiali o stereotipati, è riuscito comunque a infondere in più d’una generazione di lettori il fascino avventuroso, irresistibile ed esotico dell’India. Chi a questo si sia arreso, in India di certo ha trovato molto di più. Infine come chiosa tecnica, notiamo che il testo sia corredato da numerose illustrazioni in b/n a stampa diretta su carta. Si tratta di immagini classiche delle divinità, mappe d’epoca, miniature, immagini dell’iconografia contemporanea della Dea, ritratti e acquerelli che rappresentano personaggi del tempo o lo strangolamento di qualche incauto viaggiatore. A questo proposito: abbiamo veramente discusso di molti degli aspetti del libro, dal contesto storico all’apparato critico, ma non abbiamo approfondito nulla della vera identità dei thag. Ovvero, chi erano veramente? Da dove venivano? Qual era la reale natura dei sacrifici alla Madre Kali? E in quali proporzioni avvenivano? Secondo quali modalità? Per avere tutte le risposte non resta che leggere il libro…

Monica Guidolin si occupa di subcontinente indiano dal 1998. Dopo la laurea magistrale in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università degli studi Ca’ Foscari di Venezia, e la successiva laurea specialistica in Scienze Sociali sull’Asia Meridionale e Orientale presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, attualmente svolge attività di ricerca e sta completando un Dottorato in Antropologia Sociale ed Etnologia.Vive tra la capitale francese e l’Italia.
Curatrice di www.indika.it sito internet di informazione e approfondimento sull’Asia e sull’India, dal 2008 è impegnata in ricerche nello Stato del Madhya Pradesh.

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