21 Ottobre 2010. E’ ormai nostra consuetudine dare spazio nelle pagine di Indika alle pubblicazioni di libri e riviste cui siamo particolarmente affezionati. East, Europe and Asia Strategies diretta da Vittorio Borelli è tra queste. Cogliamo quinid l’occasione per presentarvi il numero 32, uscito da pochi giorni. Nel nuovo numero di East sono pubblicati importanti reportage, analisi e approfondimenti che dall’Est Europa giungono alla Cina, offrendo uno spaccato puntuale e aggiornato sulle più importanti problematiche di politica, geopolitica ed economia internazionale.  Qui di seguito pubblichiamo la presentazione di East 32 e a seguire l’editoriale di Fabrizio Onida, entrambi tratti dal sito.

 PRESENTAZIONE

Dove va la Turchia? Viene verso l’Europa o sta per essere risucchiata
dal mondo islamico? E che tipo di Islam sarà quello turco, moderato e dialogante come lo è oggi quello di Erdogan o pericolosamente
simile a quello iraniano e pakistano? Questi interrogativi si rincorrono e si accavallano da mesi nelle diplomazie occidentali e nel mondo dei mass media. Prima e dopo il referendum costituzionale del 12 settembre. La risposta di un analista turco di grande lucidità ed esperienza come Soli Ozel è che i timori occidentali sono in gran parte infondati. Per Ozel la Turchia, che sta crescendo a una velocità tripla rispetto ai Paesi europei, sta semplicemente cercando di svolgere un ruolo autonomo nell’area. L’ambizione è quella di diventare una “potenza regionale” in grado di dialogare alla pari sia con l’Occidente che con il Medio Oriente, con l’Iran in particolare. Ci riuscirà o no? Molto dipende anche da quello che faranno gli altri protagonisti della scena mondiale, a partire dall’Europa.
Questo numero di east si occupa anche di un altro tema di portata storica: la Cina che comincia a scioperare. Non occorrono molte parole per dire che le conseguenze di una simile tendenza, qualora prendesse piede e non venisse stroncata sul nascere, sarebbero incalcolabili per tutto il mondo globalizzato.
Il Dossier è invece dedicato ai flussi e ai riflussi demografici. Non è la prima volta che la rivista se ne occupa, ma è certamente la prima volta che lo fa guardando non tanto all’oggi quanto al medio e lungo termine. Tra i reportage meritano una segnalazione quelli di Matteo Tacconi sulla guerra dell’oppio e di Antonio Picasso sui cristiani copti egiziani.
Infine una piccola rettifica. Sul numero scorso, nel breve testo di accompagnamento del portfolio fotografico di Monika Bulaj, si parla di “sciiti” anziché di “sciti” con una sola i. Si è trattato di un refuso. All’epoca degli achemenidi non c’era ancora l’Islam e nemmeno la sua minoranza sciita.

EDITORIALE

E’ passato circa un anno da quel 4 ottobre 2009 in cui il neoministro socialista delle Finanze greco ha annunciato che il vero disavanzo pubblico del Paese era il doppio di quello previsto dal governo conservatore precedente (12 % del Pil, con un debito tendente al 120% del Pil), provocando il ritorno a una forte instabilità sui mercati finanziari europei e innescando un febbrile dibattito sulla sostenibilità dell’euro. Che cosa pensare della corsa a ostacoli di questa Europa economica e monetaria?

Premessa: in presenza di scosse impreviste come il clamoroso imbroglio sui conti pubblici di un Paese membro – o di scosse assai più dirompenti, come due anni fa il contagio da crisi dei mutui subprime statunitensi – è sbagliato prendersela con i “cattivi speculatori”. La speculazione ribassista, che nei casi estremi si esprime tramite il ritiro degli investitori istituzionali dalle aste con cui quasi quotidianamente i ministeri del Tesoro devono collocare titoli a rimpiazzo delle varie scadenze del proprio debito, altro non è che la difesa da rischi di perdite future (“fuga verso la qualità”) da parte di questi soggetti che amministrano il risparmio di milioni di famiglie. Un tempo ormai lontano il debito pubblico (“debito sovrano”) di un Paese era collocato quasi esclusivamente nel portafoglio delle famiglie e delle banche dei residenti, le quali avevano scarse possibilità di spostarsi su titoli di migliore qualità. Oggi la globalizzazione dei mercati finanziari rende più fisiologiche che patologiche queste opzioni di fuga dei risparmiatori di qualsiasi Paese da titoli emessi da qualsiasi altro Paese quando sono percepiti come troppo rischiosi rispetto ai rendimenti attesi.

