Vi sono due luoghi dell’Asia meridionale che sono centrali nel culto devozionale delle più importanti religioni della regione. Due luoghi che rappresentano due mete di pellegrinaggio significative.

Il primo di questi è un monumento che è stato costruito molti secoli fa da una dinastia hindū e che si trova nell’India centrale. Si tratta del tempio Kailāśanātha di Ellorā, edificato nell’attuale stato indiano del Mahārāṣṭra. Esso fa oggi parte del complesso UNESCO delle Grotte di Ellorā ed è conosciuto dagli archeologi con il poco poetico nome di Grotta 16. Il Kailāśanātha è uno straordinario, colossale, tempio, interamente scavato nella roccia realizzato tra l’VIII e il X secolo d. C. dai sovrani Rāṣṭrakūṭa. Le decorazioni scultoree al suo interno suscitano incognite e suggeriscono molteplici significati: centro del cosmo, rappresentazione artistica del tempio-montagna e, non per ultimo, nucleo del potere religioso di una dinastia imperiale.

Il Kailāśanātha di Ellorā è direttamente collegato a un secondo luogo sacro al quale direttamente si ispira, un monumento eretto dalla natura – o dagli dèi per i credenti – milioni di anni fa. Si tratta del Monte Kailash (Kailāśa), “il monte Olimpo dell’Asia”. Situato all’interno delle remote regioni dell’altopiano del Tibet occidentale, il Kailash è un cruciale luogo di pellegrinaggio per tre delle principali religioni dell’Asia:  Buddhismo, Induismo e Jainismo.

Figura 1. Disegno del monte Kailash (Tibet) visto dalle piane circostanti. Copyright © Cleo Malca Nisse. 

 

La montagna sacra s’innalza su quello che di fatto è uno dei più importanti (se non il più importante) bacino idrico del pianeta. Si tratta del distretto del Kailash-Manasarovar (Manasarovar è il lago situato a poca distanza dal colossale picco himalayano) che vede la congiunzione di fiumi importantissimi per il Subcontinente indiano. L’Indo, il Brahmaputra, il Sutlej e il Karnali nascono tutti proprio alle pendici del Kailash per poi sfociare, rispettivamente, in Pakistan e in India. Si tratta di geografie fondamentali e ricorrenti nella mitologia e nella cosmologia induista.

Per ogni pellegrino hindū il Kailash rappresenta il luogo dove riposano in eterno Śiva e la sua consorte Pārvatī. Viene inoltre considerato l’axis mundi, il centro dell’universo: il cosmico monte Meru. Gli astri e i pianeti ruotano intorno alla montagna, così come lo stesso Gange si dice nasca di fatto da un invisibile e stretto affluente sotterraneo, che proviene anche lui dalle pendici del Monte Sacro. Come riportano le antiche scritture dello Śiva Purāņa, “non esiste al mondo nessun peccato che non possa essere distrutto, assolto, tramite la circumambulazione del sacro Kailash”.

Questo fa ben comprendere quanto il luogo sia avvolto, permeato, dalla devozione. Ed è certamente quest’ultima a spingere i pellegrini delle regioni più lontane dell’India a percorrere il lungo e difficile percorso che li conduce al Kailash. Sempre in meno lo percorrono a piedi – esclusi forse gli ormai sempre più rari asceti yogin e saṃnyāsin –  mentre prima dell’epocale lockdown, che caratterizza questo particolare momento storico, la montagna poteva essere raggiunta da un flusso costante, sgraziato e insostenibile di visitatori, curiosi e pellegrini. Una forma di turismo globale che stava intaccando sempre di più la natura sacra e il paesaggio remoto di questo luogo straordinario.

Potrebbe sembrare strano, ma il monte Kailash appare direttamente collegato ai monumenti di Ellorā, in particolar modo a uno di questi, nonostante i migliaia di chilometri di distanza fra i due. Può allora l’intero sito archeologico di Ellorā essere considerato la rappresentazione artistico-architettonica della sacra vetta himalayana dove secondo gli hindū risiedono Śiva e Pārvatī in stato di contemplazione, ampiamente celebrata nei testi antichi ? È possibile che i sovrani induisti che fecero edificare il Kailāśanātha di Ellorā abbiano voluto ricreare nientemeno che il sacro monte Kailash del Tibet nel cuore dell’India centrale?

Trovare una risposta a queste domande voleva dire innanzitutto mettersi in viaggio.

Figura 2. Il Il Kailāśanātha di Ellorā (India) visto dalle alture circostanti al tempio. Si notano varie figure mitologiche hindū e a destra il sacro vimāna del tempio, rappresentazione del monte Kailash del Tibet. Copyright © G. Dubbini Venier.

