Una mostra a New York celebra il reportage del grande fotografo francese

di Gianni Dubbini

Situato nel quartiere di Chelsea nel cuore di Manhattan, il Rubin Museum è un’istituzione conosciuta per le sue collezioni di arte asiatica, soprattutto della regione dell’Himalaya. Sono custoditi al suo interno importanti oggetti di arte tibetana, nepalese e indiana, disposti secondo un display innovativo e multisensoriale.
Fino al prossimo 29 gennaio 2018 “The Rubin”, come viene chiamato dai newyorkesi, ha deciso però di rompere gli schemi espositivi di antiquaria orientale con l’obiettivo di catturare una maggiore attenzione da parte del grande pubblico. Lo ha fatto attraverso la celebrazione del ‘sommo sacerdote’ della fotografia del Novecento: Henri Cartier-Bresson (1908-2004).

Fig. 1. New York, Rubin Museum, l’ingresso della mostra Henri Cartier-Bresson: India in Full Frame. © R. Carol/Rubin Museum.

La mostra Henri Cartier-Bresson: India in Full Frame è stata allestita nella sala del quinto piano. Attraverso le fotografie originali, i magazine, i poster e l’oggettistica dell’epoca, viene ricostruita una delle esperienze visive più originali (e meno ricordate) del maestro francese. Si tratta del reportage svolto in India durante i drammatici avvenimenti Post-Indipendenza. Fu un momento di capitale importanza per la storia del Novecento e costituisce il fulcro concettuale di questa mostra. Gli echi e le conseguenze di questi eventi, documentati dal fotografo e dalle sue immagini, risuonano ancora oggi con potenza nel mondo a noi contemporaneo.

Il 15 agosto del 1947, durante il mandato dell’ultimo viceré britannico delle Indie, Lord Louis Mountbatten, il Subcontinente indiano venne diviso in due stati moderni: India e Pakistan, il primo di religione induista e il secondo di fede musulmana. Ha inizio una delle più drammatiche ordalie della storia. Milioni di profughi vengono costretti al ricollocamento e assaltano disperati i convogli ferroviari diretti da Delhi a Lahore. La brutalità degli scontri tra Indù e Musulmani non risparmia donne, anziani, bambini e fuori casta. Tutti vengono costretti dalla geopolitica a uno snaturamento forzato della loro condizione umana. È la moderna e apocalittica “Partizione” dell’India.
Per Mohandas Karamchand Gandhi, padre dell’uscita non-violenta dal dominio inglese, creatore del movimento di disobbedienza civile Quit India, la fase successiva al ’47 mostra il fallimento di una lotta politica. Una lotta che era indirizzata a un obiettivo comune: la liberazione dal giogo coloniale. Nonostante il raggiungimento dell’indipendenza, gli eventi stavano prendendo una direzione diversa, con caratteristiche sempre più riconducibili a una guerra civile.
Il senso di fallimento e l’età avanzata spinsero il “Mahatma” (“la Grande Anima”) a un ascetico digiuno condotto con la speranza di fermare le indicibili sofferenze di quello che fino a un anno prima era un unico popolo che conviveva in un unico continente.
Questi eventi coincidevano con il desiderio di un fotografo francese di uscire da un genere attraverso la ricerca di una nuova forma espressiva.

Nello stesso anno dell’indipendenza indiana, Cartier-Bresson aveva fondato a Parigi assieme ad altri veterani come David “Chim” Seymour, George Rodger e soprattutto il celebre corrispondente di guerra Robert Capa, l’Agenzia Magnum. Questa si ispirava a un preciso programma che mirava a rinnovare le forme della rappresentazione fotografica. Il nuovo corso era stato già reso esplicito pochi anni prima grazie alle straordinarie fotografie di Capa del D-Day pubblicate per la rivista Life.
Seguendo il cambiamento perseguito dalla Magnum, Cartier-Bresson avrebbe cercato in India qualcosa che può essere riassunto in una singola espressione coniata dall’autore: l'”istante decisivo”. L’individuazione di quel momento effimero, ma dalla potenza espressiva dirompente, diventa un imperativo nella testa del fotografo. Quel momento imperscrutabile poteva essere catturato solo tramite un’attrezzatura nuova, estremamente leggera, che offre un’altra parola chiave: LEICA. Una macchina fotografica tascabile che poteva essere trasportata a tracolla all’interno di una robusta custodia di pelle, permettendo movimenti essenziali in mezzo a assembramenti di folla, spostamenti repentini e possibili colluttazioni. Un dispositivo nuovo che custodiva all’intero dei suoi componenti meccanici delle lenti ottiche pionieristiche. Queste permettevano una sensibilità alla luce senza precedenti, che poteva essere impressa sul nastro della pellicola.

