…ci sono molteplici prove scientifiche di contatti incrociati fra l’India e la cultura greca sostanzialmente attraverso le dinastie greco-persiane che seguirono l’impero di Alessandro. Pertanto è plausibilissimo che greci si fermarono in India formando comunità. Purtroppo non vi sono prove specifiche certe di queste, ma soprattutto in relazione alla spedizione di Alessandro si sa che il grosso dell’esercito prese la direttiva di ritorno opposta alle montagne (verso la costa, fatta eccezione di un più esiguo corpo di spedizione che si diresse in Afghanistan). Infine, anche se fosse, pare assurdo che questa sparuta minoranza, di cui mi segnalavi il pezzo, non si sia nei secoli e nei millenni mescolata col resto delle popolazioni montane e, quindi, in sintesi mi pare assurdo dire che gli abitanti di quel villaggio siano i diretti discendenti dei generali dell’armata greco-macedone…

Da Emanuele: avevo chiesto a Stefano Beggiora un parere sulla fondatezza dell’ipotesi sollevata dai ricercatori indiani, dichiarandomi piuttosto scettico sulla possibilità di trovare i discendenti di Alessandro Magno, o dei suoi uomini, in un piccolo villaggio himalayano. A parer mio la pelle chiara, i lineamenti ‘europei’ (ma cosa significa?) e gli occhi chiari non giustificano la discendenza dal grande condottiero macedone. Ne sono tanto più convinto dopo essere stato in Kashmir, dove gran parte della popolazione ha tratti somatici del tutto simili a quelli descritti pocanzi, quindi l’ipotesi potrebbe valere anche per altre aree geografiche… per non parlare dell’Afghanistan o del Pakistan  Settentrionale. Tuttavia, la risposta che ho avuto da Beggiora è andata oltre e a parer mio risulta puntuale e molto interessante, perché ricca di spunti di riflessione. Ecco qui di seguito la sua analisi…

Cari amici,

Alessandro Magno. Battaglia di Isso. Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Alessandro Magno. Battaglia di Isso. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

il tema degli elementi greci in India e dell’avventura di Alessandro è indubbiamente affascinante. Direi che
anche gli indiani hanno sempre nutrito un certo fascino nei confronti di questo condottiero, tanto che fra i nomi di principi – sia di attinenza hindu che di ambito islamico – ogni tanto compare, a fianco dei simboli del leone o simbologie solari, il benaugurante nome di Sikander (Alessandro in versione persiano-hindustana). Direi che il quesito che solleva alla fine Emanuele non mi pare più di tanto rilevante se paragonato a un’intera epoca dove non solo morfologicamente e culturalmente il mondo conosciuto di allora cambiava radicalmente i suoi connotati, ma altresì gli interscambi etnico-linguistici e culturali (pensate alle arti nell’ellenismo) fra la ‘vecchia’ Grecia e l’Oriente erano intensi, costanti e sono attualmente storicamente abbastanza documentati. In altre parole, ci sono le prove, proprio alla caduta dell’impero di Alessandro, di ambasciate e sagace diplomazia fra greci e indiani. I Seleucidi inviavano in India vino greco, fichi e altri frutti che l’India non aveva o comunque erano di scarsa qualità rispetto a quelli del Mediterraneo e del mondo arabo; ma vi sono testimonianze anche del fatto che alla corte Maurya fosse gradita anche la filosofia sofista, tanto per fare un esempio. Immaginare che un gruppo di macedoni o mercenari greco-persiani si siano fermati in una zona dell’Himachal Pradesh può anche essere plausibile, non si tratta di chissà quale scoperta. Se dopo Alessandro i discendenti di Seleuco Nicatore dominarono sulla Siria e l’altopiano iranico, fungendo quasi da scudo alle invasioni dei Parti, non bisogna dimenticare che vi sono testimonianze di colonie greche già dal V secolo nel territorio della cosiddetta Battriana. Questi erano esuli stabilitisi nella zona sotto la protezione dei re achemenidi, ma avevano mantenuto un certo legame culturale con la patria d’origine. La storia ci racconta come queste colonie cercarono di ribellarsi (255 a. C.) ad Antioco III il Grande e come vi furono spedizioni militari che debordarono successivamente dall’Afghanistan all’India (bocche dell’Indo e Punjab). Di fronte a tutto ciò, per quanto suggestivo, credo sia alquanto improbabile che come comunità originaria macedone si sia mantenuta ‘intonsa’ da allora fino a oggi, così come tutte le altre popolazioni dell’India in un modo o nell’altro. La via linguistica non solo non ha portato a risultati di rilievo, ma soprattutto non è più un metodo scientificamente apprezzabile da più 50 anni.
