Cari lettori, è in edicola l’opera  ‘La Spartizione. 1947: alle origini di India e Pakistan’ di Ian Talbot e Gurharpal Singh, edita da Il Mulino (26 €). Si tratta di una pregievole ricostruzione dei fatti che hanno portato al più grande esodo migratorio della storia moderna. Talbot, docente di storia all’Università di Southampton, e Singh, insegnante di relazioni inter-religiose nel Dipartimento di teologia e religione dell’Università di Birmingham, propongono una visione critica libera da condizionamenti o da pregiudizi, analizzando con lucidità la ‘storiografia della partizione’, e focalizzandosi sulla natura delle violenze che sconvolsero per 42 mesi il Subcontinente.

Prendiamo spunto dalla pubblicazione de Il Mulino, per presentare l’opera e proporre alcuni spunti su questo tema estremamente complesso, spesso controverso, ma ancora attuale tanto in ambito accademico quanto, seppur indirettamente, nel confronto politico tra India e Pakistan.

Le spartizioni hanno sempre interessato governi imperiali oppure organizzazioni esterne come le Nazioni Unite, provocando radicali modificazioni e trasformazioni dei confini e non il loro aggiustamento.
La Partizione dell’India britannica dell’agosto 1947 ha dato vita all’India e al Pakistan, quest’ultimo originariamente diviso in due parti, una delle quali è poi divenuta l’attuale Bangladesh. Si è trattato di un evento storico eccezionale, conseguenza dell’imbarazzo dei coloni di fronte al dilagante problema costituito dal conflitto religioso e dai contrasti etnici e comunitari, alimentati in parte proprio dal perdurante dominio inglese nel Subcontinente.
Malgrado l’eroica e straordinaria rivoluzione nonviolenta promossa da Gandhi, passata alla storia come satyagraha (let. ‘colui che afferra alla verità’), la divisione dell’Impero tra India e Pakistan coincise con l’aumento della violenza che stava da tempo logorando il Nord dell’India, in particolare il Punjab e le pianure del Bengala, estendendosi in modo sistematico su tutto il territorio fino ad assumere il carattere di genocidio (si veda a di seguito l’approfondimento ‘carattere degli scontri’). A dare il via agli scontri (durati ininterrottamente per 42 mesi, fino al 1950) fu il Grande Massacro di Calcutta dell’agosto 1946, orchestrato da influenti mandanti sulla base di necessità politiche volte a dimostrare l’incompatibilità tra comunità hindu e musulmana. Le violenze di Calcutta sono ricordate dagli storici anche come momento di svolta cruciale nel carattere del conflitto: a partire dal 1946 i ‘disordini comunitari’ che in precedenza coinvolgevano prevalentemente uomini, si trasformarono in ‘pulizia etnica’ estesa anche a donne e bambini. In questo clima di violenza estrema nell’agosto 1947 ebbe inizio la più imponente migrazione forzata della storia del Novecento (continuata senza sosta fino al 1955), che coinvolse almeno 15 milioni di persone e fu basata su linee di demarcazione religiosa. Lungo le rotte migratorie, carovane sempre più lunghe di disperati si incrociarono fuggendo verso la nuova patria, l’India per gli hindu e i sikh, il Pakistan per i Musulmani. Durante queste fughe da villaggi e città martoriati, i profughi continuarono ad essere bersaglio di violenze inaudite da parte delle comunità rivali. I numeri delle vittime sono ancora oggetto di dibattito, ma si stima oscillino tra i 200 mila e addirittura 2 milioni. Le difficoltà del conteggio derivano dalle alluvioni monsoniche che spostarono i corpi, dallo smaltimento in massa dei cadaveri e dal collasso amministrativo dell’epoca. Centinaia di famiglie vennero divise, migliaia di donne stuprate brutalmente o costrette al suicidio (o ammazzate dai mariti stessi) pur di non finire nelle mani degli aggressori, mentre 100 mila almeno furono rapite da una parte all’altra della frontiera e costrette a vivere come mogli prigioniere o schiave all’interno delle case degli aguzzini (si veda più avanti il capitolo ‘donne’).
