Percorsi artistici. L’India antica

A cura di Monica Guidolin

Cenni introduttivi

Stupa di Sanchi (Madhya Pradesh).
Stupa di Sanchi (Madhya Pradesh).

La grande architettura templare che impiega materiali di costruzione durevoli e resistenti allo scorrere del tempo, risale ad un’epoca relativamente recente, vale a dire ai secoli V-VI° d.C. Nell’India vedica, infatti, come ci narra il greco Megasthene a proposito di come appariva ai suoi occhi la città di Pataliputra (oggi Patna), antica capitale dell’impero Maurya, la costruzione di grandi opere architettoniche impiegava prevalentemente materiale ligneo, di cui, data la sensibilità ai cambiamenti climatici e agli agenti esterni, ne rimangono pochissime tracce, nonché rappresentazioni su bassorilievi in pietra che, spesso, ne sono l’unica testimonianza.

Ricostruzione teorica di una città di inizio secolo dell'era cristiana tratta da un basso rilievo di Sanchi. Immagine tratta da L. Frederic, L'Art de l'Inde et de l'Asie di Sud-Est (Flammarion).
Ricostruzione teorica di una città di inizio secolo dell’era cristiana tratta da un basso rilievo di Sanchi. Immagine tratta da L. Frederic, L’Art de l’Inde et de l’Asie di Sud-Est (Flammarion).

Per tali motivi, ad un certo punto, accanto a questo tipo di architettura, si sentì la necessità di cominciare a costruire su roccia, dando origine a splendidi esempi di grotte artificiali.

Già da epoca molto antica, infatti, è attestata l’esistenza di luoghi di culto, prevalentemente buddhisti e jaina, scavati all’interno di banchi rocciosi. Si tratta in generale di strutture semplici, limitate ad una facciata scolpita nella pietra e ad un’oscura sala interna, contenente nella maggior parte dei casi uno stūpa, negli esempi buddhisti, e un’immagine del Jina, in quelli jaina. Questi santuari rupestri – diffusi soprattutto in Maharashtra, Bihar e Orissa – si ricollegano al concetto simbolico della grotta, quale àlveo della Madre Terra: uno stretto rapporto fra il sacro e il grembo della terra che rimanda al culto della Grande Madre, patrimonio comune a molte antiche civiltà agricole del subcontinente, residenti ben prima dell’invasione Arya.

L’architettura lignea e quella rupestre interagivano fra loro, a volte compenetrandosi, come lo testimoniano le grotte di Bhājā (II°-I° a. C.) e Kārlā (I° sec. d. C.), entrambi siti nel Maharashtra, dove il legno è il completamento della costruzione in roccia.

 

Prima del tempio

Prima del periodo che, canonicamente, è definito come “classico” a proposito della produzione artistica indiana, i materiali utilizzati erano essenzialmente deteriorabili – legno, canne, avorio, terra cruda – che difficilmente resistevano al clima caldo e umido tipico del territorio. I testi antichi ci dicono che, sostanzialmente, i villaggi erano costituiti da capanne e le città da palizzate e fossati con case in legno a più piani il cui modello si tramandò di generazione in generazione senza sostanziali cambiamenti. I testi dei Veda mettono l’accento sulla costruzione d’immensi altari in mattone crudo, edifici religiosi temporanei che dovevano essere eretti seguendo un rito preciso. Case e palazzi erano ornati di pitture o sculture secondo una tradizione decorativa molto antica in India.

Sfortunatamente di tutto questo non rimane nulla, o quasi. Occorrerà attendere alcuni secoli prima che l’evoluzione delle tecniche costruttive permetta agli artigiani indiani di tagliare la pietra, materiale senza dubbio più durevole e resistente alle ingiurie del tempo.

In quest’epoca, la società vedica era in relazioni commerciali con l’Iran e, per via mare, con le popolazioni vicine del golfo Persico e del mar Rosso. Gli indiani esportavano avorio, legno pregiato, indaco, cotone, scimmie, pavoni, e cani fino alle terre della Palestina e dell’Egitto.

Pilastri di Persepoli. Persepoli, Iran.
Pilastri di Persepoli. Persepoli, Iran.

