Capitolo 2

Percorsi storici. A cura di Monica Guidolin

 

Nascita dell’“India moderna”, il declino del colonialismo, l’Indipendenza.

Mutiny of Indian Sepoys. La riconquista di Lucknow da parte dei soldati britannici in una incisione dell’epoca

Nel decennio successivo alla rivolta del 1857-1858, il sistema coloniale britannico in India assunse quelli che sono in genere considerati i suoi lineamenti definitivi e governò senza avere a che fare con oppositori interni o esterni che, in qualche modo, rappresentassero una potenziale e sia pur remota sfida alla sua apparente onnipotenza.

Oggi grazie al vantaggio prospettico che ci viene dal fatto di vivere in un’epoca storica posteriore, è invece chiaro che l’insieme di trasformazioni che caratterizzarono i decenni fra la fine degli anni Sessanta del 1800 e la prima guerra mondiale segnarono l’avvio di un cruciale processo di mutamento nella storia indiana.

Aspetti economici

All’indomani della grande rivolta del 1857, la politica del governo dell’India era fermamente condizionata dal perseguimento di un insieme di fini imperiali. I due più importanti erano:

–          il mantenimento di un esercito completamente pagato dai contribuenti indiani, che potesse essere liberamente utilizzato per difendere e, eventualmente, per allargare i confini del potere imperiale britannico in Asia e nel mondo;

–          l’attuazione di una politica economica che garantisse campo libero alla vendita dei manufatti industriali britannici in India e facesse dell’India un’esportatrice di materie prime e, in particolare, di derrate agricole, in modo da poter pagare per le importazioni inglesi;

Vi era poi un terzo obiettivo chiave che, a ben vedere, non era che l’aggiornamento del vecchio imperativo del regime della Compagnia di pagare i dividendi ai propri azionisti. Il nuovo raj della Corona, infatti, era gravato dall’impegno di pagare al Tesoro britannico le cosiddette home charges (“i costi della patria”, dove la patria era naturalmente la Gran Bretagna). A sua volta, il nucleo principale delle home charges era costituito dal debito contratto per liquidare gli azionisti al momento della soppressione della Compagnia delle Indie e da quello accumulato dalla stessa Compagnia, in ultima analisi, per conquistare l’India.

Sempre dalla fine degli anni Sessanta, entrarono in gioco due elementi al di fuori delle capacità di controllo del governo indiano. Il primo fu rappresentato dal declino a livello mondiale del valore dell’argento rispetto a quello dell’oro. Dato che la rupia indiana era basata sull’argento, mentre la sterlina britannica era basata sull’oro, la diminuzione del valore dell’argento rispetto all’oro comportò la parallela ascesa del costo in rupie delle home charges (che dovevano essere pagate in sterline). Si trattò di un declino costante che continuò fino a quando, nel 1899, anche la rupia venne basata sull’oro. A partire dagli anni Ottanta a ciò si aggiunse l’acutizzarsi della concorrenza fra le varie potenze imperialiste, impegnate a spartirsi ciò che restava dell’Asia e dell’Africa. Tutto ciò comportò l’espansione quantitativa e il miglioramento qualitativo di quello indispensabile strumento dell’imperialismo britannico che era l’esercito indiano.

Alla disperata ricerca di nuove risorse, il governo dell’India si sforzò, da un lato, di rendere più efficiente la propria macchina amministrativa e, dall’altro, di escogitare nuove forme di tassazione che non corressero il rischio di suscitare reazioni violente da parte dei sudditi indiani. Il risultato netto di queste strategie non fu tanto quello di risolvere il problema che si era voluto affrontare, quanto quello di ristrutturare lo stato indiano in modo da farlo assomigliare sempre più ad uno stato moderno.

La riforma dello stato coloniale incominciò ad essere attuata soprattutto a partire dall’inizio degli anni Settanta del 1800 e si estrinsecò a due livelli. Il primo comportò sia la decisione di infittire la presenza a livello di distretto, sia quella di sottoporre almeno i quadri superiori della burocrazia subordinata ad un più rigido controllo da parte dei vertici coloniali.

