A cura di Monica Guidolin

Negli ultimi tempi gli scrittori indiani sono diventati una passione a livello internazionale. Vikram Seth, Salman Rushdie, Shashi Tharoor, Amitav Gosh, sono solo alcuni nomi di una lista che continua ad ingrossarsi. Tutti autori che scrivono in lingua inglese. Nel 1912, uno scrittore di 51 anni relativamente sconosciuto decise di provare a tradurre alcune delle sue opere mentre era in viaggio a Londra. Nel 1913 allo scrittore fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Il suo nome era Rabindranath Tagore.

Premessa

Festival letterario di Jaipur (anno 2010)

In questo nostro quinto e ultimo incontro si cercherà di descrivere la realtà e gli aspetti più significativi caratterizzanti il settore della letteratura contemporanea. Lo straordinario lavoro di fermento culturale che ha assunto sue forme e contenuti soprattutto nel Novecento, di cui i poeti hindi visti la scorsa volta ne sono un esempio importante, ha permesso il fiorire di una letteratura e di un’editoria che hanno saputo cogliere la sfida a livello internazionale. Senza dubbio, riferendoci ad un tale soggetto, non potrà non emergere come la civiltà indiana si sia rapportata all’Occidente e in che modo continui a ritrarre un mondo entrato ormai a pieno titolo nella società indiana di oggi. Essendo l’India un mosaico di popoli e di religioni, ciascun scrittore indiano rappresenta un tassello di quello stesso mosaico, uno sguardo attento alle trasformazioni e ai cambiamenti  sociali in atto.
La “questione delle origini”, quali la regione di provenienza, il luogo dove vive, la lingua, la religione, la casta di appartenenza, è la prima cosa che uno scrittore indiano si pone e sulla quale è chiamato a lavorare. A pensare le opere di scrittori indiani contemporanei, l’attenzione si rivolge prima di tutto ad autori conosciuti anche dal pubblico occidentale, perché scrittori in lingua inglese. Molti fra loro abitano in Gran Bretagna, o negli Stati Uniti, e sono i rappresentanti di quel fenomeno che è stato definito da sociologi e antropologi “la diaspora indiana” . Il fatto di non vivere più in India (anche se ciò non toglie di recarvisi spesso) non implica di non scrivere sull’India, anzi accade proprio il contrario:
le vicende narrate da Salman Rushdie, ad esempio, si situano spesso in Kashmir, regione da cui la famiglia dell’autore proviene, così come “Il Paese delle maree” di Amitav Gosh può essere letto come una formidabile epopea ecologica, un’arringa in favore dell’arcipelago delle Sundarbans, paludi del delta del Gange a sud di Calcutta, città d’origine dell’autore.
Sarà, quindi, nostro interesse tratteggiare i protagonisti e i soggetti letterari di questa nuova fase letteraria. Ecco alcuni nomi di scrittori indiani fra i più conosciuti tradotti in tutto il mondo che l’editoria indiana ha saputo privilegiare: Vikram Seth, Salman Rushdie, Shashi Tharoor, Amit Chaudhuri, Indrajit Hazra, Kiran Desai, Anita Desai, Arundhati Roy, Amitav Gosh.

1.    La narrativa indiana

La narrativa indiana di oggi non è altro che il prodotto del connubio tra la forma tradizionale di narrazione, dalla quale non si può astrarsi (almeno non totalmente), e il romanzo occidentale del XIX secolo. In India, infatti, la narrativa moderna è nata da un’intima interazione tra una tradizione del narrare propria alla cultura indiana, di antichissima origine, e quella propriamente di matrice occidentale, soprattutto inglese del XIX secolo. Nonostante si affermi spesso che il romanzo sia essenzialmente una forma letteraria europea, gli scrittori indiani hanno saputo adoperare il genere con disinvoltura usando il romanzo, e in modo minore i racconti brevi, come la modalità chiave con la quale articolare la loro visione della vita e della società. Nell’èra post-coloniale la narrativa indiana, sia nelle lingue locali che in inglese, attraversò un periodo di auto-rinnovamento per quanto concerne il contenuto e la forma, nel tentativo di afferrare le profonde contraddizioni della realtà psicologica e socio-politica indiana in rapida trasformazione, i nuovi costumi, le modalità di percezione, il nuovo dinamismo sociale scaturito dall’acquisizione della consapevolezza democratica da parte di segmenti della società fino a quel momento emarginati.
Se il nuovo romanzo indiano in inglese ha attirato il pubblico internazionale di lettori, sono sempre più numerosi i racconti nelle lingue indiane che vengono ora tradotti in inglese e nelle altre lingue europee. La presenza dell’India in veste di paese ospite presso la Fiera del Libro di Francoforte nel 2006, presso la Fiera del Libro di Parigi nel 2007, e quest’anno presso il Salone Internazionale del Libro di Torino , dimostra l’interesse e l’entusiasmo generati dalla narrativa indiana tra i lettori e gli editori in Occidente.

