da La Repubblica del 28 gennaio 2009

 GAZA – Forse l’ingresso dell’inferno è così. Il progresso tecnologico avanza ovunque. Al valico di Erez i guardiani hanno installato una centrale da fantascienza, una costruzione di metallo abbagliante, che fa pensare a un voluminoso apparecchio di sterilizzazione, dotato di strumenti elettronici, capace di individuare tutto ciò che non è permesso ai visitatori di portare con sé andando a Gaza; e tutto ciò che non possono portare con sé lasciando Gaza, perché suscettibile di contaminare o ferire il mondo in cui rientrano. Non credo ci sia altrove un controllo di frontiera tanto spettacolare e sofisticato per prevenire il terrorismo. In particolare kamikaze. C’è un momento, all’uscita, durante il controllo, quando devi allargare le gambe e alzare le braccia come in segno di resa, rinchiuso in una gabbia manovrata da tecnici israeliani appostati in una galleria dominante, in cui hai l’impressione di essere scrutato anche nell’anima e nel cervello. I giudici armati, che intravedi appena, fanno la radiografia dei tuoi pensieri? Dispongono di una Tac che rivela colpe e propositi? Cercano di scoprire non solo se porti armi o dinamite ma anche infezioni contratte nella Striscia, ideologicamente appestata, di Gaza?

Ovunque giri lo sguardo, superato il posto di controllo di Erez, mentre entri, obbligatoriamente a piedi, nella striscia di Gaza, con dei portatori che ti alleggeriscono dei bagagli al prezzo di qualche shekel, vedi per centinaia di metri un paesaggio lunare costellato di macerie. E se lo alzi, lo sguardo scopre uno, a volte due palloncini aerostatici, a forma di Zeppelin, che sono là sopra di te, in permanenza, a scrutare dal cielo quel che si muove a Gaza. Sono carichi di telecamere e di sensori che colgono il calore di un razzo in partenza e fanno scattare l’allarme per gli israeliani che abitano in prossimità del confine. Mi dicono che la gente di Sderot, a due chilometri, ha quindici secondi per cercare un riparo. Quella di Ashkelon, più lontano a Nord, dispone di una trentina di secondi. Nel kibbutz di Nir Am, incollato al confine, l’allarme arriva con o dopo il missile. Non serve.

L’ingresso a Gaza, sul versante palestinese, non è cambiato. C’è una baracca e un uomo in maniche di camicia, in apparenza assonnato e disarmato, che guarda distratto il passaporto e te lo restituisce dopo avere gettato un’occhiata sulla fotografia. Non servirebbe costruire una vera stazione di confine.

Ad ogni intervento di Tsahal i carri armati la distruggerebbero. Non sono più in grado di ricordare quante volte sono venuto a Gaza. La prima visita, alla quale ne sono seguite tante altre, in momenti di speranza o di disperazione, risale al 1967, quando la città era ancora occupata dagli egiziani. Adesso, dopo più di quarant’anni, qui sento quanto sia ancora profonda la divisione dei due popoli che si contendono la stessa terra. È come se il tempo fosse passato invano. Dalla stanza dell’hotel Commodore affacciata sul mare non vedo una sola barca da pesca al largo. Le navi israeliane ne limitano l’attività. Sul Mediterraneo una rete di radar assolve il compito della grande centrale di sterilizzazione al confine.

A Rafah, al confine con l’Egitto, dove vado in compagnia di Islam, uno studente di lingue straniere mai uscito da Gaza nella sua vita, scopro il mondo delle talpe. Ho già letto tante descrizioni e visto tante immagini televisive delle centinaia di tunnel scavati a ridosso del muro di cemento che segna la frontiera con l’Egitto, ma questo non rende meno angosciante e sorprendente lo spettacolo dei cumuli di terra e degli uomini affaccendati a scavare gallerie sotterranee per sfuggire alla morsa che stringe, intrappola questa lingua di terra (lunga quarantacinque chilometri e larga meno di dieci) affacciata sul Mediterraneo semi-deserto. Uno degli angoli più intensamente popolati (un milione e mezzo di uomini e donne) e dei meno felici. Gli abitanti non possono comunicare col resto del mondo alla luce del sole, devono passare sotto terra. Nessuno dei paesi confinanti, Israele da un lato e l’Egitto dall’altro, si fida di loro.