La primavera del 2016 l’avrei trascorsa in India centrale in missione di ricerca per la mia tesi di dottorato che avrei poi difeso all’Università Ca ’Foscari di Venezia un paio di anni dopo. L’università avrebbe fortunatamente contribuito alle spese di viaggio.

Per coincidenza, nello stesso periodo, una mia compagna di corso dei tempi dell’università a Londra, Lia, stava per iniziare assieme ai suoi genitori, Paola e Howard, un tour dei principali monumenti buddhisti scavati nella roccia del Mahārāṣṭra.

Per me quello sarebbe stato solamente il secondo viaggio nel Subcontinente e vista la scarsa esperienza, decisi di cogliere l’occasione al volo e di aggregarmi a loro. Sarebbe stato ideale viaggiare in compagnia di amici, che erano studiosi di arte indiana, nonché mercanti d’arte, una compagnia perfetta per esercitare lo sguardo di fronte all’arte e all’architettura hindū.

Sarei dovuto andare in ogni caso a Aurangabad e poi, subito dopo, ad Hyderabad per approfondire il mondo Moghul e le collezioni di miniature che riguardavano il viaggiatore veneziano Nicolò Manucci, reale argomento della mia tesi di dottorato che mi stava portando via parecchie energie. Aurangabad era collegata alla stazione di Hyderabad-Secunderabad da un treno notturno di “sole” 13 ore: il Devagiri Express. Diversi giorni dopo avrei avuto un appuntamento con un curatore del Salar Jung Museum di Hyderabad per visitare le collezioni di miniature, quindi tutto sembrava procedere per il meglio.

Una volta oltrepassato il controllo dei documenti all’aeroporto di Mumbai ero finalmente arrivato in India. Ero partito con un potente raffreddore, quasi un’influenza, che se ne sarebbe andato miracolosamente in pochi giorni grazie al clima tropicale indiano. Incontrai Lia e i suoi genitori in un hotel non distante dal “Gateway of India”. Avevano noleggiato una macchina con un autista e così facendo gli spostamenti negli sconfinati territori del Mahārāṣṭra sarebbero stati decisamente più facili.

Nei giorni seguenti visitammo le grotte scolpite di Bhājā, Karla con i loro giganteschi chaitya (sale di preghiera buddhiste) scavate nel basalto scuro. La più affascinante (e meno conosciuta) di tutte sarebbe stata la straordinaria grotta scolpita di Bedse, ammirata sotto un potente acquazzone, in uno scenario straordinario di alture circondate da colline avvolte da un verde tropicale. Dopo aver percorso l’irto sentiero di avvicinamento, ci comparvero di fronte come per miraggio delle gigantesche colonne scavate nella roccia, mentre lo stūpa situato in fondo alla navata della grotta di Bedse ci esortava, ipnotico, ad entrare. Sembrava a tutti gli effetti di essere stati calati da qualcuno nel bel mezzo del videogioco Tomb Rider!

Dopo Betse, partimmo alla volta di Ellorā. Ci saremmo stabiliti nei tranquilli bungalows dell’Hotel Kailas (per l’appunto) da dove si sarebbero potuto raggiungere facilmente le grotte a piedi.

Io avevo intenzione di fare una specie di survey personale di Ellorā per sviluppare in loco alcune delle idee che avevo in testa sull’architettura del luogo.

*****

Prima di partire avevo avuto l’accortezza di studiare le testimonianze del luogo catturate dai viaggiatori delle varie epoche storiche. Guarda caso con notevole stupore, il mio Manucci, c’entrava eccome. Una delle descrizioni della prima età moderna del sito di Ellorā, nel contesto dei viaggiatori europei nel Subcontinente, spettava proprio a lui. Si tratta della rara testimonianza di un viaggiatore veneziano nell’India del Seicento. Ecco quanto emerge dal suo diario di viaggio:

Nella regione del Deccan, vi è una collina che si chiama Alura (Ellorā) ed è distante venti leghe dalla città di Aurangabad, verso Ovest. In quel luogo vi sono molte grotte scavate nella roccia grazie alla perizia dell’uomo. Queste formano delle bellissime corti all’aperto, stanze, entrate, celle che hanno delle pietre angolari decorate con molte figure cinesi e anche varie cisterne d’acqua dotate di scalini”.