 

Fig. 2. New York, Rubin Museum, interno della mostra. Nella teca di vetro la Leica utilizzata in India da Cartier-Bresson con la sua custodia in pelle. © R. Carol/Rubin Museum

Poco prima della sua partenza per l’India, Capa persuase Cartier-Bresson ad abbandonare quel genere umanista di “fotografia di strada”, dal forte gusto per la composizione geometrica che lo aveva reso famoso. Lo aveva esortato a dedicare i suoi sforzi artistici alla creazione di un nuovo tipo di immagini, più vicine al reportage e alla realtà in presa diretta. “You have to be more of a photojournalist… Get moving!” (“Devi fare più il fotogiornalista… datti una mossa!”), così disse il veterano di guerra all’inesperto collega. Riecheggia in queste parole la celebre convinzione di Capa: “se la tua foto non è abbastanza buona, vuol dire che non sei andato abbastanza vicino”.

Dopo il suo arrivo nel Subcontinente con la compagna giavanese, la danzatrice e poetessa Ratna Mohini, Cartier-Bresson otterrà un lasciapassare dal Ministero dell’Informazione indiano che gli permette di scattare fotografie pressoché ovunque nel paese. Direzione: Delhi. È proprio nella nuova capitale dell’India moderna che la mostra del Rubin e il viaggio per immagini di Cartier-Bresson ha inizio.

Una volta giunto in India egli sapeva che non sarebbe stato l’unico fotogiornalista presente. Avrebbe dovuto infatti ingaggiare una competizione per il miglior negativo con una delle più agguerrite e celebrate reporter americane del suo tempo: Margaret Bourke-White.
Nata nel Bronx, classe 1904, era stata l’unica fotografa straniera presente in Russia durante l’invasione nazista. Nel suo curriculum di reporter poteva vantare di essere sopravvissuta a parte della guerra in Nord Africa, alla campagna alleata in Italia e all’esplosione di un siluro a bordo di una nave nel Mediterraneo, dopo aver trascorso una notte e un giorno a bordo di una scialuppa di salvataggio. Lo staff della rivista Life l’aveva soprannominata “Maggie The Indestructible” (“Maggie l’indistruttibile”). Due anni dopo aver pubblicato le sue foto strazianti dell’appena liberato campo di concentramento nazista di Buchenwald, la Bourke-White era arrivata in India.
Si era aggiudicata nel ’46 la copertina di Life con la celebre foto di Gandhi seduto a gambe incrociate mentre legge con a fianco un arcolaio, l’oggetto-simbolo della resistenza civile indiana contro il dominio coloniale. Lo staff femminile le permise di fotografare il grande leader solamente dopo aver imparato con le sue mani l’uso dell’arcolaio. Così la Bourke-White non si perdette d’animo e iniziò a maneggiare lo strumento, apprendendone ben presto il funzionamento. Durante gli incontri e le interviste, il Mahatma l’aveva soprannominata in maniera bonaria “la torturatrice” a causa dell’uso costante del flash che la fotografa utilizzava per meglio catturare l’immagine dell’uomo che aveva cambiato per sempre l’India moderna.