Facendo un passo indietro, parlavo di ‘vecchia’ Grecia in quanto i classicisti spesso vedono nella guerra del Peloponneso (non so se vi ricordate quella fra la lega di Sparta e l’alleanza democratica ateniese) il periodo della decadenza della cultura greca appunto. Vengono meno gli antichi ideali e i valori culturali del classicismo ellenico, come i tratti portanti di un’identità che sostanzialmente ha definito la basi della civiltà occidentale. I puristi infatti vedono nella guerra del Peloponneso niente di più che la prima guerra civile della storia, un bagno di sangue efferato senza senso né fine per oltre 30 anni dal 431 al 404 (altro che opliti e nobile confronto con la barbarie persiana! Altro che confronto fra democrazia e oligarchia!!!). In effetti è vero, da Tucidide abbiamo testimonianza di stermini ed esecuzioni di massa. Eppure è periodo fiorente per commedia, satira e la tragedia greca (ricordando gli anni del liceo, a me fecero imparare a memoria l’Edipo re di Sofocle!). Riassumo questi punti in quanto secondo molti storici questa guerra avrebbe avuto l’effetto di svuotare completamente le casse delle città stato greche e indebolire decisamente la popolazione greca, lasciandola stremata e devastata da pestilenze e carestie, alla mercé di qualsivoglia invasore. Ma soprattutto (anche se qui non è semplice tracciare un denominatore comune) i classicisti vedevano in questo periodo l’orrore di una popolazione che aveva in un certo modo la consapevolezza del proprio grande passato e che viveva una decadenza innanzitutto culturale di fronte a tanti anni di guerra fratricida. Per questo motivo, ma io non sono tanto d’accordo, i grecisti vedono in Filippo e Alessandro una famiglia di predoni senz’arte né parte che dalla selvaggia Macedonia, a capo di una banda di banditi prezzolati, piombano sulle rovine della più illuminata civiltà dell’Occidente antico. Ai miei studenti faccio ricordare solo la data della battaglia di Cheronea perché da un lato mette fine alla Grecia classica che studiammo a scuola, ma dall’altro segna l’inizio dell’avventura greco-macedone di Alessandro (dopo l’assassinio del padre). Questa avventura è destinata a cambiare radicalmente, come dicevo, l’assetto politico e culturale di mezza Asia – non so se siete d’accordo ma è così. Per gli specialisti di India, la faccenda dell’arrivo di Alessandro è interessante non tanto, o solo, per la battaglia con Poro (o Puru), ma perché è la prima data ‘certa’ nella storia indiana. E questo grazie agli storici greci (pensate a Senofonte con tutte le riserve del caso) che spesso seguivano le armate e i leader nelle campagne dell’epoca. Qui, cari signori, si aprirebbe il tema della storia. O meglio queste vicende ci danno come dire il ‘la’ per affrontare il tema della storiografia, il concetto di storia come cronaca (cronologia scientifica) e come idea dello scorrere del tempo: in Occidente e in Asia (nella fattispecie in India). Ora, gli specialisti in materia noteranno che se già c’è una certa differenza fra la storia così come si intendeva ai tempi dell’antica Grecia rispetto ai nostri giorni, è impossibile non notare quanta e quale distanza vi sia fra il medesimo concetto di storia in India e in Occidente. Del resto anche Erodoto, – considerato da alcuni prima di Tucidide il padre della storiografia e che si disse con in suoi racconti sulla Persia avesse potuto ispirare in qualche modo le gesta o la sete di ricchezze di Alessandro –  va preso con le pinze. Come si vede esplicito in Senofonte, c’era sempre l’uso di enfatizzare alcuni aspetti delle spedizioni (tipo il numero dei nemici, le ricchezze nascoste), i vernacolari dei luoghi vanno interpretati e non sempre sono così trasparenti. Per fare un esempio, dopo il Beas il grande confronto che si sarebbe dovuto consumare al tempo e che Alessandro avrebbe probabilmente desiderato era con un sovrano che si diceva governasse su un impero vasto come quello di Persia (tutta l’India) e che gli ambasciatori riportano con il nome grecizzato di Sandrakottos. Sorvolando sui problemi d’attribuzione a presunte opere di Callistene, lo storico di corte di Alessandro, andrebbe ricordato che mentre il grande condottiero era ancora in vita le sue gesta erano già leggenda; altresì le fonti storiografiche a nostra disposizione ci arrivano indirettamente, essendo le primissime andate perdute. Venendo ai più grandi, come appunto Plutarco e Giustino che successivamente riportano le vicende suddette, il nome Sandrakottos (da alcuni in Italia tradotto negli anni che furono con Sandragotto!) è assolutamente interessante. Pare evidente, anche se gli anni sono quelli dell’ascesa, che le armate greco-macedoni fossero arrivate ai confini dell’impero di Chandragupta. Affascinante, anche se le prove scientifiche non sono alla fine così ‘pure’. E c’è tutto un corpus di tradizioni e leggende fra noi e l’India che vorrebbero spiegare come mai arrivato alle ‘Colonne d’Ercole’ d’Oriente, l’India appunto, Alessandro si fosse fermato. Ci fu un gruppo di fedelissimi, fra cui un generale (Koinos) che era il braccio destro