1.1    Temi e soggetti

Ciò che emerge da un confronto delle opere prodotte è che gli scrittori indiani narrano non una, ma molte nazioni, ciascuno raffigurandole a proprio modo e spesso raggruppando una molteplicità di prospettive attraverso l’utilizzo di personaggi che appartengono ai differenti strati della società.
La partizione dell’India è un tema ricorrente nella letteratura del post- Indipendenza come “Quel treno per il Pakistan” di Khushwant Singh, o I giorni dell’amore e della guerra di Tahmima Anam, a testimonianza che il romanzo “storico” è un genere molto amato tra gli scrittori indiani e che forte è il desiderio di raccontare vicende dolorose, non così lontane dal presente. Accanto all’uso della lingua inglese, sono moltissimi, anzi la maggior parte, gli scrittori che usano le lingue vernacolari per comunicare: scrivere in malayalam, in kannada, in tamil, in gujarati, in marathi, in hindi, etc. è contribuire alla modernizzazione del genere trasportandolo nella complessità della vita moderna, inventando nuove strutture ed idiomi che meglio esprimono la loro nuova percezione della vita e del modo di pensare. La comparsa, inoltre, sulla scena letteraria di una serie di scrittrici nelle varie lingue ha assicurato la rappresentazione delle tematiche legate alle donne presentando la prospettiva femminile nella narrativa indiana. Esse riesaminano i canoni patriarcali e le strutture letterarie, rivisitando i miti, reinterpretando i poemi epici, forgiando un nuovo linguaggio e costruendo le basi di una semiotica alternativa del corpo. Ricordiamo le voci di Kamala Das, poetessa e scrittrice in inglese e in malayalam, una delle prime autrici indiane ad esplorare temi legati alla sessualità femminile , Amrita Pritam, considerata prima scrittrice e poetessa punjabi, Krisha Sobti, Prathiba Ray, etc, solo per citarne alcune.

C’è un’intera nuova generazione di scrittori che usa le lingue indiane che hanno già dato prova di essere dei romanzieri di grande talento, alcuni dei quali tradotti in inglese, mentre la maggior parte attende ancora di essere scoperta dal mondo.
La narrativa indiana in inglese ha iniziato a ricevere riconoscimenti internazionali sempre maggiori con la pubblicazione del libro I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, una sorta di spartiacque tra due modi di fare letteratura, non tanto lontani fra loro, quanto contigui nella loro diversità di narrare il reale. Ma non possiamo dimenticare il contributo di pionieri come R. K. Narayan, Raja Rao, Anita Desai ed altri. Di certo con Rushdie, Vikram Seth, Amitav Gosh e Arundhati Roy abbiamo assistito ad un cambiamento di modello: questi scrittori non hanno le insicurezze che sembravano tormentare i loro predecessori. Questi autori  e i successivi non sentono di dover chiedere scusa per il fatto di scrivere in inglese, poiché considerano questa lingua una lingua indiana legittima e la utilizzano con grande versatilità e creatività. Se i libri di R. K. Narayan (Malgudi Days), Kanthapura di Raja Rao e Il dio delle piccole cose della Roy sono storie locali, Il grande romanzo dell’India di Tharoor Shashi si rifà ai poemi epici, Golden Gate di Vikram Seth si rifà alla tradizione narrativa in versi. Così come l’uso diretto di parole in malayalam ne Il dio delle piccole cose e l’impiego di usi e proverbi locali, di immagini descrittive usi e costumi puntano ad un processo di “indigenizzazione” dell’inglese. I nuovi scrittori si interrogano sulla “purezza” della cultura indiana, accettano l’inglese come parte della polifonia del sub-continente e si rifiutano di privilegiare la tradizione o la modernità. Il complesso delle tematiche del nuovo racconto in inglese è sorprendente: le crepe nella politica, la crescente frizione tra le differenti comunità, l’emigrazione (Il palazzo degli specchi, Mare di papaveri), i conflitti interiori (I Versetti Satanici), la storia post-coloniale (I figli della mezzanotte), la questione dell’identità, le trasformazioni sociali, sono solo alcuni dei principali temi di interesse proposti.