L’onda d’urto di quei massacri e dell’odio razziale fiorito in prossimità della Partizione si è protratta fino ai nostri giorni, al pari della contesa territoriale sul Kashmir, che ha già portato l’India e il Pakistan a confrontarsi militarmente, facendo ancora temere l’evenienza dell’escalation nucleare in caso di un nuovo conflitto. Ad aggravare la situazione fu anche la contesa sulle acque abbondanti in Kashmir, che si protrasse fino al 1960, quando, in un clima di forte incompatibilità tra Rawalpindi (all’epoca capitale) e New Delhi, fu siglato il Indus Waters Treaty, accordo sulla gestione delle acque che avrebbe dovuto calmare la disputa tra i due stati (si veda focus di seguito ‘fiumi India Pakistan’). Malgrado la firma del trattato, la guerra dell’acqua tra India e Pakistan si è protratta senza soluzione fino ai nostri giorni, e dall’inizio del nuovo millennio si è inasprita a causa dell’aumento demografico dei due contendenti, della riduzione dei ghiacciai quindi delle disponibilità, e non da ultimo come conseguenza del crescente fabbisogno energetico di entrambi, cui ha fatto seguito l’edificazione di decine di dighe soprattutto da parte dell’India, in violazione (sostiene il Pakistan) del Indus Waters Treaty.
Oggi, 66 anni più tardi, le grandi città dell’India settentrionale e del Pakistan conservano ancora quartieri ben delimitati, popolati dalle nuove generazioni dei profughi sopravvissuti alle migrazione seguite al 1947. Secondo gli autori, la violenza fuori controllo all’epoca degli esodi migratori fu più cruenta e qualitativamente diversa da quella dilagata durante i tumulti comunitari precedenti, in quanto legata agli sviluppi politici. La violenza divenne una risorsa politica, che spesso vide l’impiego di gruppi di assassini professionisti o la creazione di milizie ‘civili’ armate e addestrate direttamente sulle strade cittadine, spesso in prossimità dei quartieri popolati dall’etnia rivale. Un esempio è quello del RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh, il braccio armato della destra ultra-nazionalista hindu), che nel solo Punjab contò fino a 58.000 militanti volontari. Gruppi come lo RSS, le jatha (gruppo armato) sikh e i lashkar (organizzazione, nel caso armata) musulmani furono impiegati in modo sistematico come veri e propri eserciti, e sulla base di recenti studi (citati nel volume) sul conflitto etnico in Asia Meridionale, risulta evidente come le violenze esplose durante la Partizione non furono eventi “irrazionali” o “spontanei”, bensì pianificati e orchestrati sulla base delle esigenze del momento. Talbot e Singh propongono un’interpretazione più estesa delle cause che portarono alla grande divisione del Subcontinente, rompendo almeno in parte con l’abitudine di responsabilizzare esclusivamente il governo imperiale dimissionario. Secondo gli autori, fu enorme e cruciale il coinvolgimento di alti dirigenti del Congresso e della Lega Musulmana, a livello sia nazionale sia regionale, in particolare in Punjab e Bengala. Tema ampiamente trattato nel capitolo “La storiografia della spartizione”.
La complessa storia della Partizione dell’India e del Pakistan è a nostro parere molto più vicina all’Occidente di quanto si possa immaginare. Nel volume edito da Il Mulino sono molti i riferimenti alla Seconda guerra mondiale, che influì non poco nelle decisioni prese dai dominatori inglesi in merito alla necessità di dividere l’impero. Si tratta poi di un capitolo cruciale e drammatico della storia del nostro tempo, ma spesso ignorata dai programmi didattici delle nostre istituzioni scolastiche. L’opera presentata oggi è quindi un importante strumento di conoscenza, scritto in modo chiaro e competente, libero dai vizi e dagli sbilanciamenti che hanno caratterizzato altre pubblicazioni in materia. Non spetta a noi dire se Talbot e Singh abbiano finalmente fatto chiarezza sulla Partizione. Probabilmente no, tuttavia ‘La spartizione’ edita da Il Mulino propone una visione ampia e storicamente documentata dei fatti, e per questo vivamente consigliata.

