– Seconda Parte –

A differenza delle grotte di Ajanta a lungo dimenticate e poi “riscoperte” nel 1819 durante una battuta di caccia alla tigre condotta dal capitano inglese John Smith, dei favolosi monumenti di Ellorā non si è mai persa completamente la memoria.

A cavallo tra Settecento e Ottocento la stretta della rapace East India Company si stava chiudendo sempre più rapidamente sull’India; un complesso scacchiere geopolitico, caratterizzato da abusi di potere, conquiste e violenza. Questi andavano però di pari passo con la conoscenza storico-artistica dei monumenti del paese che stava diventando sempre più metodica ed empirica. Artisti e studiosi inglesi si diedero un gran da fare per sollevare il velo di mistero e di ignoto che ancora avvolgeva le vallate a nord-ovest di Aurangabad con le loro antichissime grotte scolpite. Nonostante le visite dei pionieri dei secoli precedenti, i territori del Mahārāṣṭra erano ritornati ad essere “terra incognita” dell’India centrale.

Grazie a tecniche di pittura e di rappresentazione dei monumenti all’avanguardia per l’epoca, gli inglesi avrebbero iniziato una nuova stagione di studi. Tra i vari artisti britannici in India  – come William Hodges, Tilly Kettle, Thomas e William Daniell (rispettivamente zio e nipote) – spettò una posizione di tutto rispetto. I Daniell viaggiarono a lungo nel subcontinente raffigurando in meravigliose vedute acquerellate alcuni dei suoi principali monumenti. Essi non ebbero però modo di visitare personalmente le grotte di Ellorā durante il loro “Grand Tour orientale”. Per questo, vi erano delle ragioni precise.

A fine ‘700 un viaggio all’interno del Mahārāṣṭra poteva essere molto pericoloso per dei civili: la zona faceva parte dei territori controllati dalla dinastia hindū dei guerrieri Marāțhā, acerrimi nemici della East India Company. Nel 1792 un ufficiale britannico di nome Robert Mabon era stato catturato dai Marāțhā mentre disegnava delle grotte vicino a Pune, accusato di spionaggio e tenuto ostaggio per molti giorni dentro una grotta, liberato solo in seguito a complesse trattative diplomatiche.

Per quanto riguarda la rappresentazione artistica dei monumenti di Ellorā, i Daniell avrebbero avuto un debito molto importante nei confronti dell’artista scozzese James Wales (1747-1795). Nel 1794 Wales era riuscito a condurre con successo una spedizione a queste grotte disegnandone le architetture. Sarebbe però morto di malattia dopo aver visto le grotte di Khaneri vicino a Bombay, lasciando incompleta la sua raccolta pionieristica di disegni archeologici. Fu proprio grazie a quelle illustrazioni che i Daniells sarebbero riusciti a raffigurare, una volta ritornati in Inghilterra, alcuni dei più importanti templi di Ellorā (tra cui il tempio Kailāśanātha) in splendide acquetinte a colori (Foto 1). Queste combinavano l’accuratezza nella rappresentazione al gusto cosiddetto “pittoresco” che andava di moda nell’Inghilterra di Giorgio III.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, la Gran Bretagna sarebbe diventata la prima potenza economico-militare a livello mondiale. Dopo quasi un secolo di abusi e conquiste ai danni del Subcontinente e dopo i terribili eventi del Mutiny del 1857 (per molti indiani la prima guerra di indipendenza), la sregolata compagnia multinazionale East India Company verrà assorbita dal governo britannico. L’Inghilterra era diventata ormai a tutti gli effetti padrone del destino dell’India, definita sotto il regno della regina Vittoria, “il gioiello della corona”: fu l’inizio effettivo del Raj.                          

Alla conquista coloniale così consolidata, era anche arrivato il momento di produrre il primo studio sistematico e fotografico dei monumenti di Ellorā.

Fig. 1. Di Thomas e William Daniell. Veduta pittoresca del tempio Kailāśanātha di Ellorā tratta dalla loro collezione di vedute e acquetinte sull’India Oriental Scenery (1795). Collezione Privata.