A partire dal V° secolo a.C., Dario I, sovrano della dinastia persiana degli Achemenidi, estese la sua azione ad Oriente, sottomettendo il Gandhara, l’India occidentale e la valle dell’Indo, come narrato dallo storico Erodoto, il quale ci informa che la regione situata tra Kabul e Peshawar, il Panjab e il Sind costituivano la ventesima satrapia del suddetto impero, che prevedeva il pagamento di un tributo ai sovrani persiani e la fornitura di truppe, come illustrato in alcuni bassorilievi di Persepoli. I contatti economici e culturali tra l’India e i paesi del Vicino Oriente erano molto attivi e la moneta persiana era presente in Panjab dove era stata importata facilitando gli scambi commerciali. Una grande parte delle conoscenze astronomiche e scientifiche degli antichi indiani giunse da Babilonia all’India grazie all’intermediario persiano, oltre a schiere di artisti che, soprattutto durante l’epoca dell’imperatore Ashoka (273-231 a.C. circa), giunsero nel subcontinente come autori delle famose “colonne” attribuite al grande sovrano indiano.

Gli elementi artistici persiani presi a modello e riprodotti presso la corte Maurya erano soprattutto i capitelli leonini, le colonne dal fusto più stretto, le figure di animali, nonché la scrittura kharosti, che, derivante dall’aramaico, lingua ufficiale del regno persiano, andava da destra a sinistra.

Indubbia quindi l’influenza artistica e culturale che coinvolse le due parti, nonché la conoscenza da parte degli indiani delle tecniche artistiche ed architettoniche provenienti dalla vicina Persia, anche se i lavori “indiani” dell’epoca non furono mai sufficientemente strutturati e organizzati per intraprendere costruzioni importanti: i sovrani dell’epoca vedica erano spesso in guerra gli uni con gli altri ed è proprio in questo clima d’instabilità politica e in assenza di uno stato centralizzato che nacquero delle nuove ideologie come il Jainismo e il Buddhismo. Tali dottrine sostituirono il rituale vedico e brahmanico con messaggi di pietà e compassione per tutti gli esseri viventi, un pensiero nuovo che avrà modo di svilupparsi anche “artisticamente”. Parallelamente il brahmanesimo, accettando e incorporando culti e divinità indigeni, “materializzerà” dèi vedici e dravidici e proverà il bisogno di rappresentarli, dando origine ad un’arte “hindu” differente.

pilastro ashoka
Esempio di capitello leonino. Vaishali, Kolhua (Bihar).

 

Le più antiche vestigia di città buddhiste sono situate nel nord-ovest dell’India, lì dove i contatti con il Vicino Oriente erano più frequenti e fruttuosi. A Bhir Mound, vicino all’antica città di Takshashila (chiamata Taxila dai Greci) si trovava una grande città, già rinomata come centro politico e culturale all’epoca di Alessando Magno, che tentò di invadere il subcontinente nel 326 a.C. Risalente al V- VI° secolo a. C., questa città era costituita da case in muratura grossolana ammassate senza un ordine ben preciso, i cui tetti erano sostenuti da pilastri fatti con pietre accumulate. La città, probabilmente sotto influenza greca, a partire dal III° secolo fu ricostruita a Sirkap, ma, mentre Bhir non mostra alcun segno di fortificazione, Sirkap, un secolo più tardi, si circondò di un muro di terra. Qui sono stati trovati depositi importanti di ornamenti in oro e in argento, e monete di tipo diverso. La ceramica era di fattura più elaborata rispetto a quella di Bhir, come dimostrano i vasi ritrovati in loco, di diversa forma, muniti di beccucci e di manici.

Nella stessa epoca fu costruito a nord di Sirkap un tempio greco di ordine ionico, il Jandial, con i consueti naós, prònaos e opisthòdomos, e colonne in arenaria rossa; il tempio, posto su una collinetta alta 15 metri, era senza dubbio consacrato al culto zoroastriano. La concomitanza di questi siti nei dintorni di Taxila testimonia come una popolazione mista dimorasse sul sito, praticando culti diversi, buddhisti, parti, greci e persiani.