Passo un’intera mattina a studiare la rete di tunnel attraverso la quale transitano le mercanzie che riempiono le vetrine di Gaza City, di Rafah, di Khan Yunis, e le botteghe dei campi profughi, ormai da tempo borgate strutturate come centri urbani (Jabaliya, Beach, Bureli, Al Nusairat, Mughazi, Deir al Balh), dove i vecchi tengono spesso appesa alla porta la chiave arrugginita delle case abbandonate a Haifa o a Ashkelon, che un tempo si chiamava Yebna. Case che non esistono più, sostituite da grattacieli o da immobili in vetro e cemento, ma in cui molti sperano di ritornare. I tunnel sono lunghi da settecento metri a un chilometro e mezzo, abbastanza per spuntare in territorio egiziano, aldilà del muro di cemento che segna il confine: e inghiottiscono ferri da stiro, motociclette smontate, piccoli generatori, bidoni di benzina, frigoriferi, televisori, scarpe, scatole di formaggi, tavolette di cioccolato, giacche di finta pelle, scarpe made in China. Ritrovo queste mercanzie nei negozi della strada principale di Gaza City, in via Omar Mokhtar (nome del ribelle libico impiccato dagli italiani e rimasto simbolo della resistenza araba al colonialismo), e sulla piazza di Rafah, dove sono esposte ancora umide e inzuppate di terra. E le armi destinate alle milizie di Hamas?

“Le armi vengono dal mare”, mi assicura il padrone di uno dei tunnel. Ed è probabile che non dica la verità. Non credo che i palloni aerostatici che scrutano Gaza dal cielo e annusano i missili siano in grado di vedere anche quel che accade sotto terra. Ma numerosi sono gli indizi che smentiscono il padrone del tunnel. Il contrabbando d’armi e di mercanzie non può avvenire senza la complicità della polizia egiziana che vede sbucare a ridosso del confine centinaia di gallerie, attorno alle quali si accende subito un intenso traffico. Ismail H., il padrone bugiardo del tunnel, ha formato una piccola società. Ha riunito degli “azionisti” per raccogliere il capitale necessario per acquistare l’appezzamento di terreno necessario in prossimità del confine (5.000 dollari al metro quadrato), per affrontare i lavori di scavo (50.000 dollari per 250 metri) e pagare i “minatori” (50 dollari al giorno). I tunnel variano da trenta centimetri a un metro e venti d’altezza. E sono aerati con un sistema rudimentale che mi dicono simile a quello di un aspiratore.

C’è un animato, chiassoso andirivieni attorno ai tunnel, un centinaio, forse di più, che non sono un’invenzione recente. Nella sua storia millenaria, Gaza li ha spesso usati per sfuggire all’isolamento cui la condannavano i nemici. In queste ore il grande cantiere è in piena effervescenza. Non si perde tempo. I ritmi susciterebbero l’ammirazione di un imprenditore occidentale inquieto per la scarsa produttività della sua azienda. I tecnici sono affaccendati attorno ai mini-generatori di energia, made in China come le scarpe; i “minatori” emergono dai tunnel un po’ storditi dalla luce, ma si rianimano subito, si scrollano di dosso la polvere e scavalcano svelti i cumuli di terra fresca e i crateri scavati dalle bombe israeliane. Direi che regna un’allegria di cui non è troppo evidente il carattere nevrotico.

Ritrovo la stessa atmosfera a Gaza City, nei quartieri più colpiti. A Twam, nel Nord, dove gli abitanti profughi delle guerre passate sono adesso di nuovo profughi, le loro case essendo state polverizzate dai missili di Tsahal. Ma soprattutto a Zeitun, dove le famiglie sono accampate sulle rovine. A Zeitun sono stati contati un centinaio di morti. E più di venti di loro appartenevano alla famiglia Samuni.

Fari Samuni, di 59 anni, ha perduto la moglie, la cognata, due nipoti e tanti altri parenti. Le televisioni di tutto il mondo l’hanno mostrato mentre si aggirava tra i blocchi di cemento sbriciolati dai missili dicendo: “Sono morti in ventuno nella mia famiglia. E tra i morti c’è mia moglie, di nome Rizka”. Adesso Fari Samuni partecipa alle riunioni che sembrano feste di famiglia, anche se sono organizzate per commemorare i morti, sotto grandi baldacchini, con tappeti su cui sono posati i narghilé e i vassoi di rame carichi di tazze di tè.

