Con immenso piacere Indika ha il piacere di pubblicare un intervento di Michele Baraldi, scritto in volo tra India ed Europa, e destinato a una celebrazione in onore di Rabindranath Tagore, avvenuta a La Spezia (Golfo dei Poeti) il 6 maggio 2011. Lavoro mirabile tra prosa e poesia, ringraziamo l’autore per aver voluto condividere con noi lo studio sull’ esperienza letteraria di Tagore, a cui si aggiungono profondità intellettuale ed emotiva di un attento scrittore e caro amico. Quella di Michele Baraldi è scrittura sensibile e intima, capace di dare tutto il pregio che la figura di Tagore e la sua opera meritano.

Nota sull’autore.

Michele Baraldi vive e lavora a Parigi dal 1991: qui ha fondato, insieme a Silvia d’Intino, L’Opera in Versi (www.operainversi.eu), ente culturale che si propone di approfondire e diffondere la conoscenza del patrimonio poetico italiano nel mondo. Ha realizzato conferenze, letture e seminari in Università, Scuole, Biblioteche, Istituti di Cultura in Italia, in Francia, in Scandinavia, nell’Africa del Nord e in India. Altri soggiorni di scrittura, di letture pubbliche e cicli di conferenze sono previsti per i prossimi anni in Israele, in Cina, in Indonesia, in Canada e negli Stati Uniti d’America.
Sta per pubblicare in italiano e in francese una sintesi della sua opera poetica, un volume di racconti, un poema in prosa, Le Pont habité (2011) e una storia di più lungo respiro, cui lavora dall’inizio del suo soggiorno a Parigi.
Ha creato a Parigi, insieme ad una vasta costellazione d’amici provenienti da paesi, culture, discipline professionali differenti, l’Académie des Quatre Vents, realtà culturale ispirata all’idea e alla pratica di un umanesimo risolutamente cosmopolita. Nel 2004 ha ricevuto, per la sua opera di scrittura e per il suo lavoro pedagogico, il premio “Lerici Pea – Poeti e scrittori italiani nel mondo”. (http://www.michelebaraldi.name/).

Su limpide acque. Rabindranath Tagore, 1861 – 2011.
La Spezia, 6 maggio 2011
©Michele Baraldi Paris France

 

Inno della Creazione: RigVeda, X. 129.

1ab. nāsadāsīn no sadāsīt tadānị̄ṃ nāsīd rajo no vyomāparo yat |
Non c’era il non-essere, non c’era l’essere allora,
non c’era lo spazio né la volta (celeste) aldilà di esso.

1bc. kimāvarīvaḥ kuha kasya śarmannambhaḥ kimāsīd gahanaṃ gabhīram ||
Che cosa avveniva? Dove? Che cosa proteggeva?
Era forse l’acqua – un abisso profondo?

2ab. na mṛtyurāsīdamṛtaṃ na tarhi na rātryā ahna āsītpraketaḥ |
Non v’era morte allora, né non-morte: non una luce tra notte e giorno.

2cd. ānīdavātaṃ svadhayā tadekaṃ tasmāddhānyan na paraḥ kiṃ canāsa ||
Respirava senz’aria alcuna, grazie a se stesso,
quell’uno, e al di là di lui non v’era altro.

3ab. tama āsīt tamasā gūḷamagre.apraketaṃ salilaṃ sarvamāidam |
Era tenebra al principio nascosta da tenebra,
tutto questo era un onda indistinta.

3bc. tuchyenābhvapihitaṃ yadāsīt tapasastanmahinājāyataikam ||
Non-esistente nascosto dal vuoto, dalla forza dell’ardore nacque l’uno.

4ab. kāmastadagre samavartatādhi manaso retaḥ prathamaṃ yadāsīt |
Al principio amore prese forma, era il primo seme della mente.

4cd. sato bandhumasati niravindan hṛdi pratīṣyākavayo manīṣā ||

Il legame dell’essere nel non-essere trovarono
Nel loro cuore i poeti, meditando;

5ab. tiraścīno vitato raśmireṣāmadhaḥ svidāsīt |
La loro corda tesa nel mezzo – che cosa c’era al di sotto?