Nel frattempo nell’est dell’India regni sempre più potenti si erano formati all’epoca del Buddha, in particolare a Rajagriha, la Girivraja dei testi buddhisti, moderna Rajgir, situata sulle colline del sud del Magadha (attuale Bihar), era circondata da un bastione di pietre accatastate su una lunghezza di circa 12 kilometri, spesso circa 5 metri e alto 4. Al suo centro si elevava una cittadella, cinta da un muro di terra e pietrisco, e numerosi edifici erano consacrati ai geni del sole e delle acque, i Naga, e a diverse divinità hindu e buddhiste.

A partire dal V° secolo a.C. la città di Pataliputra (odierna Patna) divenne il centro politico più importante della parte mediana dell’India gangetica. Fu attorno al 322 che, un capo locale, Chandragupta, fondò la dinastia dei Maurya, opponendosi ad ovest alle ultime truppe macedoni ancora presenti sul territorio indiano. Egli sposò una delle figlie di Seleuco Nicatore, re di Babilonia, e ricevette alla sua corte un inviato del principe greco, Megasthene, di cui si deve lo straordinario racconto di Indika, opera scomparsa che ci è stata trasmessa grazie ad alcuni storici fra i quali ricordiamo Arriano e Diodoro Siculo, i cui contenuti ebbero conferma dagli scavi archeologici effettuati nella zona. Secondo lo storico greco la città, che si estendeva lungo le rive del Gange per circa 14 kilometri ed era larga circa 3, era difesa da un’alta palizzata di tronchi d’albero e dalla presenza di un profondo fossato. Numerose erano le case in legno nonché un immenso palazzo reale che avrebbe imitato la grande sala dell’Apadana di Persepoli, comprendente otto ordini di dieci colonne. Questo palazzo, interamente di legno, fu distrutto da un incendio.

Gli scavi del sito, nonostante le infiltrazioni del Gange, hanno permesso di ritrovare i resti di costruzioni in legno e soprattutto una grande quantità di figurine in terra cotta risalenti all’epoca Maurya. Con tale dinastia si costituì il primo vero impero indiano che si estendeva dall’Indo alla regione dell’attuale Bombay ad ovest, fino all’Orissa ad est. I punti di forza dell’impero erano la presenza di un sistema amministrativo centralizzato, la complessità dell’apparato burocratico e la ripartizione della popolazione in gruppi professionali. Su tutto questo immenso territorio la pietà dei sovrani li portò ad elevare numerosi stūpa di cui oggi sono rimasti i basamenti. Dagli scavi effettuati si è potuto constatare che gli stūpa, databili al 300 a.C., erano organizzati su tre file e costruiti in mattoni d’argilla gialla disposti in strati successivi. Tale scavo permise di scoprire, oltre alle figure in terra cotta già menzionate, tracce di avvenute cremazioni.

L’impero Maurya fu consolidato e ingrandito dal nipote di Chandragupta, Ashokavardhana (Ashoka, 273-232 a.C.) che conquistò il Kalinga (oggi Orissa) e gran parte del Deccan. Egli delimitò il suo immenso impero con iscrizioni in paleopracrito – kharosthi e brāhmī– su rocce e sui fusti di colonne votive (lāt) sormontate da magnifiche statue d’animali (leoni e tori). Le iscrizioni sono dirette ad informare la popolazione sulle decisioni del sovrano e a renderli responsabili delle proprie azioni. Queste colonne in arenaria liscia alla maniera achemenide con i capitelli sormontati da animali sembrano risalire ad un’epoca anteriore. Il loro stile ricorda ancora una volta quello persepolitano, così come le dimensioni devono far pensare all’impiego di artisti iraniani.

