Arte e architettura nell’India islamica Cenni introduttivi. Pillole di storia A cura di Monica Guidolin.

Qutub Minar, Delhi
Qutub Minar, Delhi

I musulmani arrivarono in India a partire dall’VIII secolo come invasori. Ma fu a partire dal XVII secolo, sotto l’impero moghul, che l’India, quasi totalmente unificata, divenne una delle più grandi potenze dell’epoca. L’India di questo periodo appare come il paese più ricco del mondo e, senza dubbio, la più grande potenza industriale, grazie soprattutto alla grande produzione di tessile,  e al suo commercio esterno largamente in eccedenza di spezie, in particolare pepe, oppio e salnitro. L’organizzazione politica, economica e fiscale dei Moghul resta ancora oggi un modello del tutto ammirabile. Lo stile artistico di tale dinastia non è né l’invenzione di un unico artista, e neppure di un gruppo, ma piuttosto la creazione riflessa di un lignaggio di sovrani che incoraggiarono, impiegarono e finanziarono generazioni di architetti, calligrafi, pittori, tessitori e artigiani del metallo per più di duecentocinquanta anni. L’estetica che ne derivò si caratterizzò per la sua finezza, delicatezza ed eleganza, senza tralasciare un’espressione traducibile in sicurezza e vigore. Attingendo alle arti del mondo islamico più vasto, ma solidamente radicato nelle tradizioni indiane, lo stile moghul influenzò notevolmente gli aspetti quotidiani della vita degli imperatori, della loro aristocrazia e dei membri della famiglia. Persuase, inoltre, i modi e l’etichetta di Corte, come i piatti, le coppe di vino che usavano, i loro ricchi vestiti e sontuosi  gioielli, gli interni opulenti dei palazzi ornati di magnifici tappeti e broccati. Sulla base di queste osservazioni, di tutti i sovrani dell’India sono i Moghul che meritano il titolo di padshahs, letteralmente imperatori. A capo del più vasto e disciplinato esercito che il paese abbia mai conosciuto, la dinastia moghul, a partire dalla metà del XVI secolo, prese il controllo di gran parte del subcontinente indiano, divenendo all’inizio del secolo successivo, maestri di tutto l’Hindustan (la terra degli hindu), come si chiamava allora il nord dell’India: da Kaboul al di là della catena dell’Hindu Kush in Afghanistan, all’estremo nord-ovest, fino al Bengala ad est, dove confluiscono i fiumi Gange e Brahmaputra, l’impero si estese nel cuore della penisola indiana, ma senza mai arrivare alla punta sud estrema. Babur e Humayun Il primo sovrano del lignaggio di questa importante famiglia imperiale fu Babur, un uomo di una sensibilità estetica eccezionale. Le sue memorie, Babur nama, scritte nella lingua turca chaghatai appartenente ai suoi antenati dell’Asia centrale, rivelano i piaceri deliziosi che il mondo della natura, la poesia, il vino, l’amicizia gli procuravano. Negli ultimi anni della sua vita Babur si occupò soprattutto di rafforzare la presenza moghul in terra straniera. Avendo conquistato l’Hindustan dopo le vittorie su Ibrahim Lodi, sovrano del regno di Delhi, durante la leggendaria battaglia di Panipat nel 1526, Babur regnò solo quattro anni prima di morire nel 1530. Ma, nel corso di questo breve periodo, conquistò un giardino a Dholpur, in India centrale, dove tentò di ricreare le delizie della valle di Ferghansa, l’originale patria moghul, in quello che oggi è l’Uzbekistan. Alla sua morte, il figlio Humayun ereditò un regno già importante e ricco. Dopo alcune vicissitudini che lo portarono ad abbandonare il territorio indiano e rifugiarsi presso la Corte Safavide di Persia, egli nel 1555 ristabilì la presenza moghul nel nord del subcontinente e questa volta a titolo permanente.  Al suo seguito c’erano architetti, pittori, tessitori e altri artigiani che egli aveva reclutato in Persia e in Afghanistan, istruiti alle migliori tradizioni Safavidi. Akbar Con Akbar siamo di fronte ad una personalità davvero straordinaria da essere considerata come la più dinamica e innovatrice di tutti i mecenati imperiali moghul. Il suo primo grande progetto architettonico fu la tomba di suo padre Humayun, eretta tra il 1564 e il 1571 sulle rive del fiume Yamuna a Delhi, in parte finanziata da Haji Begum, la vedova di Humayun. Questa tomba è solo l’inizio del dominio dell’architettura monumentale che, con Akbar, conobbe risultati eccezionali. Dopo aver condotto le truppe moghul in un certo numero di spedizioni militari trionfali, ancora adolescente, il sovrano si lanciò in una serie di progetti di grande portata, dapprima nella città di Agra in Uttar Pradesh, poi a Lahore nel Panjab. In entrambi i casi Akbar edificò importanti cittadelle fortificate di cui l’esempio più elevato è rappresentato senza dubbio da Fathpur Sikri, la città di arenaria rossa situata ad ovest di Agra, costruita in onore di Shaykh Salim Chishti, il santo sufi che predisse all’imperatore la nascita di un figlio.  