La descrizione del luogo da parte di Manucci è in realtà un falso indizio perché è piuttosto vaga; certamente il risultato di qualcuno che aveva conosciuto l’India da autodidatta, provando le avventure sulla propria pellaccia di viaggiatore. Manucci prima di essere arrivato ad Ellorā aveva infatti attraversato tutto il Subcontinente prima come artigliere, poi come medico per le corti dei figli dell’imperatore moghul Aurangzeb che aveva vinto la guerra di successione al trono di Shah Jahan. Doveva aver visitato le grotte quando si trovava alla corte del principe Muazzam Shah Alam che aveva stabilito nel 1679 il suo quartier generale durante le campagne militari del Deccan e vi sarebbe rimasto fino al 1682.

Ma Manucci non era di certo stato l’unico viaggiatore ad averle viste, come sarebbe stato tranquillamente capace di vantare.

Nel corso dei secoli il sito di Ellorā e suoi splendidi monumenti scavati nella roccia erano stati ammirati da diversi visitatori stranieri. Il primo resoconto documentato lo dobbiamo probabilmente a un geografo-viaggiatore arabo di nome al-Masudi. Originario di Baghdad, al-Masudi viaggiò in India negli anni 915-16 d. C. Nella sua descrizione egli lascia chiaramente intendere al lettore di aver compreso la vocazione di Ellorā quale luogo di pellegrinaggio:

Ecco il grande tempio di Alandra (Ellorā, nda) dove gli Indiani giungono in pellegrinaggio provenendo dalle più lontane regioni. Il tempio ha un intera città dedicata al suo mantenimento ed è circondato da migliaia di celle (ricavate nella roccia) dove i devoti che hanno dedicato la loro vita all’adorazione degli idoli vi abitano”.

Diversi secoli dopo, forse proprio quella città menzionata dal geografo arabo, situata a qualche chilometro dalle grotte di Ellorā, avrebbe subito una completa trasformazione. Sarebbe diventata Daulatabad, il luogo dove il sultano Muhammed bin Tughluq spostò la sua capitale da Delhi, assieme a tutta la popolazione nel 1327. Il nome originale del luogo era Devagiri: “la collina degli dèi” e io finalmente avevo compreso il nome del treno sul quale avrei dovuto viaggiare alla volta di Hyderabad. Con Daulatabad come principale arteria di comunicazione, la vocazione delle grotte di Ellorā come luogo di culto rimase consolidata fino ai successivi resoconti dei viaggiatori occidentali della prima età moderna, tra i quali spicca quello del viaggiatore francese Jean de Thevenot (1663-1667), contemporaneo di Manucci,  ma molto più preciso.

Nel suo resoconto di viaggio pubblicato nel 1687 Thevenot, scienziato, naturalista e botanico “curioso” dei misteri dell’Asia, nonché instancabile viaggiatore, mentre è in viaggio da Surat a Masulipatan, stazione commerciale europea situata dalla parte opposta della costa dell’India, decide di visitare le grotte di Ellorā da solo.

La sua descrizione del tempio Kailāśanātha è particolarmente dettagliata e ci trasporta direttamente nel modo di viaggiare di un europeo del Seicento con tutti gli azzardi e le difficoltà collegate, in una vera e propria avventura (anche linguistica):

Nel bel mezzo della corte [del tempio Kailāśanātha, nda] vi era una cappella con le pareti ricoperte di bassorilievi sia all’interno che all’esterno. Essi rappresentano ogni tipo di bestiari, come grifoni e altre figure scolpite nella roccia. In ogni parte della cappella si trova una piramide a forma di obelisco, più larga alla sua base di quelli di Roma […] A sinistra dell’obelisco vi è un elefante grande a grandezza naturale, scolpito dalla roccia come tutto il resto. Alla fine della corte ho trovato due scale che erano scavate nella roccia e le ho percorse trovando in cima un piccolo brahmino […] che mi avrebbe fatto visitare tutte le pagode […] spiegandomi i loro nomi con alcune parole in lingua indiana che io comprendevo e raccontandomi un breve resoconto della loro storia. Ma lui non capiva il Persiano, né io la lingua indiana, e quindi alla fine non ci capimmo per nulla”.

Thevenot ci traporta anche all’interno dell’edificio (vedi foto) e ci permette finalmente di iniziare a comprendere l’arte del luogo e la sua architettura. Queste sarebbero state studiate in maniera compiuta e dettagliata per la prima volta solo con l’arrivo dell’Ottocento, durante la prima fase del colonialismo britannico in India.

CONTINUA…

 

 

 

 

Figura 3. Il il Kailāśanātha di Ellorā visto in tutta la sua potenza quale tempio-montagna, interamente scavato nella roccia. Si notano “l’obelisco” menzionato dal viaggiatore francese Thevenot e in basso a destra l’elefante in pietra, oggi purtroppo corroso dal tempo. Copyright © G. Dubbini Venier.
Figura 4. Pellegrini hindū nelle grotte di Ellorā. Copyright © G. Dubbini Venier.

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