di Alessandro, che votò per il rientro in Persia dell’armata, anche contrariamente il parere dello stesso Alessandro. Non fu proprio una rivolta anche se i tratti divennero aspri in quel frangente, ma Alessandro cedette. La versione più poetica vorrebbe che Ulisse stesso fosse apparso in sogno al condottiero che, svelandogli l’India, lo iniziasse al tema del ‘nostos’ (il ritorno… ricordate l’Odissea di Omero?). Ma tornando alle vicende storiche, anche se non sappiamo bene i motivi che mossero Alessandro in tutte le sue decisioni, grazie ai successivi storiografi greci e latini sappiamo di armi, di elefanti, di come si combatteva. Abbiamo la prima testimonianza della pratica della Sati delle vedove. Abbiamo note molto precise sulla geografia dei luoghi e come sappiamo che l’armata attraversò il Beas e sostanzialmente che per giungere in direzione della valle dell’Indo avessero scelto la via dei passi montani, sappiamo altresì che la via di ritorno era lungo la costa, nello stretto passaggio fra il mare e il Sind. Tra l’altro questa è la prima direttiva d’invasione nel 711 delle armate arabe umayyadi in India. Di questo sappiamo grazie al celebre Futu’hu-l Bulda’n di al’Bila’duri che ci riporta alla prima conquista del Sind, per chi abbia passione per i testi arabi di storia. Lo sottolineiamo in quanto le porte d’accesso all’India, fossero vie carovaniere o d’interesse militare, sono da sempre state tema di importanza centrale per il Subcontinente.
Quindi a mio avviso non c’è testimonianza storiografica, per quello che conta, che ufficiali greci avessero preso la direttiva himalayana dopo l’impresa di Alessandro. A parte la nota del fatto che un corpo di spedizione minore- per quello che vale – comandato dal generale Cratero se non erro avrebbe preso la direttiva di Arachosia (si tratta di Kandhahar? Non saprei dirlo al momento..) per ricongiungersi con Alessandro successivamente. Ma se la ‘storiografia’ greca ci suggerisce il fatto che Alessandro avrebbe potuto essere stato sedotto da leggende secondo cui oltre la Persia e in Egitto vi sarebbero stati deserti i cui granelli di sabbia erano d’oro, è riportato anche il chiaro intento di conquistare l’universo intero per esportare la cultura greca nel mondo. Dai discorsi alle falangi di Macedonia agli ideali di Filippo II il tema sembra essere sempre il medesimo e ci testimonia una probabile megalomania del grande condottiero. Ovvero si delinea comunque il chiaro intento, che qui goffamente sintetizzo da indologo e non da grecista, di esportare quella stessa civiltà greca che i classicisti vedevano ormai come irrimediabilmente persa. Quello che conta, a mio avviso viene dopo, ovvero le reali ricadute del cosiddetto ‘sogno’ di Alessandro che si concretano nell’amalgama artistico-culturale dei regni minori che presero forma dopo la sua morte e la caduta dell’impero che in pochi anni era riuscito a conquistare e unificare. Sappiamo che i territori si divisero fra i suoi generali; paradossalmente nei volumi di storia così come fra gli esperti e i fanatici di tattiche e battaglie dell’antichità, in genere tali successori sono dipinti a tinte infelici. Mollaccioni nella maggior parte dei casi, ma comunque sempre privi di quella tempra che aveva contraddistinto il loro leader, essi furono incapaci di tenere unito nel tempo anche un singolo pezzo di quell’impero che Alessandro Magno era riuscito conquistare con tanto valore. Non posso ovviamente trovarmi d’accordo con tali visioni, poiché una faccenda è la guerra e la conquista, un altro paio di maniche è tenere unito un pezzo sconfinato di Persia sotto l’onda crescente delle invasioni in quello specifico periodo storico (da est e da nord gruppi nomadi, tribali organizzati o meno, Sciti, Parti a cavallo, senza contare le insurrezioni locali e l’incipiente presenza dell’impero romano). Alludo al periodo dei cosiddetti Seleucidi, a cui accennavamo prima, per quanto riguarda i rapporti con l’India, un gruppo che avrebbe veramente potuto costituire un impero fiorente, ma che finì – non troppo presto comunque – a scomparire dalla storia e, inspiegabilmente troppo spesso dai nostri libri di storia. Alludo dunque a Seleuco I Nicator  e dei suoi più o meno capaci discendenti. L’India come dicevamo intrattenne rapporti con queste dinastie miste greco-persiane inaugurando un periodo, un insieme di tendenze culturali, artistiche, soprattutto più che letterarie, che gli storici dell’arte chiamano appunto Ellenismo. L’arte del Gandhara nasce in questo contesto e questo è un ramo in cui l’Italia vanta validi studiosi, grazie anche al governo pakistano che ha permesso ai nostri specialisti in tema di ricerca di operare nel territorio. E quindi statue del Buddha con fattezze greche, forse più rozze, ma un punto d’unione fra la mistica, il simbolo e i canoni dell’estetica classica ‘nostra’. Se non erro poi, a parte Buddha, ci sono delle raffigurazioni gandhariche che mostrano un Kartikeya ellenistico di indubbia affinità con un Alessandro gandharico, come più ci piace definirlo, figure deificate del grande condottiero macedone.