Costruita a ritmo forzato nel tempo record di quattordici anni tra il 1571 e il 1585, Fathpur Sikri fu per poco più di un decennio la capitale dell’impero Moghul. Straordinario esempio di città murata, Fathpur Sikri, interamente costruita in arenaria rossa, racchiude in sé esempi di architettura hindu e islamica tra i quali spiccano per ricchezza dei particolari e imponenza delle forme la moschea, il palazzo imperiale, le porte d’ingresso alla città, gli ampi spazi pubblici. Le sofisticate tecniche progettuali degli architetti moghul basate su una naturale capacità di composizione degli elementi architettonici, il raffinato senso delle geometrie,  l’estrema attitudine nell’organizzazione del cantiere, la disposizione perimetrica degli spazi, i decori delle sale di ricevimento e degli appartamenti di palazzo, oltre a esprimere la straordinaria abilità nella tecnica costruttiva, offrono un affascinante panorama architettonico delle diverse regioni dell’India di cui Akbar aveva preso ormai pieno controllo. Da musulmano devoto ciascuna delle sue cittadelle era dotata di una monumentale moschea per accogliere i suoi cortigiani, gli ufficiali e i soldati. Grande eclettico e amante delle arti, ben presto fu affascinato dalla letteratura indiana e dalla mitologia hindu di cui ordinò delle traduzioni persiane delle celebri epopee del Ramayana e Mahabharata, con l’ausilio di raffinate illustrazioni, riccamente ornate di miniature, adottate per l’edizione dei classici della letteratura persiana. Jahangir Come il padre Akbar, anche Jahangir aveva un gusto notevole per la letteratura e si dilettava con i classici persiani. Era un uomo estremamente colto che possedeva dei talenti nella calligrafia, uno dei più raffinati temi dell’arte moghul. Egli ereditò l’interesse per l’architettura dal padre e fece costruire la sua tomba a Sikandra (pochi kilometri da Agra) mettendo una porta di entrata magnificamente decorata. Ma la sua più grande passione erano di certo i giardini. Gli studi pittorici di fiori, animali e soprattutto uccelli mostrano che la sua predilezione per questo tipo di arte partecipava del fascino che l’imperatore aveva per la natura nel suo complesso. Sembra fosse più interessato a questo tipo di illustrazioni naturalistiche che a quelle che accompagnavano le epopee o le biografie regali. Vi sono anche un certo numero di ritratti di personalità di corte che rivelano un altro aspetto del suo gusto per il realismo. 4Shah Jahan Alla morte dell’imperatore Jahangir nel 1628, suo figlio Khurram eliminò i fratelli rivali e, prendendo il titolo di Shah Jahan s’impadronì del trono. Sotto il suo abile comando, l’impero s’ingrandì stabilendo una volta per tutte la sovranità moghul sulla valle di Kabul in Afghanistan e sul delta del Bengala all’estremità opposta. Fu Shah Jahan a costruire il celebre Taj Mahal ad Agra che egli edificò alla memoria della sua sposa deceduta all’inizio del suo regno nel 1631. In costruzione fino al 1643 il Taj Mahal è l’opera maestra dell’architettura moghul, incomparabile per le dimensioni, per la perfezione delle sue proporzioni e per la sontuosità dei suoi ornamenti. Il fatto che egli sia riuscito a terminare un monumento così ambizioso testimonia, da un lato le risorse finanziarie e umane che l’imperatore aveva ampiamente a disposizione, dall’altro l’attenzione personale che dimostrò verso il progetto andando personalmente sul sito con una certa frequenza. Nel 1639 egli fece costruire una nuova città fortificata a Delhi, battezzata Shahjahanabad in suo onore. In un periodo di circa dieci anni, questa città fu edificata sulla riva della Yamuna non lontana dalla tomba di Humayun. Tutti gli esempi dell’imperatore dimostrano come egli considerasse l’architettura come un mezzo per esprimere la potenza dell’impero. Sotto di lui la