2.    Una letteratura in movimento

Gli scrittori indiani della diaspora suscitano dei sentimenti contrastanti rispetto ai loro colleghi che vivono in India, che a volte contestano la pertinenza della loro visione del paese.
Gli indiani, a partire dal momento in cui provengono da un certo ambiente sociale e intellettuale si spostano volentieri, anche all’interno della stessa India: numerosi ad esempio
gli scrittori migrati a Delhi, centro della vita culturale, intellettuale e artistica del paese: è a Delhi che vi sono i maggiori editori, così come la stampa nazionale. Ciò non toglie, comunque, che ogni grande città indiana abbia la sua realtà letteraria degna di nota.
Nel momento in cui gli indiani si installano all’estero per proseguire i loro studi superiori o per motivi di lavoro, non vuol dire che lo facciano in modo definitivo: Amitav Gosh ha dichiarato spesso che un giorno lascerà New York per tornare a Calcutta. Di certo, il tema del ritorno verso “Mother India” con le difficoltà del caso è nutrimento per i romanzi di questi autori, un ritorno che è reso sempre più possibile grazie allo sviluppo economico che l’India conosce ormai da anni, e alla sua emergente crescita sulla scena internazionale.
Dal momento che gli indiani hanno la possibilità di ricevere un’istruzione e di accedere ad un’educazione di alto livello, godono dello status di poliglotti: essi apprendono il sanscrito a scuola, parlano la lingua della regione d’origine, e di certo l’inglese e la hindi. Nella maggior parte dei casi essi scrivono in inglese, che considerano ormai come una delle tante lingue indiane, spesso usata per comunicare fra loro. Amitav Gosh o Indrajit Hazra, per esempio, dichiarano che, nonostante conoscano perfettamente la loro lingua natale, il bengali, sanno scrivere i loro libri solo in inglese. Una pratica questa che assicura agli scrittori indiani sia una diffusione più ampia nel loro proprio paese tra le élite fortemente anglofone, sia all’estero, nella vasta sfera culturale anglosassone.
Tuttavia, alla luce di tali considerazioni, occorre ricordare che rispetto alla massa colossale di libri pubblicati in India, in tutti i campi, le opere nelle lingue vernacolari sono largamente in maggioranza. In ciascuna delle grandi lingue indiane, esiste come nel cinema o nella stampa, una letteratura estremamente viva e attiva. L’unica nota un po’ amara è che, malgrado il grande sviluppo della produzione letteraria indiana, la quantità di libri tradotti in Italia rappresenta solo una minima parte, anche se vi sono specifiche case editrici che stanno puntando molto sul côté indiano (ad es. Neri Pozza, Guanda)

2.1    Pubblicare nelle lingue indiane

Nella stessa India il passaggio da una lingua all’altra è una delle preoccupazioni costanti delle case editrici: la The National Book Trust, pubblica gli stessi libri nelle differenti lingue del paese, mentre la Sahitiya Academy sovvenziona numerose traduzioni da una lingua all’altra: dal tamil alla hindi, dal malayalam all’urdu, e viceversa, questo è un modo per assicurare agli scrittori qualche reddito, dato che in India, come anche nel resto del mondo, è difficile vivere solo della propria penna. La pubblicazione di libri nelle lingue indiane ha assunto una grande importanza in virtù dell’enfasi che è stata data all’alfabetizzazione e all’esplosione culturale. La crescita del settore editoriale è sorprendente e secondo alcuni dati nel 2005 sono stati pubblicati 82.537 libri in inglese e nelle varie lingue locali. Secondo questi dati, in verità, le pubblicazioni in inglese, limitate alle metropoli, rappresentano soltanto il 20 per cento circa della produzione totale dei libri indiani. Nonostante questo, è una convinzione comune che soltanto le edizioni in lingua inglese siano rappresentative .
Guardando ai dati per l’anno 2005 ordinati secondo l’elemento “lingue”, vediamo che la maggioranza dei libri è stata pubblicata in hindi (25 per cento della produzione complessiva). L’inglese segue con il 20 per cento. Subito dopo vengono sei lingue quali il bengali, il malayalam, il marathi, il gujarati, il tamil e il telugu. Le successive sono l’assamese, il kannada, l’oriya, il punjabi e l’urdu. L’ultima è il sanscrito.
Seppure con un tasso di alfabetizzazione del 65 per cento, l’India ha un panorama sconfinato di persone la cui fame di libri non riesce a saziarsi adeguatamente ogni anno. Per colmare questo deficit, gli editori devono uscire allo scoperto e pubblicare libri nelle diverse lingue indiane perché l’80 per cento della domanda di libri è in queste lingue. Come sottolinea Indra Nath Choudhuri, professore di lettere e ex segretario alla Sahitya Academy “per dare significato all’intento dell’indipendenza indiana vista attraverso una scolarizzazione estesa a tutti, è necessario incoraggiare la pubblicazione nelle varie lingue”. Un punto veramente importante su cui Choudhuri insiste è che in Occidente, in generale, si pensa che la letteratura indiana debba essere letteratura anglo-indiana, che invece rappresenta una minima parte della produzione letteraria totale.