E comunque come dicevamo, non va neppure dimenticato che se molti regni/imperi dell’India antica vissero un periodo di relativa tranquillità fu proprio per la presenza di questi regni/stato cuscinetto greco-indiani che assorbivano la forza d’urto di tutte le tendenze centrifughe di mezza Asia. Vorrei fra tutti ricordare il fiorente periodo di Menandro di Battriana. E comunque in un regno così vasto credo che già al tempo venisse progressivamente meno il DNA greco-macedone a favore della componente ‘etnica’ persiana, laddove proprio arte e influenze culturali di provenienza mediterranea viaggiavano per la maggiore. Alla fine le armate di Alessandro erano composte da un numero non esorbitante di soldati e cavalieri, ma erano divisi in unità disciplinate e governate da un genio tattico sopra le righe. Come nell’antica Roma si reclutava il personale in loco, i greco-macedoni della prima spedizione in India alla fine erano veramente pochi, probabilmente solo gli ufficiali che comandavano armate di composizione asiatica. E comunque l’esercito di Sikander era comunque poca cosa, se confrontato solo alle falangi della guerra del Peloponneso, o alle forze di Dario, Cambise, Serse etc. E poca cosa ancora se confrontate alle forze che schierò il grande Ashoka nel periodo di espansione del suo impero tanto verso l’antica Taxila (che aprì le sue porte a Alessandro per evitare il massacro) quanto nella guerra contro i Kalinga in Orissa (c’è anche un famoso film di Bollywood con S. Khan e la Kapoor!)
In conclusione, di fronte a tutto ciò, mi sembra effettivamente irrilevante il fatto che una piccola tribù vanti la discendenza diretta da uno sparuto gruppo di generali di Alessandro. Voglio ricordare che ci sono paesi o minoranze nel Mediterraneo presso cui si parlano dialetti locali molto simili ancora al greco antico. Interessante, no? Linguisticamente intendo. Adesso vedremo i risultati di queste prove del DNA, tuttavia qualsiasi queste siano non credo ci sarà da gridare al miracolo.

Lasciandovi qualche indicazione bibliografica, interessanti sono dei vecchi studi di Mario Bussagli, sull’arte del Gandhara (Le civiltà dell’Oriente e l’arte del Gandhara per la UTET 1984) e in più c’è un suo vecchio volume che si intitola ‘Indica et Serindica, scritti di storia dell’arte dell’India e dell’Asia Centrale’ (Bardi ed. 1992). Inoltre, mi sembra il caso di suggerire Louis Renou, ‘L’Induismo’, della Xenia (1994) e ‘L’Inde Classique’, di Adrien Maisonneuve, in 2 vols. Infine segnalo G.N. Banerjee, ‘Hellenism in Ancient India’, ed. Butterworth, Calcutta, (addirittura del 1920!); qui si narra degli scambi osmotici fra l’India e la Grecia appunto nel periodo post alessandrino attraverso i greco-battriani o le dinastie greco-persiane dei Seleucidi di Seleuco Nicator. I riferimenti si sprecano anche se talvolta il testo va un po’ sopra le righe, trovando prestiti nelle scienze, nella medicina, nell’astronomia e non solo nella religione e nel mito (e nell’arte questo va da sé). Infine il periodo storico è trattato in maniera avvincente nel manuale ‘Storia dell’India’ di Michelguglielmo Torri edito da Laterza.

Sperando di non avervi annoiato, vi mando un saluto…
A presto!
Stefano