In quei mesi a cavallo tra il 1947-48 la missione di entrambi i fotografi era quella di immortalare Gandhi durante il suo digiuno per la pace. Cartier-Bresson lo incontrò per la prima volta a Delhi fotografandolo nella sua dimora-quartier generale di Birla House, pochi attimi dopo aver rotto il digiuno, mentre detta un messaggio alle sue collaboratrici. Lo incontra nuovamente alcuni giorni dopo in visita al santuario musulmano di Merhauli della parte sud di Delhi, nei pressi del celebre Qutb Minar.
Il 30 gennaio del ’48, verso le quattro del pomeriggio, il fotografo incontrerà Gandhi brevemente. Sarà l’ultima volta. Circa novanta minuti dopo che Cartier-Bresson era stato congedato, la folla si avvolse attorno al Mahatma. Come ricorda il trentaduenne vice-console americano Herbert Reiner Junior, “appena Gandhi e il suo entourage avevano raggiunto il giardino, diverse centinaia di persone si erano raccolte intorno al Mahatma: ragazzini, membri delle forze armate, uomini d’affari, santoni, sadhu e venditori di foto, affollavano il luogo”. Spinto dal desiderio di vedere meglio la scena fuori dall’ostruzione della folla, il diplomatico nota qualcosa di strano. Scorge una persona gridare a Gandhi in maniera insolente: “sei in ritardo, Gandhiji”. L’insulto viene ricambiato da un’occhiata di disapprovazione da parte del Mahatma. Pochi secondi dopo un altro uomo, un nazionalista indù di trent’anni di nome Nathuram Godse si avvicina. Godse militava nelle file del partito d’azione indù del RSS (Rāṣṭrīya Svayamsēvaka Saṅgha) che si ispirava agli ideali fascisti e nazisti e si opponeva violentemente alla presenza musulmana in India, un partito che continua tristemente ad ispirare molte delle posizioni ideologiche dell’attuale governo indiano.

Fig. 3. Henri Cartier-Bresson, Gandhi mentre detta un messaggio a Birla House poco dopo aver interrotto il digiuno, Delhi, India, 1948. © Henri Cartier Bresson/Magnum Photos.

Improvvisamente Godse estrae dal vestito color khaki una Beretta M1934 e apre il fuoco, colpendo Gandhi più volte. Sono le 17:19.
La nipote Manuben sorregge l’anziano leader esanime avvolto nella sua tunica bianca, ora profusamente ricoperta di sangue. Lo stringe a sé cercando un primo soccorso. Nel frattempo Herbert Reiner era riuscito con un guizzo a immobilizzare l’assassino, che viene immediatamente arrestato. A parte la reazione repentina dell’americano, l’atteggiamento della folla circostante fu di inspiegabile shock e di paralisi. Molti concordano che le ultime parole del Mahatma furono: “Hei Ra…ma! Hei Ra…!” (“Oh.. Dio..! Oh Dio..”).
Nessun fotogiornalista era presente agli istanti dell’assassinio di Gandhi. Né la Bourke-White, né Cartier-Bresson riuscirono a testimoniare per immagini quel terribile evento.

Dopo aver appreso la tragica notizia, entrambi si precipitarono a Birla House con la macchina fotografica in mano. La prima ad arrivare fu la Bourke-White, ovviamente, che si era rapidamente ripresa dallo shock e aveva raggiunto il luogo dove il corpo del leader giaceva sopra un semplice materasso di paglia, circondato dai famigliari.
Le viene accordato il permesso di assistere alla veglia funebre con la ferrea clausola di non scattare fotografie e di non portare con sè una macchina fotografica. Ne aveva però una nascosta nei vestiti e una volta entrata, la tira fuori di soppiatto e inizia a scattare. Il bagliore accecante del suo flash irrompe in quel luogo di morte e profonda devozione spirituale. I presenti si infuriano per l’atteggiamento irrispettoso della fotografa e per la sua mancanza di sensibilità. Le confiscano immediatamente la fotocamera, la aprono e con forza distruggono la pellicola con le immagini appena scattate. Margaret Bourke-White è costretta a lasciare Birla House.
Il giorno seguente, Cartier-Bresson decide di provare ad avvicinarsi alla veglia funebre del Mahatma. Con la sua piccola Leica dall’obiettivo 35 millimetri, rigorosamente senza l’uso del flash, riesce a scattare alcune foto. Sono istanti unici e di straordinaria intimità.

Fig. 4. Henri Cartier-Bresson, La folla sugli alberi mentre attende il passaggio del funerale di Gandhi nei pressi del fiume Sumna. Delhi, 1948. © Henri Cartier Bresson/Magnum Photos.