2.1.1     Classi, caste e lingue: un paese alla ricerca di lettori

Non si può avere la pretesa di conoscere la letteratura indiana senza passare attraverso l’analisi sociale e del sistema castale. Senza dubbio, il ceto medio continua ad aumentare, ma i poveri, definiti tali secondo i criteri internazionali, sono ancora molto numerosi. Il problema dell’alfabetizzazione, seppure migliorato, presenta ancora numeri sostanziali. Inoltre l’India è divisa tra un’enorme comunità hindu e alcune minoranze religiose di cui la musulmana è la maggiore e più significativa. Tutto questo si riflette inevitabilmente sulla letteratura.

Scrivere in India e dell’India significa passare attraverso la rete sociale fatta di classi e di caste, nonché prendere in considerazione i cambiamenti sempre più veloci di cui la società indiana è protagonista. Ma chi sono i lettori indiani ?

Come sostiene Christophe Jaffrelot (CNRS) dal punto di vista delle classi, il modello socialista adottato da Nehru negli anni 1950 è riuscito a produrre tre élite:
una borghesia d’affari, le cui grandi famiglie capitaliste (Tata, Birla, etc) sono i maggiori rappresentanti, un’élite intellettuale e un’aristocrazia delle campagne di cui i maharaja possono rappresentarne ancora il simbolo.
La borghesia che si è sviluppata in epoca coloniale vede lo Stato inquadrare le sue attività, dirigere l’economia. A livello dell’aristocrazia, i grandi proprietari hanno perso il potere di riscuotere l’imposta a partire dagli anni cinquanta e il declino dei maharaja si intensifica sotto Indira Gandhi. La classe media in espansione è fatta di piccoli impiegati di aziende pubbliche,  sempre più numerose. Con il liberismo degli anni Novanta l’economia non è più sotto la tutela dello stato e i ricchi si arricchiscono sempre più. Cominciano a sorgere i grandi colossi industriali indiani come Tata, Birla, etc. , ma anche grossi gruppi sorgono in nuovi settori: Reliance (carburanti, telefonia), Infosys (informatica), Ranbaxy (farmacia). La nuova élite intellettuale è ormai costituita da ingegneri, alti funzionari, militari. Ci sono anche dei nuovi ricchi nelle campagne , impegnati nelle culture commerciali di esportazione, come la canna da zucchero, il riso basmati. Questi sono i rappresentati di una classe media rurale.
Tuttavia accanto alla dinamica di classe, c’è quella delle caste come se di nuovo, in un moto perenne i tre gruppi appena descritti “affari, aristocrazia e  cultura” corrispondessero ai mercanti, guerrieri e brahmani.
La letteratura in inglese comunque rimane per pochi, e su questo occorre soffermarsi. Accanto ad essa vi è, in India, tutta una letteratura vernacolare in forte espansione, che si pone lo scopo di arrivare ad un sempre maggiore numero di lettori. Gli esteti sanscriti dell’antichità concepivano la poesia e la letteratura come un regno di libertà e autonomia radicali. Ed è in questo modo che fu delimitato il dominio della letteratura e della cultura nell’India moderna, verso la metà del XIX secolo. Ma l’autonomia artistica e di immaginazione non era l’autonomia politica e questa differenza era fondamentale: mentre l’autonomia politica provoca un rafforzamento dell’identità, il regno dell’autonomia di fantasia si riservava il diritto di ridefinire costantemente l’indianità, di non averne una nozione unica ed esclusiva e di entrare in relazione con la cultura europea, non solamente per opposizione ma in un rapporto di curiosità creativa.