5cd. retodhāāsan mahimāna āsan svadhā avastāt prayatiḥ parastāt ||
C’erano i fecondanti, c’erano le potenze generative.
Da un lato l’energia, dall’altro l’impulso.

6ab. ko addhā veda ka iha pra vocat kuta ājātā kuta iyaṃ visṛṣṭiḥ |
Chi sa davvero, chi può proclamare da dove è nata questa creazione?

6bc. arvāg devā asya visarjanenāthā ko veda yata-ābabhūva ||
Gli dèi vengono dopo questa creazione: chi sa da dove sia nata?

7ab. iyaṃ visṛṣṭiryata ābabhūva yadi vā dadhe yadi vā na|
Questa creazione da dove è nata, se sia stata ordinata oppure no,

7cd. yo asyādhyakṣaḥ parame vyoman so anga veda yadi vā naveda ||
Chi la sorveglia dal cielo più alto lo sa o forse non lo sa (nemmeno lui).

Versione di Silvia d’Intino e Michele Baraldi.

 

Cominciamo dall’inizio. La raccolta in dieci libri del RigVeda – letteralmente, la “Visione dei Canti” – fu composta tra il XVIII° e il il IX-VIII° secolo prima della nostra era: comprende più di mille stanze di inni e canti di una profondità abissale e di una bellezza inaudita, scritti in una lingua letteralmente “perfetta”, il sanscrito. Il RigVeda è la prima radice della poesia di Tagore e il primo dei quattro grandi testi canonici dell’Induismo – i Veda, appunto: RigVeda, Sama-Veda, Yajur-Veda e Atharva-Veda. Qualcuno volle aggiungere ai quattro Veda un quinto Veda, il Natyashastra, il “Libro del Teatro”, interamente dedicato al teatro e alla danza, che nell’India antica e moderna tendono a essere una sola e unica cosa.
Nel corso dei secoli si unirono a questi sacri testi poetici i Brâhmana, gli Arânyâka e soprattutto le Upanishad, meditazioni filosofiche di una folgorante e meravigliosa finezza: scritte tra VIII° e il IV° secolo avanti Cristo, culminanti all’epoca della futura Europa di Platone, le Upanishad ebbero per ragioni che subito vedremo un’importanza segretamente colossale nella formazione di Tagore.
Ora, i mitici e insieme ben reali autori dei Veda furono i rishi: i cantori dell’India antica. Riconosciamo non senza un brivido in Tagore le qualità essenziali del rishi: una somma di poesia e di saggezza, di canto e di visione, di parola e di musica che fa di Tagore, alla lettera, un rishi, un poeta-veggente. E se risuonano in Tagore gli Inni del RigVeda, il politeismo vedico si decanta in lui grazie alle Upanishad, che egli cita incessantemente, in una visione molto fortemente unitaria dell’Ente Supremo.
Unità e molteplicità dell’essere non sono mai qui termini antagonistici, ma due nomi per un solo principio, Âtman e insieme Brâhman, Dio uno e infinito. È molto importante comprendere fino a qual punto questo principio di unità nella molteplicità stia veramente al cuore dell’opera di Tagore e insieme di tutta la civiltà indiana: infinitamente una e infinitamente molteplice.
Queste tradizioni di poesia sapienziale e di pensiero filosofico culminano, epicamente, nelle vaste epopee del Mahâbhârata e del Ramâyâna. Al cuore stesso del Mahâbhârata troviamo la Bhagavadgîtâ, il Canto del Beato, un poema drammatico e filosofico che ogni indiano colto conosce a memoria e costituisce per tutta l’India brahmanica, e specialissimamente per Tagore come per Gandhi, il nocciolo radiante della spiritualità indiana e anche – altro punto decisivo – di quella profonda unità di pensiero e azione che nutre l’opera di entrambi. Nella Bhagavadgîtâ si esprime infatti in una forma cristallina e una precisione inesorabile quel principio, dirò con le mie umili parole, di un’azione contemplativa: un’azione disinteressata, distaccata dal suo proprio frutto e  proprio per questo tanto più efficace.