Il secondo comportò la nascita, accanto alla branca della burocrazia, di dipartimenti quali quello dell’industria e del commercio, quello della promozione dell’agricoltura, quello dei lavori pubblici, quello           della tutela delle foreste, quello della tutela della salute pubblica, quello della promozione delle cooperative di credito. Questo complesso processo di riforma burocratica comportò esso stesso un aggravio di spesa, contribuendo ulteriormente a spingere lo stato coloniale sulla via di una maggiore imposizione fiscale.

In sostanza le riforme istituzionali in corso dagli anni Sessanta aumentarono in maniera radicale la capacità d’intervento dei vertici dell’apparato coloniale nelle realtà locali, gettando, come si è detto, le fondamenta di uno stato di tipo moderno, destinato, da quel momento in avanti, a svilupparsi e irrobustirsi.

Aspetti politici

La nascita dello stato moderno in India, avviata dal regime coloniale negli anni Settanta, fu caratterizzata da una differenza fondamentale rispetto ad analoghi processi in Europa. In Europa, infatti, la graduale centralizzazione dello stato era stata accompagnata da un processo di omogeneizzazione della società che, anche se non in tempi brevi e anche se non sempre in modo inequivocabile, finì per portare al rifiuto di attribuire i diritti e i doveri dei cittadini in base a categorie sociali o etnico-religiose. L’affermazione fatta dalla Francia rivoluzionaria dell’uguaglianza dei singoli cittadini di fronte alla legge aveva rappresentato una svolta cruciale e decisiva in questo processo, già in corso da moltissimo tempo. In India, invece, la linea di tendenza fu in senso radicalmente differente. A partire dalla fine della grande rivolta, infatti, il governo coloniale incominciò una serie di indagini sulla composizione sociale dei propri sudditi, disaggregandoli in base a categorie quali l’appartenenza religiosa e castale. Questo processo culminò nel 1871 con l’introduzione di rilevazioni censuarie decennali, che classificavano gli abitanti dell’India secondo criteri di appartenenza religiosa e castale. A questa disaggregazione dei sudditi indiani in categorie castali e religiose si accompagnò una politica volta ad orientare il processo di reclutamento e di promozione nell’ambito della burocrazia coloniale secondo criteri religiosi e castali. Questo processo venne giustificato come necessario a tutelare i gruppi più deboli. In realtà esso era chiaramente rivolto a dare alla classe dirigente coloniale gli strumenti conoscitivi necessari a dividere i sudditi indiani in gruppi che potessero venire messi in concorrenza fra di loro.

A livello del processo di modernizzazione culturale vi fu il movimento di riforma delle maggiori tradizioni religiose indiane, la critica di una serie di costumi sociali e l’espansione delle istituzioni educative volte a diffondere una cultura di tipo moderno, caratterizzata dall’accettazione del pensiero scientifico e della rielaborazione del pensiero politico, economico e sociale propri dell’Occidente. Si trattò in tutti i casi di una serie di attività alla cui origine vi era la necessità di acquisire gli strumenti intellettuali per affrontare la conclamata ed esibita superiorità dell’Occidente cristiano nei confronti della cultura e delle religioni indiane. A sua volta, quest’azione era vista dagli intellettuali indiani come la premessa e la giustificazione alla rivendicazione dei diritti di cittadinanza che erano stati promessi a tutti i sudditi dell’impero anglo-indiano, indipendentemente dalla razza e dalla religione dei singoli. In prosieguo di tempo, quando divenne chiara l’indisponibilità del raj britannico a concedere il pieno godimento di tali diritti di cittadinanza, gli intellettuali indiani s’impegnarono sia nei primi tentativi di plasmare una moderna idea di nazione indiana, sia nell’elaborazione di una sofisticata critica economica dell’imperialismo britannico in India.