Ashoka, convertitosi al buddhismo dopo il massacro che compì nell’antico regno del Kalinga, usò la religione come metodo di governo occupandosi allo stesso modo degli affari monastici. La costruzione di queste colonne sarebbero in verità un antico costume vedico che voleva l’erezione di pilastri commemorativi (yupa), in pietra o legno, in corrispondenza di luoghi resi sacri. L’elemento architettonico della colonna, infatti, giocò un ruolo fondamentale fin dagli inizi della civiltà indiana. Durante l’epoca vedica, ad esempio, l’area sacra era organizzata attorno ad un palo sacrificale, il già menzionato yupa, che serviva da legame tra la Terra e il Cielo e dove avvenivano i sacrifici destinati ad attirare i favori del Divino. Lo yupa, probabile erede dei menhir ritrovati in più regioni dell’India, era assimilato allo skambha, il “sostegno” dell’universo fissato nell’ombelico della terra teso a sostenere la volta celeste. Centro del cosmo e asse del mondo, le colonne attestavano la presenza provvidenziale del Divino, che organizzò il chaos originale sotto le forme gerarchizzate dell’Essere. I leoni persepolitani addossati con il muso rivolto all’orizzonte simboleggiano il ruggito della Legge buddhista che si estende fino ai limiti della terra, e il toro doveva mostrare agli occhi dei fedeli la forza della loro risoluzione e della loro determinazione nel seguire i precetti enunciati dal Buddha. Tutti simboli presi a prestito dagli Achemenidi dove il leone era simbolo di regalità e il toro di potenza virile e dinastica.

 

Lo stūpa

 Lo stūpa è prima di tutto un monumento commemorativo tipico della tradizione buddhista, anche se non si può escludere che, in epoca superiore, alcuni stūpa fossero stati eretti dagli adepti di fede jaina. Lo stūpa è un monumento pieno, nel quale non si può penetrare. La parola deriva dal sanscrito e significa: “cumulo”. La forma particolare potrebbe derivare da quella dei tumuli funerari eretti da alcune popolazioni neolitiche, anche se, a tal proposito, non vi sono prove certe. Gli stūpa più antichi potrebbero derivare dagli altari sacrificali vedici costruiti in mattoni essiccati al sole.

Nella sua forma evoluta, lo stūpa si compone di una collinetta più o meno emisferica, con o senza base, rotonda o quadrangolare, con una terrazza comprendendo uno o più corridoi di deambulazione (pradakshinapatha); questa deambulazione è un rito di origine molto antico, che riproduce il senso del corso del Sole e che risale fin all’epoca vedica.

La cupola è sormontata da una parte cubica chiamata harmikā, al centro della quale si erge un palo (yupa, yasti) che sostiene un certo numero di parasoli (chhattra) ad indicare il carattere sacro dell’edificio. Le terrazze destinate alla circumambulazione sono a volte circondate da balaustre (vedikā) legate fra loro da scale o gradini, che dividono lo spazio sacro da quello profano. I più antichi stūpa sono schiacciati e il rapporto del raggio del loro diametro di base alla loro altezza è superiore all’unità. Pian piano questo rapporto si va a modificare e diviene uguale, poi inferiore a uno. Lo stūpa diviene allora cilindrico e la sua altezza superiore al suo diametro di base. Le terrazze si moltiplicano, da rotonde diventano quadrate o poligonali e la loro decorazione si intensifica. Tuttavia, nonostante l’indubbia evoluzione della struttura architettonica, i caratteri essenziali dello stūpa rimangono gli stessi nello spazio e nel tempo. Più tardi, tali monumenti servirono da reliquiari e da monumenti commemorativi di un evento particolare o indicanti un luogo santo.

Presso Bairat, nelle vicinanze di Jaipur (Rajasthan), accanto a un editto su roccia dell’imperatore Ashoka, sono state rinvenute le vestigia di uno dei più antichi esempi di stūpa, costruito in mattoni, di circa 9 metri di diametro e circondato da balaustre in mattoni e legno.

Da monumento funebre lo stūpa diviene monumento votivo e commemorativo del Buddha, della sua dottrina o della morte dei suoi grandi discepoli e si accompagna allo scavo in falesie di roccia di santuari (chaitya) e sale di riunione (vihāra), in cui spesso venivano inclusi stūpa chiamati, per la particolarità di essere interni a tali strutture dagoba, contrazione del sanscrito dhatugarbha.

Le più antiche sculture in pietra ritrovate in India e che, con certezza, sono da attribuire ad artisti indiani, sono di matrice buddhista e decoravano le pareti degli stūpa, le loro balaustre e/o torana.

