Alla metropoli di Kathmandu è dedicata una ben singolare opera letteraria, in lingua italiana, di Martino Nicoletti, kathmandu-cover-lowantropologo, fotografo e viaggiatore che, da quasi venti anni, si aggira per i più remoti angoli dell’Asia risiedendo lungamente in Nepal.

Il volume – pubblicato a Bangkok e distribuito, in questi giorni, anche in Italia – appare sotto la duplice forma di una preziosa opera in tiratura limitata (108 copie numerate) e di una curatissima edizione commerciale pubblicata dalla Number One, casa editrice tailandese specializzata in letteratura asiatica.

Il titolo del lavoro: “Kathmandu, Leçons des ténèbres”, offre esso stesso la misura del taglio dell’opera. Uno sguardo affilato e fuori dal comune che affonda nei recessi più oscuri e nascosti di questa città abissale, insondabile e non facilmente descrivibile. Il tutto trasferito sulle righe con uno stile quasi ermetico, non facilmente definibile, per via della scelta di creare costantemente una sorta di prolungata poesia in forma di prosa.

La scelta dell’autore, è quella di disinnescare sistematicamente la possibilità di ogni morbido indugio esotizzante ed orientaleggiante su Kathmandu, riportando così l’immagine di una città in grado di esprimere l’espressione di uno specifico mood. Un luogo che, trascendendo ogni confine geografico e culturale, diventa esso stesso un luogo dell’anima, capace di introdurci inaspettatamente ad un reale e diretto confronto con noi stessi, con le nostre latenti paure e con i nostri costanti rimossi.

Musa ispiratrice dell’opera è la dea indù Chinnamasta, emanazione della potente e feroce Durga. Chinnamasta, nell’iconografia classica, è rappresentata come una giovane fanciulla, completamente nuda, che impugna nella propria mano destra un coltello scarificatore, mentre, con la sinistra, sostiene la propria stessa testa appena autodecapitata. In obbedienza ad un eloquente simbolismo mistico, questa immagine rappresenta il completo trascendimento delle concezioni illusorie (maya) su cui si fonda l’errata visione della realtà che ci circonda. Quelle stesse che, vita dopo vita, impediscono un confronto diretto con la nostra più autentica e profonda natura, nonché lo spontaneo splendore che da essa costantemente promana.

Ad accompagnare in questa lucida e potente catabasi si trova una selezione di ricercate immagini fotografiche in bianco e nero, dello stesso Nicoletti. Un prezioso viatico in questo, non semplice e non ovvio, percorso letterario capace di offrire uno squarcio su una città alla deriva, consegnata al proprio silenzioso destino. Una Kathmandu, che quasi come la Waste land di Eliot, è stata abbandonata dai suoi antichi dei e dai suoi stessi arcaici miti. Un luogo di profondi interrogativi e di insondabili significati. Quelli che solo una conoscenza diretta, approfondita e viscerale di questo luogo hanno modo di riportare alla luce. Conoscenza che ha consentito di creare un’opera che, nel suo carattere elitario e sibillino, sembra serbare le tracce di un antico eloquio oracolare. Nel tempo e fuori da esso, dunque.

Visionario, forse, anche.

…Cose che c’erano e altre che avrebbero dovuto esserci. Questa città, la Kathmandu di polvere, fango e legno, issato e poi portato via, matura al tramonto. Persone evaporano di nuovo in respiri e l’intera piatta valle torna ad adagiarsi sulle sue colonne di vertebre… 141

…Da queste parti c’è stata un’epoca coloniale senza che ci fossero colonizzatori. Ci sono palazzi vittoriani dove non abita quasi più nessuno. Costruiti e poi, subito dopo, presi e immersi a fondo nella calce viva e bianca. Quando ne sono riemersi i palazzi erano appena il calco in gesso scenografico di possibili case. Viste una volta in posti lontani, poi ricordate, poi dimenticate e poi dissepolte dalla memoria quando si decise alla fine di farne di nuove. Come gli edifici della città dei morti dove bastano le superfici e le finestre ritagliate per dire di esserci, mentre i rumori e i vuoti di dentro dimorano del tutto superflui…

…Mentre rientriamo a piedi in città, poco vicino alla ring road, vediamo un uomo steso a terra. Affiora appena tra i cespugli, i sassi e il traliccio dell’elettricità che sale. Sta su un fianco, con gli occhi aperti. Lo sguardo, presagendo per primo, ha domandato educatamente congedo. È andato alla stazione nord, ha acquistato un biglietto e ora viaggia sui sedili posteriori della corriera diretta a Varanasi. Guarda fuori dal finestrino. Sporge un braccio e lascia sventolare un foulard rosso. Poi conta le case e le persone fuori delle case. Cerca di non pensare…

link
http://kathmandu-lecons-tenebres-book.blogspot.com/
http://martinonicoletti.blogspot.com/

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