Si assistette ad un periodo di riforma religiosa e sociale, che in verità erano percepite come due facce della medesima medaglia. Quasi tutti i riformatori sociali s’impegnarono nelle riforme sociali in quanto considerarono la loro realizzazione come il necessario biglietto da visita che avrebbe permesso agli indiani di rivendicare la propria capacità – e quindi il proprio diritto – di autogovernarsi. Nel periodo in esame, il movimento di riforma venne a focalizzarsi sulla necessità di migliorare la posizione sociale della donna indiana. Le donne erano le vittime principali del matrimonio in età prepuberale, un uso universalmente diffuso fra gli indiani che si riconoscevano nella tradizione hindu. Il movimento a favore delle vedove e i dibattiti ad esso connessi continuarono negli anni seguenti, finché, negli anni Ottanta, prese quota uno scontro ideologico di assai maggior ampiezza e infinitamente più aspro. Questo verteva sul problema del matrimonio tra infanti.

All’interno del processo di mutamento culturale in corso negli anni dal 1870 alla fine della prima guerra mondiale ci fu l’espansione del sistema d’istruzione in lingua inglese, grazie soprattutto allo sforzo di molti indiani che vi contribuirono con le loro capacità organizzative e con i loro contributi finanziari. Le prime tre moderne università indiane erano state fondate dagli inglesi a Calcutta, a Madras e a Bombay. Accanto alle università statali vi fu poi la nascita, ad opera di privati, di due istituzioni universitarie di tipo particolare: la prima istituzione tecnica a livello universitario, l’Indian Institute of Science di Bangalore (stato del Karnataka) e la prima istituzione universitaria indiana riservata alle donne a Pune (stato del Maharashtra), la Srimati Damodar Thackersey Indian Women’s University.

Gli sviluppi culturali che segnarono la fine del 1800 rappresentano una vera e propria rivoluzione culturale. Si trattò, però, di una rivoluzione caratterizzata non solo da indubbi e importanti aspetti positivi, ma da una serie di debolezze, di limiti e di aspetti negativi. Uno storico indiano ha giustamente notato che “non appena un’associazione riformista veniva creata, subito veniva fondata un’organizzazione ortodossa per opporla”. E, in effetti, il periodo delle riforme vide il parallelo risorgere dell’induismo “ortodosso”, cioè tradizionalista, un risorgimento che trovò espressione sia nella creazione di una serie di associazioni, sia nello svilupparsi di movimenti spontanei come quelli che si diffusero negli anni Novanta nelle Province Unite, con il fine di impedire la macellazione delle vacche. Gli stessi movimenti riformisti ebbero la tendenza a sopravvivere e ad espandersi nella misura in cui perdevano l’iniziale slancio riformista e si omologavano ai movimenti tradizionalisti. Questa omologazione portò alcuni movimenti riformisti a mettere in secondo piano la critica dell’induismo tradizionale e a difenderne molti aspetti a fianco dei movimenti tradizionalisti. Questa difesa dell’induismo assunse, nella maggior parte dei casi, aspetti di sempre più accesa islamofobia. Il fatto che ai movimenti di riforma si contrapponessero movimenti ortodossi era vero anche nel caso dell’islam. I movimenti di riforma – in interazione con i movimenti tradizionalisti – determinarono un processo di cristallizzazione per cui, entro la fine del secolo, incominciò ad emergere con chiarezza l’idea che l’induismo, nonostante le sue persistenti variazioni interne, rappresentava un blocco unico, rigidamente differenziato rispetto all’Islam.

Se esaminiamo la società indiana di questo periodo nel suo complesso diviene chiaro che ci troviamo di fronte ad una società che, dopo la brutale contrazione economica sperimentata durante la prima metà del secolo, era ormai caratterizzata da una situazione di ristagno e dal prevalere di classi sociali tradizionalmente conservatrici. A prima vista, il principale mutamento economico del periodo in esame può apparire lo sviluppo di una moderna industria indiana e, nel corso del XX secolo, la sua diffusione in molte altre regioni del Nord dell’India. Questo comportò la comparsa della classe operaia e, a Bombay e ad Ahmedabad, della moderna classe imprenditoriale indiana. Tuttavia lo sviluppo dell’industria moderna non alterò in maniera significativa un’economia prevalentemente agraria. Le classi sociali egemoni continuarono quindi ad essere formate dai grandi proprietari terrieri, dalle caste contadine dominanti a livello locale e dai mercanti/mediatori che si occupavano della commercializzazione della produzione agricola. (cf. costruzione ed espansione della rete ferroviaria).