Si tratta essenzialmente di basso-rilievi e, a volte, di sculture tuttotondo presenti, ad esempio, sugli architravi dei torana.

A testimoniare i tratti più interessanti di questa prima arte “lapidaria” è stato lo stūpa di Bhārhut, scoperto nel 1873 da Cunningham, di cui

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Stupa di Bharut, II sec. d. C.. Dettaglio.

alcune parti della vedikā furono salvate dall’archeologo e ufficiale britannico e esposte all’Indian Museum di Calcutta, dove si trovano tuttora. Il monumento era costruito in mattoni e gesso e aveva un diametro di circa 20 metri. Circondato da una vedikā in arenaria liscia sarebbe stata eretta durante l’epoca Shunga, succeduta a quella dei Maurya. Questa balaustra alta più di 2 metri, imitando un’architettura in legno, è decorata in tutte le sue parti da medaglioni scolpiti in basso rilievo e porta più di 225 iscrizioni impresse in carattere brāhmī – scrittura che precede la davanāgarī – con i nomi di generosi donatori, laici o sovrani, che permisero di creare magnifici monasteri per accogliere la comunità monastica, il sangha. Attraverso l’attenta osservazione degli elementi scultorei è possibile ricavare delle interessanti testimonianze sul costume dell’epoca: le donne portavano, su una leggera gonna di garza, delle pesanti cinture in metallo dorato e sopra delle fasce annodate; la loro capigliatura a fasciatura consisteva in una grossa treccia ornata di gioielli ed esse decoravano le orecchie con pesanti pendenti. Il loro viso era tatuato o dipinto con motivi diversi; braccia e gambe interamente avvolte da numerosi anelli e al loro collo portavano una grande collana. Gli uomini raccoglievano i capelli in un turbante e portavano ugualmente numerosi gioielli. I visi sono inespressivi, poiché qui l’arte è soprattutto formale e ieratica. Il risultato d’insieme traduce una buona esecuzione e richiama l’arte scultorea su legno che, all’epoca, doveva essere molto sviluppata. Questo aspetto potrebbe stare ad indicare che gli artisti non erano ancora sufficientemente familiari con la lavorazione della pietra, riprendendo modelli scultorei più diffusi e, quindi, maggiormente conosciuti. La persona umana del Buddha è rappresentata solo da simboli, ad esempio dalla dharmachakra (ruota della Legge) davanti alla quale degli uomini sono rappresentati in atteggiamento di venerazione e di offerta.

La struttura dello stūpa prevede tre sezioni: il basamento circolare (medhī), che rappresenta la terra, il tumulo (anda), che rinvia alla volta celeste, e la balaustra quadrata (harmikā) che evoca la dimensione trascendente. Il reliquiario rappresenta il cuore del monumento, il punto centrale di un mandala, diagramma dipinto o scolpito che riproduce l’universo buddhista o quello di una divinità, simbolo dell’essere dal quale tutto si irradia e al quale tutto ritorna. Allo stesso tempo lo stūpa rimanda a significati cosmogonici e metafisici. L’anda, che letteralmente significa “uovo”, richiama l’embrione cosmico che fluttua nelle acque primordiali dalle quali nasce l’universo. La sua forma circolare richiama la ciclicità dell’esistenza e rappresenta la struttura mitica del mondo articolata in una serie concentrica di continenti separati dagli anelli dell’oceano. L’harmikā riproduce la montagna cosmica dei miti, centro dell’universo e lo yashti è il pilastro che unisce cielo e terra. Esso supporta tre parasoli che, all’inizio, erano i simboli dei tre gioielli del buddhismo, il Buddha, il sangha e il dharma, vale a dire l’Illuminato, la comunità monastica e la dottrina, mentre più tardi furono interpretati come i diversi gradi per raggiungere l’illuminazione.

