A cura di Monica Guidolin

Cenni introduttivi

Orissa - Calcutta 918 - Copia (2)
Bhubaneshwar, Orissa. Foto di Monica Guidolin.

Il tempio hindu va concepito come un’entità multipla, tanto dal punto di vista simbolico quanto da quello strutturale: è riflesso dell’universalità e, allo stesso tempo, corpo e dimora della divinità. In India la costruzione di un’opera architettonica religiosa è considerata un’arte che ha per scopo l’elevazione dello spirito: così il tempio indiano appare quale supporto di una realizzazione interiore e, pertanto, pervaso da un complesso simbolismo che offre vari livelli di lettura, ognuno dei quali è punto di partenza di molteplici prospettive.

Innanzitutto esso è la ricostruzione di un luogo sacrale, nel quale viene magicamente trasferito il centro ideale dell’universo e dove avviene la comunicazione fra il piano materiale-terreno e quello sottile-trascendentale. Questo centro, motivo base dell’architettura sacra indiana, è anche immaginato – secondo un’idea molto antica e ampiamente diffusa – come un asse verticale, “l’axis mundi”, che attraversa i cieli, la terra e i regni sotterranei. Questo pilastro cosmico coincide con il centro del mondo e tutto ruota attorno ad esso. Secondo la cosmologia puranica, è rappresentato come una montagna a gradini decrescenti. Nell’architettura del tempio, questa montagna sacra è rappresentata dalla torre (shikhara: picco), che si erge direttamente sopra la piccola cella del garbhagriha, il sanctum sanctorum. La cella, solitamente a base quadrangolare, è il cuore della montagna, la caverna delle origini, il grembo della Madre Terra – come suggerisce il nome stesso, garbhagriha, che significa “la dimora dell’embrione”- dove il luminoso principio divino dimora avvolto dall’oscurità.

 

Le tecniche architettoniche

Tempio n. 17, Sanchi, Madhya Pradesh.
Tempio n. 17, Sanchi, Madhya Pradesh. Foto di Monica Guidolin.

Se consideriamo come punto di partenza dello sviluppo dell’architettura in India il tempio n. 17, presso il sito di Sanchi, ci si potrà render conto fin da subito che, tale costruzione, – come il tempio Jandial presso il sito di Taxila -,  presenta una struttura estremamente semplice composta da una piccola cella interna e un prònaos (Vedi foto). Questo tempio, di epoca Gupta ( dinastia che regnò nell’India settentrionale a partire dal 320 d.C. fino al VII secolo d.C.), può essere considerato l’erede di costruzioni precedenti, hindu, buddhiste, jaina, le quali, costruite con materiali deperibili non sono riuscite a giungere fino ai nostri giorni. I più antichi templi pervenutici sono, infatti, di epoca gupta, durante la quale, secondo le testimonianze di viaggiatori cinesi, il paese poteva contare  numerose opere, tra le quali sontuose abitazioni, monasteri e edifici religiosi.

A partire da questo periodo, canonicamente denominato “classico”, si ha l’elaborazione di due tipologie di architettura con caratteristiche peculiari, nonostante siano inevitabili le variazioni regionali o la commistione degli stili: con drāvida s’intende lo stile tipico dell’India meridionale, caratterizzato dalla torre-santuario a forma piramidale, con nāgara quello dell’India settentrionale, dalla torre curvilinea. Ai due se ne associa un terzo, vesara, (dalla copertura cilindrica) interessante sintesi fra nord e sud. Nei trattati di architettura, gli shilpashastra, netta è la distinzione tra i tre stili.

In generale, mentre la pianta doveva rispondere essenzialmente ai bisogni cultuali, i tetti rappresentavano la vera difficoltà per architetti e tagliatori della pietra: nelle costruzioni a base lignea si poteva ottenere con una certa facilità la volta a botte, elemento che in questo nuovo tipo di costruzioni è difficile da realizzare dando vita a delle coperture piatte, come illustrato dai primi esempi risalenti al V secolo. Per riprendere ancora una volta a modello il tempio gupta di Sanchi, si potrà notare come la struttura, piccola, dalle modeste dimensioni, presenta una pianta rettangolare (7 metri x 4) dove la cella (garbhagriha) è preceduta da una sala (mandapa, il greco prònaos) con massicci pilastri che sostengono il tetto. Solitamente, l’apertura che conduceva alla cella era costituita da due pilastri inseriti nel muro a formare una sorta di cornice, e i pilastri erano compositi, quadrati alla base con il fusto ottagonale terminante con un capitello a forma di campana, eredità della dinastia Maurya, e sormontato da un blocco quadrato scolpito con leoni seduti a coppia. Dato che tra la cella e il mandapa esiste un dislivello, la copertura è separata, mentre i muri, pieni senza aperture, sono praticamente senza decorazioni.

