Frontiers Reimagined: Art That Connects Us44 artisti e 25 paesi a Venezia per la Tagore Foundation International  di Gianni Dubbini

Frontiers Reimagined - banner
Frontiers Reimagined, a Venezia dal 9 maggio 2015. Palazzo Grimani.

Venezia, dal 9 maggio al 22 novembre 2015. La mostra che in questi giorni di Biennale veneziana è stata aperta nella maestosa cornice del cinquecentesco Palazzo Grimani, pur non essendo una retrospettiva a tema unico dedicata al Subcontinente indiano, ha ricchissime connessioni con l’eredità culturale ed artistica dell’India. La mostra è curata da un personaggio d’eccezione, Sundaram Tagore, direttore della Tagore Foundation International, importante organizzazione culturale con sedi sparse nel mondo (New York, Hong Kong e Singapore) fondata nel 2006. Organizzata nell’ambito della 56a Biennale d’Arte, con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Polo Museale del Veneto, è coordinata a Venezia con il supporto di Mario di Martino e dello Studio Antonio dal Ponte. Per questa mostra, la Tagore Foundation International ha selezionato quarantaquattro artisti che hanno affrontato nelle loro opere il tema della condivisione dell’arte contemporanea attraverso un superamento delle convenzionali barriere culturali e nazionali in relazione ai cambiamenti prodotti nell’età della globalizzazione. Nipote di Rabindranath Tagore, celebre poeta, intellettuale e artista, Sundaram ha reso chiara fin dagli esordi quale doveva essere la sua missione. Continuare l’eredità culturale per un dialogo globale dell’arte e della cultura ai più alti livelli era stata la volontà espressa dall’antenato premio Nobel. Rabindranath Tagore (1861-1941), proveniva da una famiglia dell’alta società di Calcutta e visse cavallo tra XIX e XX secolo. Nell’epoca dei colonialismi, fu la prima figura di intellettuale indiano a superare la dicotomia tra Oriente e Occidente per promuovere il dialogo e lo scambio tra culture, ottenendo nel 1913 il primo Premio Nobel per la letteratura. Tale titolo non era mai stato raggiunto prima da un non-occidentale. L’eredità culturale di Rabindranath Tagore, promossa dal nipote, è resa esplicita, all’ingresso della mostra, dalla presenza di un busto in bronzo che rappresenta la sua nobile e magnetica figura dalla lunga barba. Questa scultura accoglie i visitatori, assieme al suono ipnotico di un gong ispirato agli strumenti a percussione balinesi e progettato dall’artista americano Aaron Taylor Kuffener, assieme a dei ritratti di R. Tagore in compagnia di Einstein e ad alcuni suoi dipinti. Il rifiuto di una prospettiva etnocentrica e soprattutto europeo e americano-centrica, è un sentimento che accompagna il visitatore per le sale dell’ultimo piano di palazzo Grimani per tutto l’itinerario della mostra. Le installazioni di uno dei maestri della Pop Art americana, Robert Rauschenberg (1925-2008), dialogano con le cascate virtuali del giapponese Hiroshi Senju e con gli straordinari e minuti assemblaggi calligrafici (Aggregations 8, 15, 12) del coreano Chun Kwang Young. Per quanto riguarda il Subcontinente indiano, il concetto di “frontiere re-immaginate” – che dà il titolo alla mostra-, è particolarmente ben interpretato. L’India, in questa mostra, appare più come uno stato mentale, un soggetto che viene esplorato in un discorso culturale che travalica i confini nazionali degli artisti e delle loro opere.

Kenro Izu, Agra # 43, India, 2008
Kenro Izu, Agra # 43, India, 2008

Se le tele intagliate a mano dai colori sgargianti dell’indiano Sohan Qadri (1932-2011) esplorano temi classici della filosofia tantrica, delle meditazioni degli yogi e delle riflessioni degli asceti, la meravigliosa fotografia del giapponese Kenzo Izu (classe 1949), che rappresenta il Taj Mahal di Agra avvolto in una nebbia di luce bianca, riesce ad evocare le atmosfere del pittore romantico tedesco Caspar Friedrich.

Sebastiano  Salgado, Churchgate Station, Bombay, from the series Migrations, 1995
Sebastiao Salgado, Churchgate Station, Bombay, from the series Migrations, 1995

In una stanza contigua, il caos della Church Gate Station di Bombay, fotografata da Sebastião Salgado, viene interpretato come un incessante flusso migratorio dove gli abitanti della megalopoli indiana sembrano tutti vestiti di bianco. Del resto, Salgado, ha dedicato una vita intera di reportages a documentare il grande impatto che la globalizzazione ha avuto sull’umanità nei più diversi paesi. Di fianco a Salgado, nella tela di Lee Waisler dei “Five in the World” (2014), il viso occhialuto e sorridente del Mahathma Gandhi osserva lo spettatore, al fianco di Einstein e di Aung San Suu Kyi. Particolarmente rivelatore all’interno di questa mostra è il lavoro dell’inglese Olivia Fraser, che vive e lavora in India dal 1989. L’opera della Fraser dal titolo “I am the Moon” riprende antiche tecniche calligrafiche del Rajasthan delle città di Jaipur e Udaipur in epoca Moghul, traendone una sintesi personale estremamente suggestiva.

Olivia Fraser, I am the moon, 2014
Olivia Fraser, I am the moon, 2014

Come ci ha rivelato in una conversazione svoltasi durante la mostra, il suo lavoro, dal 2003, si basa sulla messa in pratica del processo creativo della miniatura indiana ma con l’obiettivo di accedere ad un altra dimensione più interiore, attraverso un processo di meditazione. L’opera mette insieme visione interiore e spirito astratto ed è stata paragonata a quella del russo Kazimir Malevich e ai lavori dei Suprematisti. La creazione pittorica avviene tramite l’utilizzo di minuscoli pennelli pika su di una carta particolare di nome wasali che viene selezionata dagli artigiani di Jaipur. Tecnicamente, l’immagine viene costruita attraverso un processo meditativo con lievi pennellature impostate su uno schema geometrico in un processo che può durare anche interi mesi. L’artista, che aveva iniziato negli anni ’80 con una tecnica di pittura ad olio, una volta trasferitasi a Delhi con il marito, lo scrittore William Dalrymple, ha seguito le tracce del suo antenato James Baillie Fraser, pittore orientalista britannico del XIX secolo che aveva documentato monumenti, paesaggi e personaggi dell’India coloniale. Inizialmente, l’acquerello a soggetto indiano era per lei una sorta di processo identificativo, tipico della cultura inglese dei viaggiatori. Attraverso i procedimenti della miniatura, il suo lavoro si è straordinariamente evoluto in un’adesione all’arte e alla cultura indiana superando le barriere culturali dello straniero che vive in India e acquisendo una forte valenza contemporanea.      Gianni Dubbini ha conseguito la laurea in Storia dell’Arte e Archeologia Orientale presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. I suoi interessi sono focalizzati sui temi della storia culturale e dei viaggi in Asia in età moderna e contemporanea. Sta attualmente svolgendo una tesi di PhD in Storia delle Arti presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

4 Responses to "Venezia. Frontiers Reimagined: Art That Connects Us. Di Gianni Dubbini"

Leave a Reply

Your email address will not be published.