Contemporaneo allo stūpa di Bhārhut e ben conservato fino ai nostri giorni è lo stūpa di Sanchi, nel distretto di Bhopal (Madhya Pradesh), di cui il monumento numero 1, situato sulla sommità della collina risale al III° secolo a.C.. Il suo diametro di ca 40 metri e la sua altezza di 17, ne fanno un monumento importante e solenne. Nonostante oggi si presenti ai nostri occhi del color del mattone cotto, anticamente era coperto di pietre tagliate, probabilmente stuccate e dipinte. Ciò che più colpisce l’occhio del visitatore sono le straordinarie decorazioni scultoree dei quattro torana, datati primo secolo d. C., tranne quello posto a sud, anteriore a quest’epoca. Interessante è sottolineare il parallelismo tra questi portali e le porte d’entrata in legno dei villaggi e dei palazzi diffusi fino a quell’epoca, così come le vedikā riproducono la palizzata che circondava i villaggi. Alti e grandiosi, essi sono costituiti da due pilastri che supportano tre architravi leggermente curvati. I pilastri sono coronati da capitelli finemente scolpiti con rilievi di elefanti, leoni o nani. Ciascun architrave fuoriesce dal bordo esteriore e termina con una voluta. Sulla sommità della struttura si trovano gli emblemi del Buddhismo con, fra tutti, la Ruota della Legge (dharmachakra), supportata da elefanti o leoni. Nei bassorilievi che adornano l’intera struttura, l’immagine antropomorfa del Buddha è assente, destinata a fare la sua comparsa solo in epoca più tarda. Per questa ragione, la sua iconografia si traduce in simboli, nella moltitudine delle sue vite precedenti; i Jātaka, infatti, compongono l’essenziale narrativo della vita del Buddha, come i quattro momenti dell’esistenza terrestre e gli avvenimenti cruciali attorno alla nascita e diffusione della dottrina buddhista. Loto, elefante, o cavallo senza cavaliere sormontato da un parasole ad indicarne l’origine regale, sono tra le raffigurazioni più frequenti. Più tardi le impronte dei suoi piedi sotto l’albero dell’illuminazione (o albero della bodhi) o ai piedi di un trono, e la ruota del dharma ne divengono l’emblema assoluto. Ad accoglierci in prossimità delle porte d’entrata ci sono i guardiani (dvārapāla) armati di lancia, mazza o arco, la cui funzione era di proteggere il monumento dagli spiriti malvagi. Scene di vita del Buddha, delle sue vite anteriori, o scene d’adorazione, queste deliziose rappresentazioni sono intervallate da ghirlande ed altri motivi floreali. Sebbene sia indubbia la ripetizione dei motivi artistici, lo scultore ha preso cura di variare all’infinito i dettagli, con il fine preciso, sembra, di rompere la monotonia iconografica senza disturbare l’ordine narrativo.

 

Le prime grotte

Nello stato del Bihar, durante il periodo di Ashoka, scavate nel granito delle colline di Barabar e di Nagarjuna, sette grotte presentano pareti lisce che imitano l’interno di case in legno tipiche dell’epoca. Le entrate sono decorate di fregi in basso rilievi rappresentanti elefanti che convergono verso lo stūpa. La più grande di queste grotte, dal nome Sudama-chaitya, è formata da una camera circolare con cupola emisferica interiore, di 6 metri di diametro e 4 metri di altezza, con una anticamera rettangolare di 10 metri su 6 a volta semplice. L’uso diffuso di scavare grotte nelle falesie risale al II° secolo a.C. e riguarda soprattutto la parte occidentale dei Ghat, nel Maharashtra, per le grotte buddhiste, e la regione dell’Orissa, nel dettaglio Udayagiri, per le grotte che appartengono ai culti jaina e brahmanici.

Prima di scolpire la facciata, si tracciavano le grandi linee sul fianco della montagna così come delle linee verticali per assicurare l’allineamento. Per l’interno si cominciava a scavare dall’alto servendosi di picconi e svuotando grazie ad una grande apertura praticata al livello dell’entrata. Il lavoro terminava con martello e scalpello, e nella parte inferire dello scavo si aggiungevano degli avancorpi in legno che servivano da portico o da vestibolo e che sostenevano delle gallerie e verande a più livelli.

Queste grotte rilevano essenzialmente due tipologie architettoniche: i chaitya o sale di venerazione del Buddha e i vihāra o sale ad uso dei religiosi.