Vado a Zeitun quando le macerie si sono già raffreddate, e tutti i cadaveri dovrebbero già essere stati ritrovati. E mi perdo in una folla senza lacrime e lamenti, in continuo movimento tra le rovine, come se vivesse un giorno normale. C’è chi con picconi e badili, o con una semplice scopa, cerca di creare uno spazio nel quale i bambini possano giocare. Su un cumulo di pietre e blocchi di cemento, accanto alla carcassa di un’automobile accartocciata, ridotta da un’esplosione a qualcosa di simile a una scultura contemporanea, una donna ha collocato un fornello a carbone sul quale penso faccia cuocere il cibo per il bambino aggrappato alla sua lunga veste nera. La donna appollaiata sui resti di quella che era la sua casa, e sotto la quale sono morti parenti o conoscenti, ha gesti misurati, e il suo volto incorniciato dal fazzoletto nero sembra disteso. A tratti sorride.

Una ragazza di ventidue anni, di nome Ivan (nome insolito per una donna e per una musulmana, che lei spiega con una lontana parentela russa) mi rivolge una domanda adeguata alle immagini di Zeitun: “Lei riesce a spiegarmi perché noi di Gaza passiamo tanto facilmente dalle lacrime al sorriso?” Non so evidentemente cosa risponderle. È tuttavia facile immaginare che il dolore espresso dalle lacrime non sia cancellato dal sorriso; e che quest’ultimo sia imposto dalla necessità di sopravvivere. Oltre che dalla dignità e dall’orgoglio da esibire agli estranei venuti a vedere le tue disgrazie. Ivan è una delle rarissime donne che a Gaza non copre i capelli con un foulard bianco o nero. Alcune, soprattutto nei villaggi, nascondono anche la faccia.

Ad eccezione di qualche poliziotto addetto al traffico, non incontro un solo uomo armato. Né a Gaza, né a Khan Yunis, né a Rafah. Neppure l’ombra di un miliziano di Hamas. Gaza è un luogo di talpe e di fantasmi? Questa assenza di visibili strumenti guerra e l’affaccendarsi quasi normale della gente smorzano l’effetto iniziale e danno a Gaza City un aspetto meno drammatico. L’inferno è meno infernale di quel che ci si attendeva all’arrivo. Fino a quando non ti imbatti nelle rovine dell’ultima incursione israeliana, dalle quali emana ancora un odore di cadaveri. Un fetore che ormai dovrebbe essere soltanto di animali abbandonati sotto le macerie.

La città sembra abbandonata a se stessa. Ma è un’impressione sbagliata, mi avverte un commerciante di età avanzata. Il quale ha premesso di essere estraneo a Hamas e anche al suo avversario Al Fatah, neutrale insomma nella lotta intestina tra partiti palestinesi, ma “nemico di Israele che gli ha tolto la casa ancestrale di Haifa e distrutto quella che aveva ricostruito a Zeitun”. Non devo essere tratto in inganno, mi dice, dall’assenza di uomini armati. Hamas ha un’organizzazione capillare. Sia sul piano sociale sia su quello militare e poliziesco. Assicura ancora a una larga parte della popolazione un’assistenza sanitaria, che va dal dentista al pediatra; garantisce consultazioni specializzate dai professori (suoi affiliati) della facoltà di medicina; dà aiuti in denaro e assiste entro certi limiti chi cerca un lavoro. È altrettanto attiva sul piano poliziesco.

Controlla tutti i quartieri, strada per strada, casa per casa, e reprime ogni tipo di dissenso. “Se critico Hamas in pubblico non la passo liscia”, dice il commerciante. Soltanto in famiglia si può parlare liberamente. E molte famiglie sono divise tra laici favorevoli a Al Fatah e integralisti favorevoli a Hamas. Ma anche i salafisti, fedeli alla corrente più radicale dell’Islam, sono spesso contrari a Hamas, considerato un movimento troppo tollerante. I suoi dirigenti, secondo i salafisti, si comporterebbero a volte come “tafkir”, falsi musulmani.

Chiedo se c’è chi rimprovera Hamas di avere provocato morti e distruzioni con il lancio dei missili Qassam sul Sud di Israele. La risposta è esitante: “Certo, ma è meglio non esprimersi in pubblico”.