A questo primo modello di tempio, se ne aggiunse ben presto un altro, leggermente più elaborato che fece la sua comparsa tra la fine del V e gli inizi del VI secolo. Il modello di riferimento ci è dato dalla città di Aihole (stato del Karnataka), dove si assiste alla comparsa di una cella quadrata al centro di una sala più grande in modo da avere tra le due un corridoio (pradakshināpatha); le prime finestre sono delle forature su ciascun lato dei muri esterni e su due lati della cella interna. Sopra la cella persiste una copertura piatta. Di questo periodo sono anche le prime decorazioni scultoree, che, per cominciare, sono concentrate sulla porta di entrata del santuario. Aihole, capitale dei Chālukya (V-VII secolo), presenta un tempio databile fine V secolo che potrebbe essere preso a modello essendo esso una perfetta liaison tra un’architettura antica, scarna e lineare e una architettura posteriore più elaborata: in questo caso, infatti, il santuario appare più allungato, il mandapa ingrandito, in proporzione alla cella, il numero dei pilastri aumenta e la copertura comincia a staccarsi dal modello puramente piatto, introducendo uno sorta di sbalzo centrale, in modo da conferire alla struttura una maggiore leggerezza. Le dimensioni troppo piccole iniziano a non soddisfare più le esigenze del culto, per tale ragione si decide di ingrandire la costruzione, soprattutto con la modifica del tetto: lastre di pietra come basi sovrapposte con un andamento che ricorda una piramide a gradoni. Verso la sommità, si tende a ridurre sempre più la superficie da coprire, ottenendo una sorta di torre. Questa tipologia di copertura, che necessita di solidi sostegni, fece pensare di sostituire i muri della cella con dei pilastri a sezione quadrangolare. In questo modo era più facile alzare il centro dell’edificio, poiché aumentando le dimensioni dei pilastri interni, era più facile inclinare leggermente le placche della copertura.

Durga temple, tardo VII secolo,  Aihole, Karnataka. Foto
Durga temple, tardo VII secolo, Aihole, Karnataka. Foto presa dal web.

Il tempio ad Aihole, dedicato alla dea Durga, realizzato in muratura, è, in verità, la copia di un chaitya buddhista scavato e qui riprodotto in pietra. Del VII secolo, questo tempio presenta una piatta-forma con un portico frontale al quale si accede grazie a scale laterali. Le colonne sono lo strumento di unione tra le decorazioni poste alla loro base e quelle sui fregi, nelle nicchie e nei kudu. Sulla parte posteriore sorge un piccolo shikhara costituito da una torre piramidale a lisca di pesce, del tutto simile al tipico stile del nord, di cui i templi di Bhubaneshvar (Orissa) e di  Khajuraho (Madhya Pardesh) ne sono una straordinaria dimostrazione.

 

Simbologia del tempio

Il significato simbolico del tempio non si esaurisce nella sua identificazione con l’asse del mondo e la rappresentazione dell’universo. Vi è infatti insito nel cosmogramma realizzato nella pietra la reintegrazione nell’unità indivisa dell’essere, secondo la logica della perfetta complementarietà tra macro e microcosmo. Nella costruzione del tempio, gli architetti, nella maggior parte dei casi  brahmani, si pongono come fine ultimo quello di tentare di ricreare la rappresentazione dell’universo seguendo la struttura quadrata del mandala, in modo da ottenere 64 o 81 quadrati (pāda), numeri ottenuti tramite calcoli complessi. Nel diagramma rituale a 81 quadrati, sul bordo esterno prendono posto 32 divinità, che simboleggiano i 28 giorni del ciclo lunare, più i 4 lokapala (guardiani) delle regioni cardinali. Questo disegno cosmologico, nella dialettica e nell’unione dei cicli solari e lunari, esprime il dispiegarsi dell’estensione spaziale, l’avvicendarsi dei cicli del tempo, la gerarchia delle funzioni divine e la manifestazione della molteplicità, nei suoi innumerevoli aspetti. A tal proposito il mayamata (trattato in sanscrito di architettura) ci fornisce la descrizione di 32 diagrammi che presiedono la costruzione del tempio. La scelta del luogo dove sorgerà il tempio non è casuale: generalmente si prediligono luoghi considerati sacri, mèta di pellegrinaggi, solitamente posti sulla sommità di colline o nelle vicinanze di fiumi, perché considerati di per sé già pregni di vibrazione spirituale.