Il Congresso

Prima del 1920, il Congresso rimase in sostanza ciò che il suo nome implicava, cioè un congresso, tenuto in città diverse, in genere con scadenza annuale, durante le vacanze di Natale. A esso prendevano parte sia i delegati di associazioni, sia membri che partecipavano a titolo personale. Formalmente, le decisioni del Congresso venivano prese democraticamente, attraverso la presentazione, discussione e approvazione di mozioni su varie questioni. La carica di maggior prestigio e influenza all’interno del Congresso era quella di presidente. In questa prima fase, quindi, il Congresso era essenzialmente una debole confederazione di associazioni locali. Queste ultime funzionavano anche da Comitati provinciali del Congresso. Nonostante un’organizzazione rudimentale, essa rappresentò un gigantesco passo in vanti rispetto al passato. Pian piano cominciò a delinearsi una moderna ideologia nazionalista che venne basata su due punti principali:

–          la critica economica del legame di dipendenza coloniale dell’India nei confronti della Gran Bretagna;

–          la concezione di una moderna idea di nazione indiana.

Le masse indiane erano prevalentemente rurali e, alla fine del 1800, la loro situazione era, in genere, caratterizzata da grande povertà. Certamente questo era anche il risultato dello sfruttamento coloniale, ma, come si è visto, fra i beneficiari del sistema vi erano gruppi privilegiati – in particolare latifondisti e grandi mercanti – che solo eccezionalmente erano inglesi. Per la leadership del Congresso, quindi, farsi interprete in maniera seria delle esigenze delle masse contadine significava contrapporsi in prima istanza alle classi privilegiate indiane. Ora, il problema era che i nazionalisti indiani erano intellettuali d’origine borghese, appartenenti a gruppi castali elevati, nella cui cultura d’origine esisteva una forte enfasi sulla società come un insieme organico e che, infine, per quanto, in genere, appartenenti a famiglie non particolarmente ricche, erano tuttavia dei privilegiati, se paragonati alle grandi masse di contadini poveri. Secondo i nazionalisti, quindi, la via da seguire per migliorare la situazione delle masse era duplice:

–          la prima consisteva nel passaggio del governo in mani indiane;

–          la seconda era quella di fornire alle masse strumenti di auto-elevazione, anche economica, mediante programmi d’appoggio.

Per la prima volta la vecchia leadership moderata venne sfidata da una nuova corrente politicamente assai più radicale. Ben presto, a causa delle loro posizioni politiche, i membri della nuova corrente vennero ad essere indicati – sia dai loro avversari indiani, sia dagli inglesi – come gli “estremisti”. Si tratta di una designazione forse impropria, ma che in un secondo tempo, venne largamente adottata dagli storici. In realtà la leadership estremista era, dal punto di vista sociale, la copia conforme della leadership moderata. Nell’uno e nell’altro caso si trattava di esponenti delle nuove professioni, soprattutto giornalisti e avvocati. L’intransigenza politica degli estremisti era accompagnata da una timidezza nell’ambito delle riforme socio-economiche non diversa da quella dei moderati: anche gli estremisti, quindi, si trovarono di fronte alla difficoltà di mobilitare un adeguato seguito di massa. La via d’uscita da questa impasse venne da loro cercata nell’utilizzo politico dell’induismo. Essi, cioè, fecero ricorso ad un linguaggio politico caratterizzato da metafore e da parole d’ordine tratte dalla tradizione religiosa indù. Così, ad esempio, l’India venne identificata con la dea madre della tradizione indù e le festività religiose divennero il momento in cui gli ideali del nazionalismo erano predicati alle masse.