Molti anni dopo il maestro avrebbe ricordato: “siamo destinati ad arrivare come intrusi: è fondamentale dunque avvicinarsi al soggetto in punta di piedi, senza sgomitate e spintoni”. Il risultato è la celebre foto del corpo cereo, senza vita, di Gandhi a un giorno dalla sua morte. La salma è avvolta in un telo bianco che copre le ferite ma lascia scoperto il torace. Tutto è ricoperto di fiori. Le donne sono completamente avvolte nei loro sari. Una delle presenti fissa l’obbiettivo. L’atmosfera è raccolta e risuona di preghiere e devozione. Si percepisce un senso di intrusione di un momento sacro, una foto che non poteva essere di fatto scattata, ma che grazie al rispetto e alla pazienza è stata impressa ugualmente. Il maestro è riuscito a rappresentare discretamente ma “da vicino” il non-fotografabile, l’arcano, la lenta uscita metafisica dell’anima dal corpo.
Poche ore dopo, sempre senza l’utilizzo del flash, il francese fotografa il primo ministro della nuova India Jawaharlal Nehru mentre sta annunciando a una folla in lacrime con un’espressione sconvolta, il volto segnato dalle occhiaie, le seguenti parole: “la Grande Luce si è estinta”. L’immagine è mossa. La luce dei lampioni si confonde con le ombre della folla e sembra colpire con i suoi raggi il politico indiano. Nehru sembra quasi un fantasma. Le tenebre avvolgono l’atmosfera.

I giorni successivi videro le cerimonie per i funerali del Mahatma. Una folla di milioni di indiani segue la salma che da Delhi venne trasportata verso le rive del fiume Yamuna per la cremazione. Cartier-Bresson continua a seguire imperterrito l’evento. La folla lancia fiori e si accalca arrampicandosi dove possibile, sugli alberi, sui lampioni pur di scorgere, anche solo per un attimo, l’uomo che aveva ispirato con il suo credo un’intera nazione. L'”occhio del secolo” (soprannome che è stato dato dai critici al maestro) si avvicina, si avvicina sempre di più, lasciandosi andare al ritmo ipnotico della folla. Dall’altra parte di quel caos, la Bourke-White lotta pure lei per cercare di produrre alcuni scatti d’insieme del funerale con una prospettiva panoramica dall’alto in basso. Troverà finalmente un camion sul quale si potrà arrampicare per scattare un’immagine con maggiore libertà. Vi sale con la sua attrezzatura ma viene poco dopo spinta giù dagli occupanti indiani.  Bresson continua invece imperterrito, sempre da una prospettiva terrestre. Si mimetizza nel caos, si lascia andare spinto dal vortice. Così facendo arriva all’obiettivo finale, per rivelare l’ultimo “istante decisivo” davanti alla pira funebre di Gandhi. Avvolte nel fumo le prime fiamme vengono alimentate e incominciano lentamente a lacerare la carne. Cartier-Bresson si avvicina con la sua fotocamera quasi fino a toccarle, quasi a bruciarsi dalla combustione generata dal corpo del Mahatma.

È durante questi istanti sconvolgenti che la sua macchina fotografica cattura l’espressione sovrannaturale, il volto carico di dolore e passione del segretario personale di Gandhi: Brij Kishen. Egli fissa nella sua immagine lo sgomento prodotto dal fuoco proveniente dal corpo del grande leader.
Sullo sfondo di quell’immagine devastante il medico personale del Mahatma cerca in un tentativo pressochè impossibile di placare la folla che continua ad accerchiare e ad agitarsi attorno alla pira, spinta dal fervore devozionale, cercando di toccare quel fuoco.
Più vicino, più vicino possibile a Dio, che è diventato in quegli istanti fissati sulla pellicola, uomo, fuoco, energia, cenere, nazione, morte e rinascita.

Fig. 5. Henri Cartier-Bresson, La folla al corteo funebre di Gandhi mentre si avvicina al luogo prescelto per la cremazione, Delhi, 1948. © Henri Cartier Bresson/Magnum Photos.

 

 

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.