pittura servì a glorificare ancor più l’immagine imperiale e, attraverso le miniature prodotte dagli ateliers di corte, possiamo avere testimonianze straordinarie degli interni dei palazzi, delle città, delle fortezze e dei paesaggi, nonché possedere informazioni interessanti riguardo l’aspetto dello stesso imperatore, dei cortigiani e dei capi militari. Aurangzeb Nel 1657 scoppiò la guerra per la successione tra i figli di Shah Jahan e ad avere la meglio fu Aurangzeb il quale, mettendo a morte i fratelli ed imprigionando il padre nel forte di Agra, s’impadronì del trono nel 1658. Questo regno fu meno ricco da un punto di vista delle arti e dell’architettura, probabilmente perché gran parte della carriera di Aurangzeb fu occupata dalle campagne militari nel Deccan, alla conquista di Golconda e di Bijapur e per fondare una nuova cittadella alla quale diede il nome di Aurangabad e che, fino alla sua morte nel 1707, fu il secondo quartier generale dei Moghul dopo Delhi. Nonostante si suppone che Aurangzeb fosse meno interessato alle arti rispetto ai suoi predecessori, le miniature non mancano. Oltre ai suoi numerosi ritratti si trovano anche scene con figure femminili, musici, poeti che mostrano come le gradevoli distrazioni fossero numerose a corte.   Lo stile moghul Eredità dell’Asia centrale e tradizioni persiane 

Delhi, Tomba di Humayun
Delhi, Tomba di Humayun

Lo splendore e la raffinatezza dello stile moghul si affiancano all’originalità artistica. È raro, infatti, non riconoscere al primo sguardo un edificio o un’opera costruiti in questo stile. In architettura, pittura e nelle arti decorative, lo stile moghul mostra delle qualità che lo distinguono dalle tradizioni artistiche contemporanee nate in altre regioni del mondo islamico come la Persia Safavide o la Turchia Ottomana e ancora più dalle tradizioni pre-moghul dell’India stessa. La personalità estetica di questo stile si esplica soprattutto attraverso le fonti diverse alle quali attinge e di cui fa la più brillante sintesi. La serie incomparabile di monumenti costruiti e decorati  in modo superlativo che sopravvivono fino ad oggi, assieme alle squisite miniature, ai tappeti, agli oggetti di metallo incrostato, alle giade scolpite, illustrano il mecenatismo che gli imperatori Moghul coltivarono e si trasmisero nei secoli. Fra tutte le qualità citate, occorre fin da subito riconoscere l’unità del mondo visivo che questi sovrani riuscirono a creare e a fissare nel tempo. Gli edifici e gli oggetti d’arte che hanno lasciato alle generazioni postume sono caratterizzati da un’armonia che supera i limiti ordinariamente imposti dalle dimensioni e dal materiale. L’incomparabile qualità tecnica fece in modo di non degenerare mai in pesanti ripetizioni. I palazzi e le moschee squisitamente decorati, gli accampamenti di tende e i giardini ornamentali, e ancor più le miniature, i tessili e gli oggetti in metallo sono l’espressione di un autentico piacere per il senso della bellezza. Le cronache dell’epoca narrano che i sovrani erano soliti incontrare regolarmente gli architetti e gli artisti al loro servizio per intrattenersi con loro e per ricompensare i più talentuosi, i cui nomi figurano spesso nei registri ufficiali della Corte. I Moghul erano una minorità turca di origine mongola, venuta dall’Asia centrale. Nonostante le numerose generazioni che occuparono l’India e i matrimoni con le famiglie reali hindu locali, i Moghul conservarono sempre l’identità di uomini dell’Asia centrale, malgrado non avessero mai potuto riprendere possesso del loro paese d’origine. Probabilmente questo sentimento “di patria perduta” si espresse nella preferenza per i progetti architettonici e per gli oggetti d’arte le cui forme e decori richiamavano soprattutto lo stile centroasiatico, non fosse altro che per le numerose figure militari, letterarie e religiose, maestri costruttori e artigiani, che provenivano dall’Uzbekistan e dall’Afghanistan, dei quali gli imperatori amavano circondarsi.  