Questo primato spettò allo storico dell’architettura scozzese James Fergusson (1808-1886). Fergusson ebbe modo di visitare e di descrivere nella sua opera The Rock-cut Temples of India (1864) il tempio Kailāśanātha quale “monumento di eccezionale magnificenza: la più notevole se non la più straordinaria tra le architetture scavate nella roccia di tutta l’India”. Il sacro vimāna colpì in particolar modo l’attenzione dello studioso in quanto monumento di straordinario interesse, e dall’originale design, da lui considerato un chiaro segno dell’appartenenza al genere architettonico del sud dell’India. Essendo un edificio costruito secondo i precetti architettonici dello stile dravidico esso risulta essere oggi l’unico edificio mai costruito in India dalla dinastia dei Rāṣṭrakūṭa secondo lo stile meridionale. Interessante il fatto che Fergusson non ne attribuisca però significati interpretativi legati all’idea del Kailāśanātha come “tempio-montagna” o come ri-creazione del cosmo himalayano.

Fig. 2. Il vimāna del Kailāśanātha fotografato nell’opera di Fergusson The Rock-cut Temples of India, 1864, London, J. Murray (Collezione Privata).

 

Fig. 3. Veduta del complesso del Kailāśanātha con sullo sfondo il vimāna che si erge stagliandosi sullo sfondo roccioso. Foto di G. Dubbini Venier ©.

Per arrivare a questa interpretazione bisognerà aspettare circa un decennio, con la pubblicazione dell’opera di un altro studioso scozzese di nome James Burgess, all’epoca direttore dell’Archaeological Survey of India. L’ASI era stato creato nel 1861 con uno statuto voluto dal viceré dell’India Lord Canning il quale aveva incaricato il celebre archeologo Sir Alexander Cunningham – il maggior scopritore dei monumenti buddhisti del paese – a diventarne direttore e “General Surveyor”. Fondato in epoca coloniale, l’ASI è ancora oggi l’istituzione governativa che si occupa del patrimonio culturale dell’India.

Nella sua opera The Cave Temples of India (1877) Burgess propose per la prima volta un nuovo approccio nei confronti delle architetture di Ellorā. Secondo lui, oltre al particolare del vimāna, il sito di Ellorā in generale, poteva offrire un importante esempio di rappresentazione artistico-architettonica del cosmo himalayano. Burgess nella sua indagine si concentrò questa volta non sulla grotta 16 del Kailāśanātha, piuttosto su una grotta situata qualche centinaia di metri di distanza più a nord: la più sconosciuta e misteriosa Grotta 29.

Durante il mio soggiorno a Ellorā volevo a tutti i costi vedere questa Grotta sapendo di alcuni bassorilievi presenti collegati alla rappresentazione del monte Kailash, visti anche a Burgess, che sembravano molto interessanti.

***

Ellorā, Marzo 2016

Nonostante il caldo cocente del pomeriggio decisi di proseguire da solo camminando a nord del Kailāśanātha. Seguii il sentiero scosceso lungo le rocce che costeggiavano le falesie affacciate sulla vallata e la piana sottostante, piegando poi con una curva a perdita d’occhio verso l’orizzonte. Mi accorsi finalmente di quanto vasto fosse il sito: era qualcosa di impressionante.

Alcune scimmie scambiavano balzi ed effusioni tra le rocce. Il canto degli uccelli e il ronzio delle vespe nei loro alveari a stalattite che sovrastavano i monumenti si stavano facendo sempre più ipnotici. Nonostante gli alveari se ne stessero stracolmi, quasi minacciosi, in maniera pericolante proprio sopra al naso dei visitatori, nessuno si decideva a rimuoverli. Incuriosito dalla questione, chiesi a una guardia forestale in uniforme seduta annoiata su un muretto se “per caso non fossero pericolosi”. Egli rispose con tutta tranquillità alla mia “strana” domanda: “Sir, non si preoccupi, non cadranno. Sono sacri, non si possono toccare”.

In quei giorni il clima era particolarmente secco e piacevole e in quel momento della giornata io ero l’unico visitatore, essendo vicina l’ora della chiusura del sito. Mi sentivo però ancora pieno di energie, entusiasta di vagare liberamente tra le varie grotte.

Dopo alcuni giri a vuoto, finalmente avevo trovato la grotta che stavo cercando. Il cartello sbiadito recitava: “CAVE n. 29”. L’entrata era semplicemente colossale, composta da quattro massicce colonne destinate a tenere in piedi l’intera struttura di pietra, scavata per decine di metri dentro il basalto vulcanico. L’accesso era composto da una decina di gradini divisi da due grossi leoni sorridenti, nello stesso stile del maṇḍapa del Kailāśanātha. Entrando in questa sala buia, magnetica, scorsi sulla destra, tra un brivido di gioia e un sospiro di sollievo, quello che stavo da tempo cercando. Era un immenso bassorilievo, alto almeno due volte più di me. Mi avvicinai per guardarlo meglio.