Dietro una scelta così importante, essenziale è la tipologia di suolo dove sorgerà la costruzione, sul quale si fa un tracciato preliminare della pianta. Si seleziona quindi il basamento (upapitha) e si prosegue con la scelta  del luogo del garbha (embrione), dove la cella sorgerà, dimora della divinità tutelare del tempio. In questo luogo (adhisthāna), di solito ad un livello inferiore rispetto alla soglia di entrata al santuario, avviene la fondazione del tempio che consiste nell’offerta di piccoli pezzi di pietre preziose, oro, argento, rame, stagno, piombo, ferro e mercurio chiusi in una cassetta secondo norme precise che possono differire a seconda della divinità alla quale il tempio è dedicato.

A partire dal basamento si elevano le diverse parti (varga) dell’edificio, organizzate attorno al santuario interiore secondo i pāda del piano originale. Accanto alla scelta del luogo, si procede alla purificazione del terreno e si traccia la pianta del santuario secondo il rito dell’orientazione, mediante il quale il tempio diverrà immagine dell’universo, sia in senso spaziale che temporale. Il rito dell’orientazione era noto a molte civiltà antiche. La planimetria di molte città e lo stesso accampamento romano, quadripartito secondo il cardo (asse nord-sud) e il decumanus (asse est-ovest), rispettavano l’antica ubicazione direzionale che si richiamava ad una funzione sacra.  Una volta completata la struttura si eseguono i riti di consacrazione con, parallelamente, il rito dell’apertura degli occhi (nayanonmīlanā) e il dono del soffio (prānapratishthā), necessari per dare vita alla divinità (mūrti).

Il tempio hindu, quindi, a partire da una pianta quadrata si allunga con ambienti che, solo successivamente, si aggiungono al disegno originale. Sopra il garbhagriha si eleva la torre, shikhara al nord, vimāna al sud. Nonostante i testi corrispondenti siano molto dettagliati, è difficile trovare in India edifici che abbiano seguito alla lettera le indicazioni costruttive in essi contenute. L’architetto prende spunto dal testo adattando poi le informazioni a seconda del caso specifico, a seconda della tipologia del terreno o delle esigenze particolari dei sovrani che hanno commissionato e finanziato l’opera. In questo modo c’è spazio perché “l’artista” crei un’opera che risponda a delle esigenze non solo scritte.

Il quadrato ottenuto con il rito dell’orientazione, che delimita la pianta del tempio, prende il nome  di Vāstu-Purusha-Mandala, simbolo grafico del Purusha, l’essere primordiale, dal cui sacrificio ha avuto origine l’universo e che è personificazione dell’universo stesso. Lo straordinario impeto verso il Sé (ātman), ovvero la suprema realtà o sostanza universale (brahman), rappresentato architettonicamente dallo slancio verso l’alto dello shikhara, rivela la funzione “magica” del monumento come luogo di evoluzione spirituale per ognuno e, dunque, di transito (tīrtha) verso la realtà ultima. L’aspetto dinamico del tempio è rappresentato ancora una volta dal rito della pradakshina o circumambulazione del santuario, che permette di partecipare a quel viaggio della coscienza la quale, scoprendo se stessa nella molteplicità delle manifestazioni dell’essere, si reintegra a poco a poco nella chiarezza immota dell’uno-tutto. In virtù di questo rituale, infatti, il fedele, entrando nell’area sacra da oriente – simbolo dell’inizio di ogni cammino – ripercorre in modo allegorico il ciclo solare e rievoca il ritmo dell’universo. Elementi verticali che si riferiscono alla sfera metafisica dell’esistenza, si oppongono ad elementi orizzontali, forme dello sviluppo della manifestazione. In questo modo il fedele acquista consapevolezza dell’asse del mondo e delle infinite forme della suprema realtà che ruotano intorno ad esso. Spesso nei templi shivaiti la facciata nord è generalmente consacrata a Brahmā, quella ovest a Vishnu, quella sud a Shiva, simboleggianti i tre aspetti della manifestazione cosmica: l’emanazione, la conservazione, il riassorbimento.

A partire dal VI-VII secolo d.C., il tempio diviene un punto focale della vita pubblica e un importante centro socio-economico: intorno ad esso gravitano non solo i sacerdoti, ma anche centinaia di dipendenti, quali assistenti dei brahmani, giardinieri, addetti alle pulizie, musicisti e danzatrici (dēva – dāsī). È il punto dove si concentrano tutte le attività umane, luogo delle benedizioni ma anche dei beni desiderabili, centro vitale della città. Da un punto di vista strettamente sociale, fra le numerose attività del tempio, figurano anche importanti iniziative sociali come l’ospitalità offerta in appositi alloggi ai pellegrini di passaggio o il pasto donato ai poveri che, ancora oggi, caratterizza molte strutture templari.