I primi consistevano in una navata a volta, rettangolare, prolungata da un abside semi-circolare al centro della quale un dagoba si liberava dalla roccia tagliata. Da ciascun lato della navata e attorno ad esso una fila di pilastri formava una galleria. Porte e finestre avevano la forma di un ferro di cavallo più o meno ornato. Per meglio comprendere la somiglianza con l’arte lignea si sottolinea come le volte fossero formate da archi in legno o pietra e alcuni dettagli ricordano fedelmente la struttura in legno. L’arco della facciata diviene presto quasi chiuso in un cerchio o in un arco oltrepassato e si moltiplica in finestre cieche dove dei reticoli scolpiti imitano degli schermi in legno. Successivamente questi archi diverranno uno dei motivi più importanti per l’architettura e la decorazione, non solo nell’arte delle grotte ma in quella più evoluta della costruzione di templi.

Tali archi portano il nome tamil di kudu e, quando ornati con la testa di un personaggio, la denominazione è sanscrita, kirtti-mukha.

L’esempio buddhista diviene presto un modello per i jaina e gli hindu, i quali scelgono la grotta per ospitare i propri santuari e i propri adepti. La grotta è il grembo materno: essa sprofonda in seno alla materia e partecipa alla forza della natura della terra dove va ad insinuarsi.

Da un punto di vista più prettamente economico lo scavo delle grotte non necessitava di alcun trasporto di materiali, ma solo il loro sgombero. Opera collettiva, la grotta era scavata dai religiosi e dai fedeli di buona volontà sotto la direzione di maestri carpentieri dell’epoca. Essi costruivano in legno i rivestimenti dei soffitti, volte muri e androni le cui travi di sostegno si incastravano in alveoli scavati nella roccia. Questi rivestimenti, probabilmente dipinti, sono scomparsi. Tra i chaitya antichi più importanti vale la pena menzionare quelli di Bhaja, Kondane, Ajanta, Nasik, Karli, Bedsa e Kanheri.

I vihāra che li accompagnano sono a loro contemporanei. Strutturati sull’idea di una cellula unica rettangolare dal soffitto piatto sostenuto da pilastri, erano concepiti come alloggi per i monaci o sale per le riunioni. Attorno ad uno spazio centrale si aprono delle cellule molto piccole, spesso munite di un letto rudimentale in pietra. Vicino all’entrata, solitamente decorata, si trova a volte una cisterna scavata.

 

Presso Udayagiri e Khandagiri, nelle vicinanze di Bhubaneshvar, i monaci jaina e gli asceti hindu di sètte diverse scavarono numerose rocce nelle colline dei Ghat orientali. Queste grotte-santuario non hanno un particolare interesse architettonico o artistico da poterlo confrontare con i rispettivi esempi occidentali. Chiamate in lessico tecnico gumphā esse furono scavate tra un periodo compreso tra il II° e il I° secolo a.C. Ad Udayagiri la Ranī-gumphā, o grotta della regina, sembra rappresentare l’esempio jaina più interessante di questo complesso: preceduta da un’ampia corte essa si compone di due livelli di cellule che danno su delle verande; queste cellule sono accompagnate da colonne e architravi con scene mitologiche, lunghi fregi in bassorilievo ornano i muri del piano superiore e decorano l’arco che sormonta l’entrata.

 

Riferimenti bibliografici

 

–          Frédéric, Louis, L’Art de l’Inde et de l’Asie du Sud-Est, Flammarion, Paris, 1994.

–          Albanese, Marilia, L’Inde Ancienne, Editions Gründ, Paris, 2001, edizione francese dell’originale Antica India dalle origini al XIII secolo d.C.,  edizione originale 2000 White Star S.r.l., Vercelli, Italia.

–          Mitter, Partha, Indian Art, Oxford University Press, 2001.

3 Responses to "Finestra sull’arte indiana. L’India antica"

  1. Monica  11 aprile 2018

    Grazie infinite, carissimo Michele…puoi solo immaginare quanto questo tuo commento sia per me importante! Un abbraccio, M.

  2. Michele  6 aprile 2018

    Bellissimo articolo, cara Monica, complimenti! Un caro saluto, M. B.

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