DONNE Pioniere della ‘nuova storia’ della Partizione sono state autrici e attiviste femministe, che hanno opposto le loro interpretazioni alle narrazioni ufficiali, delineando attraverso racconti e testimonianze i lineamenti delle principali vittime di quelle violenze, le donne appunto. “Le donne erano le vittime principali di maschi predatori avversari e dei loro stessi uomini che le uccidevano per salvare l’onore della famiglia e della comunità”, si legge nel volume. Eloquente la citazione di un episodio che riguardò i sikh bhullar (clan molto diffuso in Punjab), i quali “consapevoli che lo scontro era impari, decisero di morire combattendo e uccisero le loro donne per salvarle dal disonore”. In Bihar gruppi di donne rimaste prive di protezione preferirono immolarsi da sole, gettandosi nei pozzi prima di finire nelle mani dei carnefici. Nel villaggio di Thoa Khals in Punjab furono addirittura 105 le donne che si tolsero la vita gettandosi in un pozzo.

CARATTERE DEGLI SCONTRI. Il passaggio nel 1946 da disordini comunitari a pulizia etnica è contraddistinto secondo gli autori da cinque caratteristiche sostanziali:
– il desiderio di liberarsi delle popolazioni di minoranza, uccidendo gli individui, saccheggiando e bruciando le loro case e negozi, in modo da non permettere il ritorno di eventuali sopravvissuti.
– le violenze non erano provocate da attriti di natura religiosa, bensì dalla necessità di contendersi il potere e i confini nell’area.
– la violenza della partizione fu più cruenta e brutale, spesso segnata dalla tortura e dalla mutilazione delle vittime, in particolare del corpo femminile ‘custode’ della vita e dell’onore della comunità avversaria.
– non furono solo gli uomini ad essere uccisi, ma dalle strade le violenze giunsero fino ai giardini e alle stanze delle abitazioni, colpendo implacabilmente donne e bambini.
– la maggior parte degli scontri fu orchestrata con una strategia militare, e messa in atto da gruppi paramilitari addestrati e armati, operanti con il consenso o l’appoggio delle autorità locali e della polizia.

DONNE Pioniere della ‘nuova storia’ della Partizione sono state autrici e attiviste femministe, che hanno opposto le loro interpretazioni alle narrazioni ufficiali, delineando attraverso racconti e testimonianze i lineamenti delle principali vittime di quelle violenze, le donne appunto. “Le donne erano le vittime principali di maschi predatori avversari e dei loro stessi uomini che le uccidevano per salvare l’onore della famiglia e della comunità”, si legge nel volume. Eloquente la citazione di un episodio che riguardò i sikh bhullar (clan molto diffuso in Punjab), i quali “consapevoli che lo scontro era impari, decisero di morire combattendo e uccisero le loro donne per salvarle dal disonore”. In Bihar gruppi di donne rimaste prive di protezione preferirono immolarsi da sole, gettandosi nei pozzi prima di finire nelle mani dei carnefici. Nel villaggio di Thoa Khals in Punjab furono addirittura 105 le donne che si tolsero la vita gettandosi in un pozzo.

FIUMI INDIA PAKISTAN In prossimità dell’indipendenza dell’India dalla dominazione inglese, la commissione per i confini, al pari del consiglio per la partizione, fu costituita sulla base del principio della cooperazione politica (tra Congress Party e Lega Musulmana). Il sentimento di collaborazione che si era ingenuamente atteso, fu sostituito dall’ostilità e dalla diffidenza reciproca, e quando Redcliffe caldeggiò la disgregazione del complesso sistema di canalizzazione congiunta delle opere a monte da parte di India e Pakistan, Jinnah replicò che “avrebbe preferito un Pakistan deserto a fertili campi irrigati per grazia degli indù”. Nehru da parte sua informo Redcliffe che “ciò che l’India faceva con i fiumi dell’India erano fatti dell’India”. Le dispute sulle acque e sui territori posti lungo i confini del Punjab, si protrassero fino al 1960 (Indus Water Treaty).