 

Lo stile del nord: il caso dell’Orissa

Esempio di torre nagara, Lingaraja Temple, Bhubaneshwar, Orissa. Foto di Monica Guidolin.
Esempio di torre nāgara, Lingaraja Temple, Bhubaneshwar, Orissa. Foto di Monica Guidolin.

In Orissa la magnifica arte templare presente nella capitale, ci dà modo di vedere l’evoluzione dello stile nāgara. I numerosi templi di Bhubaneshvar ci permettono di cogliere il ruolo di centro religioso della città, scelto appositamente da generosi sovrani che, a partire dall’VIII secolo, governarono con prosperità questi luoghi. Sono numerosi i testi, redatti attorno all’anno 1000, che forniscono preziose informazioni sull’architettura dell’Orissa. I più celebri sono lo shilpa prakasha e lo shilpa bhuvanapradipa, descrivono due grandi tipi di santuario, che si distinguono in particolare per la loro copertura: il rekha a cella quadrangolare e il khakhara a cella rettangolare, solitamente riservato ai templi consacrati alla Shakti, l’energia divina di natura femminile.

A Bhubaneshvar il tempio (deul) si compone generalmente di due sale: la cella (garbhagriha) e il padiglione dei fedeli (jagamohana) che a volte sono separati da un vestibolo.

Una delle caratteristiche più salienti è l’assenza quasi totale di decorazioni all’interno, dove l’esterno invece è riccamente scolpito. Sulla cima c’è una pietra rotonda e dentellata, quasi fosse un cuscino a coste, dal nome āmalaka o amlā, sormontata a sua volta da un elemento a forma di vaso (kumbha), a ricordo del vaso contenente l’amrita, il nettare dell’immortalità. La torre che sovrasta la cella interna, cuore del tempio, raggiunge altezze elevate, spostando verso l’alto il centro della tensione dinamica dell’edificio: gli elementi verticali hanno il sopravvento su quelli orizzontali, catturando l’attenzione del fedele sul vertice del “picco”. Di nuovo è la dimensione metafisica a prevalere su quella materica e di manifestazione cosmica.

Se la torre tende ad innalzarsi sempre più, il tempio si allunga aggiungendo mandapa uniti fra loro da brevi passaggi. Sono numerosi e dalle funzioni diverse, a partire dalla cella abbiamo: shrī – mandir (mandapa della bellezza), jaga – mandir ( sala d’udienza), nāta mandir (sala della danza), bhoga mandir (sala delle offerte). I vari tetti che coprono i quattro ambienti sono a piramide e aumentano man mano ci si avvicina alla cella e, quindi, allo shikhara. L’architetto moderno N.K. Bose, che studiò nel dettaglio questi templi, ci dice che vige una particolare terminologia in corrispondenza delle diverse parti costruttive. I lati della torre presentano delle proiezioni (rātha) che dividono verticalmente la facciata della torre e che, a seconda del numero, prendono una specifica denominazione: tri rātha (tre parti), panca rātha (cinque parti), sapta rātha (sette parti), nava rātha (nove parti). I modelli a tre sono i più antichi.

Come già ricordato, contrariamente a quanto avviene in generale nel resto dell’India, l’interno dei templi dell’Orissa si presenta solitamente spoglio di scultura (eccezione per il Mukteshvara – X secolo), concentrata soprattutto all’esterno degli edifici. Le sculture sono dalle forme sinuose, morbide, ampiamente decorate, testimonianza dell’abilità manuale e artistica degli scultori. L’artista, infatti, è colui che esprime valori universali, che si affida ad una consolidata iconografia, traducendo in immagine ciò che non si può raffigurare, ciò che va oltre le forme. Egli annulla l’individualità per la collettività. Insieme ai coevi templi dell’Orissa, i templi di Khajuraho (X – XI sec., dinastia Candella) segnano l’apogeo dell’architettura templare indiana medievale di tipo nāgara. L’accoppiamento sessuale statuario (maithuna) diviene a Khajuraho un’esasperazione erotica: eccellente esempio di plasticità scultorea tradotta dalla rotazione corporea, con movimenti divergenti delle spalle e del bacino, e dall’effetto della luce che rimbalza sui piani aggettanti. Significato e simbologia dell’atto sessuale – sempre esistiti nell’arte indiana – tali sculture rimandano al momento della creazione, della trascendenza della dualità fenomenica, della manifestazione esteriore dell’energia cosmica e perciò sorgente di flusso vitale.

 

Riferimenti bibliografici

Frédéric, Louis, L’Art de l’Inde et de l’Asie du Sud-Est, Flammarion, Paris, 1994.

Delahoutre, Michel, Lo Spirito dell’arte indiana, Jaca Book, edizione italiana 1994.

 

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