Avevo davanti a me una scena composita, monolitica ma elegante, molto ben rappresentata dallo scultore che l’aveva eseguita quasi 1500 anni fa. Si vedevano diverse figure umane anche se in realtà si trattava di figure divine: nell’immagine centrale di grandi dimensioni un giovane uomo ingioiellato indossava un copricapo intarsiato di pietre preziose mentre abbracciava una figura femminile dai fianchi slanciati, sensuali e curvilinei. Erano il dio Śiva e la sua consorte Pārvatī seduti sul monte Kāilash del Tibet e contorniati da diverse divinità in festa e da alcuni nani. Esattamente sotto di loro notai una figura a più braccia, decisamente più minacciosa. Era il demone Rāvaṇa che secondo i sacri testi hindū aveva osato disturbare l’eterna quiete della coppia divina che aveva scelto il Kāilash come luogo per la loro eterna pace e contemplazione dell’universo. Lo si riesce a vedere perché con grande maestria lo scultore ha scelto di raffigurare il bassorilievo includendo una sezione che fa vedere l’interno della montagna: le misteriose cavità, del sacro Kāilash.

Fig. 4. Ellorā, interno della grotta 29, dettaglio che mostra Śiva e Pārvatī sul Kailash mentre il demone Rāvaņa disturba la loro quiete scuotendo dal basso la montagna. Foto di G. Dubbini Venier ©.

Mentre ammiravo il gruppo scultoreo che di certo aveva colpito l’attenzione dello stesso James Burgess fui visto dalle guardie del sito che mi obbligarono ad uscire  immediatamente dalle grotte.

Senza averlo pianificato, il giorno seguente trovai un altro bassorilievo raffigurante Śiva e Pārvatī nel Kāilash dentro al grande complesso del Kailāśanātha (foto 5). Mi sembrava  molto più plastico e meno statico di quello della grotta 29, ma soprattutto questa era per me l’ennesima prova del fatto che l’intero sito di Ellorā avesse continui rimandi alla geografia e mitologia himalayane.

Tornai quindi nella mia camera d’hotel e mi misi a studiare meglio la questione su quei pochi libri che mi ero portato in viaggio.

Fig. 5. Ellorā, Grotta 16. Situato nei pressi del Kailāśanātha questo rilievo offre una scena simile a quella della grotta 29 raffigurando con maggiore dinamismo Śiva, Pārvatī e Rāvaņa nel contesto del sacro monte Kailash. Foto di G. Dubbini Venier ©.

***

Il primo passo decisivo per approfondire l’influenza himalayana nell’arte indiana venne compiuto nel 1924 da uno studioso di nome Ernest Binfield Havell (1861-1934). Storico dell’arte di grande fama, nonché preside del prestigioso Calcutta College of Art, Havell era famoso soprattutto perché nei suoi scritti negava l’importanza dell’artista indiano, convinto che l’estetica hindū si basasse soprattutto sul concetto dei modelli stilistici piuttosto che sulla rappresentazione. Con l’uscita del suo ultimo lavoro della sua lunga carriera The Himalayas in Indian Art egli in qualche modo dovette prendere le distanze da queste sue iniziali convenzioni.

The Himalayas in Indian Art è uno studio fondamentale per interpretare l’arte e l’architettura di Ellorā seguendo l’ipotesi del Kāilash quale “centro del mondo”, ed è il primo in assoluto a toccare queste tematiche nel contesto dell’India coloniale.

Così scrive Havell,

«Mentre il visitatore percorre il sentiero, tempio dopo tempio, monastero dopo monastero […] arriverà al Kailash stesso: un tempio scintillante ricavato dalla falesia, creato apposta per trasportare il fedele nel santuario himalayano del grande dio Shiva. L’intenzione divina fu quella di riprodurre architettonicamente l’esatto aspetto della montagna sacra» (Havell, 1924: 28).

Queste poche righe di Havell erano per me un indizio fondamentale del fatto che il Kailāśanātha di Ellora fosse la rappresentazione del sacro monte Kāilash del Tibet. Ma mi ero anche convinto chi vi erano altri luoghi e monumenti, sempre all’interno del sito di Ellorā (tra cui il rilievo himalayano della grotta 29) che rimandavano chiaramente al Kāilash.

Non mi restava che visitarli per mettere assieme i pezzi del mio puzzle.

 

 

[CONTINUA…]

 

Fig. 6. Interno della Grotta 29 di Ellora con pellegrino hindū. Foto di e Copyright, G. Dubbini Venier ©.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.