Per evitare il default (anche solo parziale: “riscadenzamento”) del debito sovrano di un Paese dell’area dell’euro non bastano
gli annunci unilaterali del Paese in crisi, il cui governo promette prossime politiche economiche virtuose. Per presentarsi alle aste, gli investitori-speculatori devono sapere che governi e banche centrali (a partire dalla Bce) hanno munizioni illimitate per scongiurare il default: possono cioè acquistare oggi i titoli del debito sovrano sotto attacco, impedendone un crollo delle quotazioni e riservandosi di ricollocarli sul mercato quando le aspettative di default si saranno dissolte o comunque ridimensionate. Questa è la risposta che ha dato Bruxelles lo scorso 10 maggio, quando ha varato il pacchetto anticrisi da 750 miliardi di euro (440 dai Paesi dell’Eurozona, 220 dal Fmi), costituendo uno speciale veicolo capace di erogare prestiti o garanzie a Paesi dell’Eurozona in difficoltà. L’eventuale intervento di salvataggio sarà naturalmente condizionato a un concreto piano di rientro dagli squilibri di finanza pubblica del Paese deviante, sotto stretta sorveglianza dei soccorritori. L’alternativa sarebbe stata una sola: lasciare andare alla deriva il debito pubblico del pPaese deviante, in questo caso la Grecia, ma in prospettiva anche Portogallo, Spagna e chissà quali altri, con l’ovvio pericolo di contagio e relativo crollo dei mercati finanziari europei.
Prospettiva che sembra non turbare alcuni pur autorevoli commentatori accademici americani, come John Cochrane della Chicago Business
School, il quale sul Wall Street Journal del 18 maggio 2010 (Greek Myths and the Euro Tragedy ) ha paradossalmente sostenuto che il default di un debito sovrano potrebbe essere il test decisivo della sopravvivenza dell’euro con regole nuove: ogni Paese membro resta il solo responsabile della politica fiscale nazionale, si cancellano dal Trattato di Maastricht i famosi parametri fiscali di deficit e debito rapportati al Pil (peraltro già violati da Paesi virtuosi come Francia e Germania nel 2002-04 sotto la pressione dell’aumento della disoccupazione e della bassa crescita), si rinuncia in partenza ad arrangiare pacchetti di salvataggio e si lascia che gli investitori incauti subiscano le conseguenti perdite sui titoli del Paese in default. Insomma, in attesa di un’Europa con politica fiscale unica,
È meglio rinunciare alla finzione di politiche fiscali coordinate e di sanzioni disciplinari che crollano al primo spirar del vento. A chi teme che il default di un Paese membro dell’Eurozona, anche piccolo, possa generare un dannoso contagio sul sistema bancario e finanziario europeo, Cochrane disinvoltamente risponde: “Se tutti sapessero che non ci sono bailouts non ci sarebbe nemmeno contagio”. Peccato che la realtà di cui i governi devono tenere conto non funziona sempre come i modelli-giocattolo degli economisti. E che, come ha ricordato più volte Luigi Spaventa, il Trattato non prevede l’uscita dall’euro di un Paese membr o senza l’uscita dall’Ue, con tutte le immaginabili conseguenze dirompenti sulla costruzione europea.
Più realisticamente, Martin Feldstein di Harvard ( Washington Post, 18 maggio 2010), pur r estando fin dall’origine scettico sulla riuscita di un ’Unione monetaria senza un governo federale della finanza pubblica, apprezzava la decisione della Germania di fissare nella Costituzione un vincolo a bilanci pubblici in pareggio entro il 2020, auspicando che tale esempio spinga tutti i membri dell’Eurozona a introdurre emendamenti costituzionali simili a quelli che negli Usa consentono ai singoli Stati di indebitarsi solo per far fronte a spese di investimento.
Sulla plausibilità ed efficacia pratica di emendamenti costituzionali alla tedesca o all’americana estesi all’intera Eurozona (se non all’intera Ue) si possono nutrire molti dubbi. Ma ciò che stiamo vivendo, sotto la spinta di ripetute crisi, è un lento e faticoso avvicinamento a quell’Europa politica (federale), la cui assenza continua ad essere il fondamentale elemento di debolezza dell’Europa monetaria governata dalla Bce. Tali crisi rappresentano al tempo stesso un incentivo (opportunità) per progredire nella direzione di una governance comunitaria. Maastricht va rivisto nelle formule, non nella sostanza, facendo nascere un embrione di “ministero del Tesoro dell’Eurozona”. Questo non andrebbe almeno all’inizio a sostituirsi ai ministeri nazionali, ma dovrebbe garantire sia capacità di pronto intervento a sostegno del debito sovrano dei membri, sia fondamento giuridico ed efficaci organismi di sorveglianza che vincolino la crescita del rapporto fra debiti sovrani e Pil.
Senza dimenticare che, accanto al tema del debito pubblico e della stabilità finanziaria, l’Europa si ritrova a dover fronteggiare sempre più un problema di competitività del proprio sistema produttivo rispetto alla velocità di crescita dei vecchi, e soprattutto dei nuovi, concorrenti-clienti nell’economia globale. Competitività che non si misura solo dalla performance delle esportazioni e della bilancia commerciale ma – secondo una pregnante definizione dell’Ocse – dalla “capacità delle nazioni di superare il test dei mercati internazionali, al tempo stesso mantenendo e facendo crescere il reddito reale della propria popolazione”. Sotto quest’ultimo profilo anche Paesi fortemente export oriented ma a debole crescita della domanda interna, come Germania e Giappone, non ottengono certo pieni voti.

È questa la fondamentale sfida della “strategia di Lisbona”, che va rilanciata in nome dello stesso Trattato di Lisbona entrato in vigore lo scorso gennaio, il quale parla di una highly competitive social market economy (non è un ossimoro!). In questa direzione convergono le numerose raccomandazioni contenute nel rapporto A new strategy for the Single Market pr esentato lo scorso maggio da Mario Monti a Barroso, così come, in un’ottica di più lungo periodo, quelle del Gruppo sul futuro della Ue 2030 ( P r oject E ur ope 2030. Challenges and Opportunities , maggio 2010). Fra queste sfide, che non vanno rimandate a un futuro imprecisato, ne segnaler ei almeno tr e: ener gie alternativ e (incluso il nuclear e sicur o), mobilità-flessibilità nel mercato del lavoro con welfare to work e competizione federalista tra regioni per attrarre capitale e valorizzare al meglio le proprie risorse di capitale umano.

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