In questa stagione politica, Hamas adotta la tattica del “fantasma”. Non si espone militarmente. Non si è esposta nemmeno durante l’incursione israeliana. I suoi uomini armati, organizzati in unità distribuite su tutto il territorio (con depositi d’armi nascosti ma raggiungibili facilmente) non hanno affrontato Tsahal, se non con sporadici tiri di cecchini. Un tempo i reparti militari di Hamas ingaggiavano combattimenti con i soldati israeliani, anche se erano costretti a ritirarsi, per la disparità dei mezzi, lasciando sul terreno numerosi morti. Era una tattica suicida, dettata dalla tendenza al martirio, simile a quella dei kamikaze. Questa volta la tattica è stata diversa. Ad ispirarla sarebbero stati istruttori siriani e iraniani. Il Corano, al quale si ricorreva per giustificare il sacrificio della vita, adesso viene interpretato attraverso i versetti in cui si dice che non bisogna sciupare la vita invano. Per questo Hamas non ha mostrato tutta la sua forza. Ha subito perdite, ma non tali da intaccare seriamente la sua organizzazione militare. La quale viene giudicata più disciplinata di un tempo. Il prezzo è stato pagato dalla popolazione civile. Il bagno di sangue di gente inerme, cosi come la distruzione di scuole e moschee, ha dato l’impressione di una battaglia che non c’è stata.

Il dottor Abdel Aziz al-Rantissi diventò il capo di Hamas a Gaza dopo la morte di Ahmed Yassin, la guida spirituale del movimento. Yassin fu ucciso dagli israeliani nel marzo 2004. Rantissi ebbe la stessa sorte in aprile. La sua automobile fu colpita da un missile. Non era una persona cordiale, ma parlava volentieri. Lo incontrai per almeno due ore in un cortile attiguo alla sua abitazione provvisoria. Era allora, diceva lui stesso, uno dei sette fondatori di Hamas negli anni Ottanta. Ma non era questo che mi aveva spinto a incontrarlo durante la Seconda Intifada. Era un pediatra, insegnava alla facoltà di medicina dell’Università islamica, ed era al tempo stesso uno dei più appassionati ispiratori del terrorismo, azioni dei kamikaze comprese. Volevo capire come potesse conciliare l’attività di pediatra e l’esaltazione del terrorismo. In realtà non era il solo caso. Tra gli integralisti islamici dediti al terrorismo ci sono sempre stati dei medici, e in generale dei cultori di materie scientifiche o di scienze esatte come la matematica. Vale a dire materie non contaminate dalla cultura occidentale, come la filosofia, la letteratura o il diritto.
Comunque Rantissi non mi dette soddisfazione su questo terreno. Disse in sostanza che quel che io chiamavo terrorismo era in realtà la sola tattica possibile per i palestinesi, privi di aviazione e di carri armati, di fronte a Israele che occupava la Palestina. E non capiva come trovassi contraddittorio il fatto di curare i bambini e al tempo stesso di combattere coloro che lo avevano cacciato dalla sua casa di Yebna, battezzata Ashkelon dagli israeliani. Ma quando gli chiesi quale fosse il leader arabo al quale si ispirava mi disse senza esitare: Gamal Abdel Nasser. Gli feci notare che Nasser aveva impiccato e imprigionato i Fratelli Musulmani, dai quali Hamas è nato. Mi rispose che quello era stato un errore del raìs egiziano, ma che importava il fatto che egli fosse “un patriota”.

A differenza di altri integralismi islamici, Hamas ha una forte componente nazionalista. Rantissi la esprimeva esaltando Nasser. Non è il caso, ad esempio, di Al Qaeda. O di altre correnti che sono panarabiste. Come la confraternita dei Fratelli Musulmani, alla quale si richiama, Hamas può essere pragmatica, vale a dire che accetta di coesistere con forze laiche, o che comunque non condividono il suo obiettivo ultimo: quello di creare una Stato Musulmano regolato dalla legge coranica. L’avvento di questo Stato può avvenire dopo una lunga, imprecisata tregua.

Questo spiega l’adesione, sia pur provvisoria, a Hamas, di molti palestinesi estranei o spesso opposti ad ogni tipo di integralismo religioso. Nel quartiere di Sheik Reduan, nel cuore di Gaza, un insegnante un tempo militante nel Fronte Popolare del dottor George Habbash, un cristiano marxista, mi dice: “Non amo Hamas, ma lo sopporto perché vuole quello che io voglio”. Replico che l’azione di Hamas ha un forte prezzo umano. Questa volta più di mille morti civili. Ma non ho risposta, perché la luce in quel momento si spegne e ci troviamo nel buio. Non c’è abbastanza kerosene per far funzionare la centrale elettrica, e l’insegnante un tempo marxista non ha abbastanza soldi per comperare uno dei mini-generatori che escono dai tunnel di Rafah.

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