I Moghul non dimenticarono mai le grandi moschee, le tombe e i palazzi costruiti nel XV secolo a Samarcanda e a Herat dai loro illustri antenati, primo fra tutti Timur (o Tamerlano) da cui discese Babur. A questo proposito, i più antichi edifici moghul in terra indiana possono interpretarsi come delle ricreazioni di modelli timuridi , di cui le facciate dei portali e le cupole a bulbo erette su tamburi cilindrici ne sono un’evidente testimonianza. Anche la predilezione per i disegni geometrici e per gli eleganti arabeschi rinviano ugualmente al tipico gusto decorativo dell’antica dinastia, tuttavia, al posto di rivestire le strutture in mattoni con mattonelle di ceramica dai colori vivi, come negli esempi  di Samarcanda e Herat, i Moghul si adattarono rapidamente al tipico gusto indiano, creando degli effetti policromi a partire dalle pietre locali di colore differente. Essi proposero inoltre una sintesi nuova di due idee architettoniche fino a quel momento dissociate: il chahar bhag (giardino in quattro parti) di origine persiana e la tomba dinastica, concetti del tutto nuovi. Il mausoleo di Humayun a Delhi sorge in mezzo ad un giardino di concezione geometrica divisa in quadrati, ma, a differenza dei suoi predecessori timuridi, esso presenta quattro portali curvi identici, che guardano verso l’esterno. La trasmissione delle pratiche artistiche di origine timuride si sono fatte grazie all’abilità degli artisti persiani impiegati alla corte moghul, a cominciare da quei pittori e artigiani che l’imperatore Humayun condusse in India al suo ritorno trionfale del 1555. Dunque, nella sua fase più matura l’architettura moghul, erede dei metodi ornamentali safavidi particolarmente presenti nei delicati archi ad ogiva e nelle complesse volute a stalattite animate da eleganti motivi di arabeschi, dimostrò nella realizzazione in pietra lavorata in basso rilievo in incrostazioni policrome o in jali (divisori traforati) la capacità degli architetti indiani e persiani di adattare i temi ai materiali disponibili sul posto. Contributo indiano  Le dimensioni dell’impero erano talmente vaste da inglobare un ampio ventaglio di forme e pratiche architettoniche regionali. Queste furono assimilate ad uno stile che prese presto una dimensione estetica e tecnica autenticamente imperiale. Dal Gujarat e dal Rajasthan le sale a colonne e i jharoka (balconi), le cupole fatte di anelli in pietra tagliata, e i jali (divisori traforati in pietra), tutti elementi di origine e di uso tipicamente indiano, furono adottati dai Moghul per i loro monumenti civili e religiosi. Questi elementi, assieme a quelli di provenienza asiatica e persiana, furono realizzati in arenaria rossa o in marmo bianco, dimostrando che l’architettura moghul era ineluttabilmente il prodotto di artigiani indiani che lavoravano con materiali locali, nonostante a volte fossero sotto la responsabilità di maestri formatisi in Persia. Per quanto concerne le miniature ci furono un numero di artisti indiani il cui talento favorì la nascita di uno stile pittorico moghul che si allontanò progressivamente da quello dei maestri timuridi e safavidi. Non solo furono introdotti motivi locali, come costumi, turbanti, fisionomie e paesaggi indiani, ma si impiegarono degli schemi di colore più intensi, con audaci contrasti di toni che l’arte persiana non conosceva affatto. La tendenza al realismo nei ritratti imperiali e nobili o nel ritrarre animali, uccelli, alberi e fiori è ancora più sorprendente. Questo interesse per ritrarre la natura non era confinato alla sola miniatura ma riguardava tutti gli aspetti delle arti decorative, dai tappeti tessuti, ai recipienti in metallo incisi, fino ai pannelli di marmo in rilievo, giade e avori scolpiti. Materiali e tecniche Straordinaria e impressionante è la diversità dei materiali utilizzati. La lavorazione della pietra prevedeva una vasta combinazione di colori grazie all’uso di metalli preziosi come l’oro e l’argento, giada e avorio scolpiti. Nelle tecniche adottate si può individuare una sintesi dei modelli persiani e centroasiatici con le tecniche e le scelte dei materiali autoctoni, che in questo periodo raggiunsero un grado di perfezione raramente eguale. Come si può intuire dai precedenti paragrafi, il materiale più diffuso era l’arenaria rossa scura tipica della regione di Agra la quale, a partire da Akbar, divenne il materiale preferito dagli imperatori, spesso in associazione con il marmo bianco o con l’arenaria gialla per mettere in risalto i profili centinati dei principali portali. La predilezione per l’uso di pietre di colore diverso mostra un gusto crescente per gli effetti policromi, laddove il marmo