3.    La parola agli scrittori

A cosa assomiglia la letteratura indiana di oggi, vista dall’India e dagli indiani ?
Questa domanda riflette l’oggetto di discussione del festival letterario tenutosi a Jaipur nel gennaio 2007 che ha raccolto una trentina di scrittori, editori e critici indiani nella capitale del Rajasthan.
Partecipanti e pubblico si sono riuniti in una tre giorni, attorno a dibattiti, lettura di testi e recitazione di poesie. Il festival ha riunito una selezione eclettica di scrittori indiani, che vivono sia in India che fuori. Salman Rushdie, Kiran Desai, Suketu Mehta, etc, sono stati alcuni dei protagonisti. Grazie al contributo e alla cura di Le Magazine Littéraire (marzo 2007), mensile francese di informazione culturale e letteraria, si ha la possibilità di riprendere e, in parte, riportare alcuni interventi su temi di estremo interesse dei protagonisti del festival di Jaipur, interpreti non solo della scena letteraria indiana contemporanea, ma anche di quella internazionale.

Salman Rushdie

Nato a Bombay nel 1947 in una famiglia musulmana di origine kashmira, egli lascerà l’India a 18 anni per continuare i suoi studi in Gran Bretagna. Pubblica nel 1981 il suo grande romanzo I figli della mezzanotte, un libro di un realismo magico che si sviluppa attorno al momento di transizione che l’India conobbe nel passaggio dal colonialismo britannico, all’indipendenza. La notte di Rushdie è quella del 15 agosto del 1947. Con questo romanzo Rushdie ottiene il prestigioso Booker Prize nel 1993, anche se ciò che gli ha conferito la celebrità mondiale sono I Versi Satanici ((The Satanic Verses) opera uscita nel 1988. Giudicato blasfemo dall’ayatollah iraniano Khomeyni, il romanzo è condannato dai musulmani del mondo intero e il suo autore colpito da una fatwa (una condanna a morte). Salman Rushdie eviterà tale condanna rifugiandosi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Quest’opera è vietata ancora oggi in India.
Ecco un estratto di un intervento dell’autore sul tema dell’identità:

E’ diventato un luogo comune dire che le persone hanno delle identità complesse, e questo non solamente in riferimento agli indiani della diaspora. A New York  ci sono persone che sona nate in India, ma anche dei polacchi americani o dei kenioti americani. Non è più limitato ad una sola cosa, si può essere più cose, secondo la regione da cui si viene, la religione, etc. Oggi, la nostra identità è fatta di tanti elementi differenti. Se un’identità è limitata al solo – “sono pachistano, sono indiano” – il rischio di aggressione è elevato. Al contrario, un’identità multipla pone molti meno problemi. Personalmente non mi sento straniero né a Londra, né a New York, né in India. Ma il fatto che sia nato in India e che sia comunque molto attaccato alla mia terra di origine è un fatto che sempre mi accompagna. E’ questa la realtà che sottende la mia identità.” Jaipur 2007

Kiran Desai

Nata in India 35 anni fa ha lasciato il suo paese all’età di 14 anni e vive negli Stati Uniti. Figlia della grande Anita Desai, Kiran rappresenta la nuova generazione di scrittori indiani che scrivono in inglese, vivono all’estero, ma ritornano più volte all’anno nel loro paese. Nel 2006 vince il Booker Prize, regalandole una celebrità che fino a quel momento non conosceva. Dopo un anno ad Oxford ha continuato i suoi studi negli Stati Uniti.

Tralasciando l’evidente influenza di sua madre, la scrittrice confessa di amare molto l’opera di Narayan, uno dei primi grandi romanzieri indiani, e di tentare di narrare le relazioni tra ex colonizzatori e ex colonizzati. Per la giovane Desai la letteratura indiana in inglese ha delle specificità:

Innanzitutto vi è un modo di esprimere le emozioni completamente diverso da qualsiasi altro. Si può notare, inoltre, come in romanzi di autori tanto diversi quali Vikram Seth o Rohinton Mistry, vi sia di fondo una struttura che ha qualcosa di profondamente indiano. C’è un ritmo, qualche cosa di antico, quel modo tipico di raccontare delle storie”.