L’errore più grande perpetrato dagli estremisti del Congresso fu il fatto che fecero coincidere in maniera via via più esplicita l’appartenenza alla nazione indiana con l’appartenenza all’induismo, definito a volte come religione, a volte come “civilizzazione”. La storia dell’India venne quindi concepita come storia degli indù e, fin da subito, la storia delle monarchie musulmane in India fu categorizzata come storia di un seguito di dominazioni straniere.

Il duello triangolare Raj – Congresso – Lega, e l’idea di Pakistan

 

In India, gli anni della seconda guerra mondiale videro un duello triangolare fra i vertici politici britannici, il Congresso nazionale indiano e la Lega musulmana. Il principale giocatore da parte britannica fu Churchill (primo ministro dal 1940 al 1945), il cui obiettivo fu da un lato quello di rimandare ogni cambiamento costituzionale alla fine della guerra e, dall’altro, quello di non precludere la possibilità che, anche in futuro, l’Inghilterra continuasse a mantenere un qualche tipo di controllo politico sull’India.

L’obiettivo del Congresso era invece quello dell’immediato raggiungimento della completa indipendenza dell’India e, ovviamente, il mantenimento della sua unità.

Infine vi erano Jinnah e la Lega musulmana che rappresentavano non solo una parte della popolazione indiana assai più ridotta di quella rappresentata dal Congresso, ma, organizzativamente, nonostante tutti gli sforzi di Jinnah, essa continuava a rimanere una struttura assai più debole del Congresso. Egli adottò due strategie:

–          da un lato cercò di realizzare una solida alleanza tattica con il raj;

–          dall’altro la scelta per la Lega musulmana di un obiettivo (apparentemente chiaro), sia ai seguaci, sia ai suoi avversari. Questo consisteva nella realizzazione di uno o più stati indipendenti per i musulmani indiani, in base all’idea che i musulmani indiani costituivano non una minoranza, bensì una nazione.

L’idea di creare un Pakistan a maggioranza musulmana fu pubblicamente articolata da Jinnah per la prima volta sul “Time and Tide” di Londra del 19 gennaio 1940. Il leader della Lega sosteneva che l’India era abitata da una molteplicità di “razze”, le quali “così diverse per origini, tradizioni e modi di vita come le nazioni dell’Europa”. Jinnah sottolineava soprattutto come indù e musulmani fossero “in effetti due nazioni, esponenti di due distinte e separate civiltà”. Queste idee trovarono conferma nella mozione di Latore (24 marzo 1940) nella quale veniva esplicitamente rivendicato il fatto “che quelle aree in cui i musulmani sono numericamente in maggioranza, come nelle zone nord-occidentali e nord-orientali dell’India, dovrebbero essere raggruppate per costituire degli stati indipendenti”. L’idea di una nazione musulmana ebbe fin da subito successo, anche perché, al di là delle argomentazioni storiche, sociologiche e antropologiche su cui era basata, aveva il vantaggio della semplicità. Come tale, si prestava mirabilmente a diventare uno slogan politico capace di mobilitare le masse e difficile da contestare in maniera semplice e diretta, a livello di dibattito politico.L’indipendenza dell’India (e del Pakistan) venne raggiunta su uno sfondo di tragedia, mentre la guerra civile in Punjab raggiungeva il culmine e anche Delhi minacciava di precipitare nel caos. Tuttavia, il raggiungimento dell’indipendenza rappresentò il conseguimento di un obiettivo per cui moltissimi indiani avevano lottato e sofferto per anni, e, nella testimonianza di un illustre storico indiano, “un’esperienza indimenticabile, anche per qualcuno che era allora un bambino”.

 

Bibliografia

M. Torri, Storia dell’India, Edizioni Laterza, 2000

S. Wolpert, Storia dell’India, Bompiani, 1998.

P. Spear, A History of Infia, volume two, Penguin Books, 1978.