bianco dona a tutto l’insieme una pallida delicatezza. Trasportato ad Agra dalla località di Makrana, nel Rajasthan, il marmo usato è quello del Taj Mahal: tomba sormontata da una cupola e da quattro minareti ornamentali, il bianco marmoreo si fonde perfettamente al rosso dell’arenaria presente nella moschea e negli edifici che fanno da contorno; la porta di entrata e i padiglioni del grande chahar bagh sono ornati di pietra dura della migliore qualità. Le pietre sono tagliate in piccoli pezzi e assemblate per formare dei fiori naturali e arabeschi. Accanto all’architettura sotto la corte di Akbar debuttò anche la pittura su carta grazie all’illustrazione dei classici della letteratura persiana e indiana, e delle opere filosofiche, scientifiche e storiche. Diversi erano gli artisti incaricati di abbozzare le composizioni d’insieme in nero o ocra, di completare i personaggi e i visi applicando una pittura dall’acqua opaca e aggiungere i dettagli del fondo o dei bordi generalmente nei colori più trasparenti e pallidi. Gli assistenti preparavano i diversi pigmenti mescolando materie vegetali e minerali. Questo straordinario lavoro era sotto la responsabilità di maestri persiani condotti in India a partire da Humayun e successivamente sostituiti da pittori locali. Mentre le composizioni calligrafiche, i motivi degli arabeschi restano sempre vicini ai modelli persiani, fiori, animali, uccelli sono animati da un naturalismo tipicamente indiano. I temi La geometria La struttura geometrica di fondo risulta essere rigorosa. Il pensiero matematico è onnipresente anche nelle composizioni di arabeschi che, all’apparenza, si presentano dall’aspetto fluido e naturalistico. La base matematica nelle costruzioni si esprime nella simmetria rigorosa dei loro piani. Non si deve dimenticare che i Moghul hanno ereditato dalla tradizione islamica la credenza che alcune figure geometriche abbiano un significato e una simbologia precisi: è il caso del cerchio, a richiamare la volta celeste e dell’ottagono, rappresentazione dei cosiddetti otto paradisi  (hashī bihishī). Nello stile moghul la geometria non è mai un semplice ornamento, ma piuttosto il mezzo per evocare un mondo che va al di là dell’esperienza terrestre. Dato che si credeva che l’universo avesse una struttura numerica soggiacente, il fatto che l’architettura fosse fondata sulla matematica dava alle opere dell’uomo una qualità trascendente facendone un vero paradiso terrestre. I motivi geometrici che si prolungano senza fine sono il costante richiamo all’infinità dell’universo. Essi esprimono il fondamento matematico del piano, ma possono estendersi orizzontalmente unendo l’architettura alla natura o verticalmente per decorare pannelli architettonici dando così maggiore rilievo all’elevazione dell’edificio. Nonostante ad un primo sguardo i motivi geometrici sembrano numerosissimi, in verità si rifanno ad una serie semplice alternata di poligoni e stelle a cinque, sei, otto, dieci, dodici punte. Ma la ripetizione non risulta mai monotona poiché vi è una coerenza visiva soggiacente che dona un effetto armonioso. È la geometria che si ritrova in Asia centrale e in Persia, ma che qui ha un’incontestabile personalità indiana. Ad esempio l’incastro del marmo bianco nell’arenaria rossa o la pietra nera nell’arenaria gialla, al pari del prezioso ricamo di una stoffa. Altro elemento fondamentale che cambiò l’aspetto architettonico delle opere fu l’introduzione della cupola, elemento proveniente dal mondo islamico, fino a questo momento sconosciuto. Spesso gli architetti sceglievano dei piani a raggiera con degli archi intrecciati che davano verso l’esterno a partire da un medaglione centrale. Gli archi, sia semplici o decorati con motivi vegetali, producono un effetto globale di espansione continua. Arabeschi Eredità artistica del mondo islamico, fu in Asia e in Persia che gli eleganti motivi degli arabeschi furono perfezionati. Sconosciuta fino a questo momento, lo stile moghul introdusse questa tradizione in India. Questo particolare arabesco è in stretta relazione con il mondo della natura poiché concilia il tema geometrico con il decoro floreale. Il naturalismo astratto che impiega motivi a fiori e piante si combina per creare disegni ottenuti matematicamente mediante simmetrie allo specchio o per rotazione e generalmente