Suketu Mehta

Il grande pubblico lo conosce per la pubblicazione di Bombay, Maximum City, un libro straordinario che è contemporaneamente un saggio, un racconto di viaggio, un racconto intimo, un’indagine durata quattro anni che lo ha portato presso i gangsters, le prostitute, le danzatrici, gli attori di Bollywood.  Rappresentante di un nuovo “giornalismo all’indiana”, egli ha conquistato i lettori sia all’estero che in India, dove le edizioni pirata sono vendute lungo i marciapiedi delle grandi metropoli. A 38 anni, questo scrittore, nato a Bombay e partito con la sua famiglia per New York all’età di 14 anni, aveva scritto novelle e racconti di viaggio. Afferma in un’intervista: “Un lettore compra un giornale per avere delle informazioni, nel momento in cui compra un libro, egli cerca la bellezza nelle frasi”.
Egli ricorda che nell’evoluzione della letteratura indiana è all’inizio degli anni Ottanta che essa entra sulla scena mondiale, con la pubblicazione de I figli della mezzanotte di Salman Rushdie:

Per lui come per Anita Desai, Amitav Gosh o Vikram Seth, non è stato semplice trovare un editore.  Ma i loro sforzi hanno facilitato il lavoro della generazione successiva, come i lavori di Arundhati Roy, Kiran Desai, e i miei. Ora, gli editori stranieri prestano maggiore attenzione ai libri indiani. La letteratura indiana ha una vitalità incredibile che in parte è legata al fatto che noi abbiamo i più antichi miti del pianeta. I racconti epici come il Mahabharata sono estremamente presenti, nella vita quotidiana, come al cinema o nella letteratura”.

Indrajit Hazra

Indrajit Hazra è un giovane e popolare scrittore e giornalista di New Delhi, dove scrive per l’ Hindustan Times una seguitissima rubrica domenicale intitolata “Red Harring”, “Aringa Rossa”. Ha pubblicato il suo primo romanzo, The burnt foreheads of Max Saul, nel 2000 e l’ultimo, The Bioscope Man, nel 2008.
Tradotto in italiano è Il giardino delle delizie terrene  uscito nel 2003, edito Metropoli d’Asia.

Come ogni letteratura, la letteratura indiana contemporanea è fatta di storie individuali e di come gli individui si relazionano al mondo. Quanto al mondo, esso può essere contenuto nell’atelier di un personaggio, nella sua città, nella sua famiglia, nella sua storia, o nella sua testa. Non si riduce unicamente ad un gioco di accessori. Fortunatamente, la letteratura indiana fugge agli stereotipi della diaspora, delle relazioni culturali est-ovest, delle saghe familiari, dei grandi racconti storici, etc. raccontando delle storie che possono essere fortemente individuali e che collocano l’individuo al centro di una delle numerose “Indie”.

Shashi Tharoor

Nato nel 1956 ha passato la sua giovinezza a Bombay e a Calcutta. Diplomatico di carriera è stato vicesegretario delle Nazioni Unite. Ha scritto vari romanzi e alcuni saggi di politica indiana. Si ricordano Luci su Bombay, ed. Frassinelli, 1996; Il grande romanzo dell’India, ed. Frassinelli, 1993; Tumulto, E/O, 2001. Collabora con The Hindu e con il Times of India. E’ una delle firme all’interno della rivista Internazionale.

Non è facile definire l’India. Poiché per ogni cosa che si potrebbe dire, il suo contrario è altrettanto vero. La letteratura indiana si propone in 22 lingue, ma concentrandosi sulla letteratura indiana in inglese è interessante notare l’emergere di una nuova generazione di scrittori indiani che hanno deciso di scrivere in inglese. Spinti da Midnight’s children di Salman Rushdie nel 1981, essi hanno respinto le frontiere del loro lavoro e del patrimonio letterario nazionale, arricchendo la lingua inglese dei ritmi delle leggende antiche reinventando l’India alla cadenza conquistatrice della prosa inglese. I nuovi scrittori indiani si abbeverano ad una memoria e ad un’esperienza che non hanno niente a che vedere con quelle degli altri romanzieri di lingua inglese,  e lo fanno in un inglese appreso e vissuto, una lingua fresca e vigorosa che è loro propria e naturale. Scrivo per chiunque mi leggerà, ma soprattutto per tutti gli indiani che, come me, sono cresciuti, parlando, scrivendo, giocando in inglese. Gli scrittori indiani come me sono cresciuti in città, in una prospettiva pan- nazionale della realtà indiana. l’India è un paese vasto e complesso, popolato da moltitudini.”

Riferimenti bibliografici:

– « L’Inde du Mahabharata à Salman Rushdie », in Le Magazine Littéraire, marzo 2007.
– INDIA Perspectives, Settembre-ottobre 2008.