disposti attorno ad un punto o asse centrale. Essi sono suscettibili ad estendersi all’infinito e si prestano facilmente alla rotazione. Possono ugualmente servire da bordi continui delimitando i quattro lati di un pannello architettonico, di una pagina calligrafica o di uno scudo in metallo lavorato a sbalzo. Con l’andamento di una spirale gli arabeschi possono, usando elementi curvilinei sempre maggiori, coprire importanti superfici al suolo, evitando le ostruzioni e riempiendo le estensioni all’occorrenza. Spesso sono disposti simmetricamente attorno ad un motivo a cuneo che fa un angolo di 45 gradi in rapporto al quadro. Calligrafia L’arte più rinomata alla Corte imperiale fu senza alcun dubbio l’arte calligrafica. Gli imperatori Moghul erano dei grandi bibliofili a cominciare da Babur che trasportò la sua biblioteca personale dall’Uzbekistan al nord dell’India. Abu l Fazl, consigliere e biografo di Akbar, definì i principali stili calligrafici in India e nella Persia contemporanea, classificandoli in rapporto alla quantità proporzionale di lettere diritte rispetto a quelle arrotondate. Nell’arte moghul le citazioni coraniche non si limitano ai manoscritti, ma pure le moschee e i mausolei sono ornati di pannelli di testi arabi più spesso scritti in naskh (stile di calligrafia persiana) e thuluth (stile di calligrafia preferito per le iscrizioni coraniche nell’architettura moghul). Con i suoi contrasti tra curve e verticali queste grafie erano idealmente adattate ai decori ambiziosi di edifici pubblici di grande spessore, nonostante lo stile manifestamente curvilineo fu difficile da riprodurre nella pietra. Se si prende a modello il Taj Mahal vi sono degli esempi straordinari che riproducono la tecnica di pietra dura con lettere fatte di pezzi di pietra nera incastrati in un fondo di marmo bianco. Si stimano circa mille metri di iscrizioni coraniche su questo monumento, disposte nei riquadri attorno ai portali esterni del mausoleo e alle porte interne della tomba principale, nonché della moschea adiacente. Fiori Elemento decorativo più diffuso e maggiormente apprezzato in tutti i campi dell’arte moghul, il fiore diventa lo strumento principale con il quale l’artista tenta di creare un universo floreale. Tali soggetti erano presenti sia nelle costruzioni adibite a funzione pubblica sia nelle abitazioni private dell’imperatore e del suo seguito. Il tema floreale è strettamente legato all’idea e visione del paradiso, rappresentato nella tradizione islamica come uno straordinario giardino fiorito. Se i Moghul ereditarono l’idea del giardino paradisiaco dall’insegnamento islamico tradizionale, fecero tuttavia più sforzi rispetto ai loro predecessori o contemporanei per realizzare questa idea nella loro vita quotidiana. Molti furono gli imperatori attirati dallo studio dei fiori e amanti del mondo della natura, tuttavia, nonostante l’indubbio fascino esercitato dalla flora dell’India, i Moghul guardarono sempre con una certa nostalgia verso l’arte botanica della loro patria perduta: come spiegare altrimenti l’apparizione nell’architettura e arte di questo periodo del papavero, del garofano e del tulipano, fiori sconosciuti nelle pianure indiane ? Da questo punto di vista il decoro floreale moghul si ispirava a piante di provenienza dal mondo islamico, presente nei tappeti, nelle giade scolpite e persino ai margini miniati dei manoscritti. Di certo il sincretismo si verificò anche in questo ambito grazie all’introduzione di fiori come il loto, il giglio non perdendo mai di vista la tradizione indiana secolare che conferiva ai fiori e alle piante virtù magiche, medicinali e mitiche come illustrato negli esempi buddhisti e hindu. Lo scopo che interessava era quello di creare una decorazione floreale onnipresente, non di dare  realismo ai fiori, e nonostante a volte non vi sia corrispondenza con la realtà il risultato complessivo è di estrema eleganza. Il giardino nel decoro floreale evoca il giardino paradisiaco. Gli artisti si sentivano liberi di creare giardini di delizie immaginarie con fiori ordinati di colori diversi che non si conformano ai modelli naturali.   Riferimenti bibliografici: Michell, George, Splendeurs Mogholes. Art et architecture dans l’Inde islamique, Editions Gallimard, 2007.

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