Questa tradizione plurimillenaria di pensiero, di teatro e di poesia fu per Tagore ben più che un oggetto di studio: essa fu, insieme alla potente natura dell’India, il suo pane quotidiano fin dalla sua primissima infanzia. Questa piena e molteplice risonanza in Tagore di tutta la tradizione poetica e spirituale dell’India è un altro punto che vorrei salvare nella nostra conversazione. In Tagore l’India intera risuona verticalmente, profondamente, quindi nell’estensione dei suoi popoli e delle sue terre, come si canta nel Jana Gana Mana, l’inno nazionale indiano composto da Tagore medesimo. Ed è proprio per questo, perché Tagore incarna e manifesta la storia umana e spirituale dell’India che egli ha potuto essere immediatamente riconosciuto dagli Indiani del suo come del nostro tempo non come un poeta tra gli altri, ma come il Poeta. Rishi e Kavi al tempo stesso e insieme, Dio ci perdoni, Guru Dev: così lo chiamò Gandhi cui egli aveva conferito il titolo informale ma subito accolto da tutti di Mahâtma, Grande Anima.
Abbiamo qui, davanti a noi, in questo giorno consacrato al suo ricordo, la vita e l’opera di un’artista universale: poeta, musicista, pittore, uomo di teatro, pedagogo, filosofo, uomo d’azione e di pensiero, uomo politico fortemente impegnato nella realtà del suo tempo. Un tempo in cui, tra il 1861 e il 1941, si sono decise le sorti di tutta la modernità e in modo speciale si è deciso il destino dell’India moderna.
Ora, Tagore nacque e trascorse i primi trent’anni della sua vita all’interno di una famiglia assolutamente straordinaria. Il nonno, Dwarkanath Tagore, chiamato il Principe – Thakûr, appunto, che è il nome bengalese dei Tagore – era celebre in tutto il Bengala per la sua magnificenza: era uno tra gli uomini più ricchi, colti e influenti di Calcutta; poesia, musica, danza, le arti e il pensiero in tutte le loro forme erano coltivati con la massima raffinatezza dai Tagore e dai loro ospiti umili o illustri. Dwarkanath era insieme a Ram Mohan Roy la colonna portante del Brâhmo Sâmâj, un’istituzione culturale che si proponeva di cogliere e unire gli esiti più puri e più alti della tradizione bramanica a quelli dell’Islam e del Cristianesimo. In questo ampio crogiuolo confluivano inoltre l’esempio e il pensiero del Buddha e il rispetto totale per la vita proclamato dai Jain. Questo impegno nel ritrovare i valori originari del bramanesimo e dell’induismo si univa alla lotta contro ogni forma d’ingiustizia, di pregiudizio, di superstizione, in uno spirito di rispetto per tutte le tradizioni spirituali d’Oriente e d’Occidente. Il padre di Tagore, Debhendranath, accentuò ulteriormente il movimento di ritorno allo spirito dei Veda e delle Upanishad e insieme di apertura alla conoscenza delle altre culture asiatiche e occidentali.
E qui siamo a un altro punto davvero importante per comprendere la visione di Tagore: il dialogo serrato, a molteplici livelli, tra Oriente e Occidente.

Nelle sue Memorie d’infanzia, Tagore scrive:
Così mi fu dato di realizzare nella mia propria vita il senso e il significato del mio nome…
Ovvero sia Rabindranath: il Signore del Sole, che non divide l’Est dall’Ovest, ma trascorre senza fine dall’Uno all’Altro.

È forse questo il momento di dire, tracciando una rapida genealogia della vocazione poetica di Tagore, che a quella vastissima costellazione di poeti, veggenti, architetti, pittori, scultori, filosofi, musicisti, uomini di teatro che formano la storia culturale dell’India si aggiunge una conoscenza personalissima, ma molto approfondita della poesia europea e in primo luogo anglosassone: siamo oggi nel Golfo dei Poeti e sarà bello ricordare che Tagore fu chiamato fin dalla sua giovinezza lo Shelley del Bengala. Egli aveva conosciuto e amato nei testi Shakespeare, Milton, Byron e Shelley, Wordsworth e Browning, Tennyson e Keats. Questo appunto è importante per comprendere la stupefacente e immediata risonanza che Tagore ebbe in Occidente tra i lettori più semplici e tra i più grandi poeti e uomini di scienza e di pensiero. Fu W. B. Yeats il primo a scoprirlo nel mondo anglosassone e a lui si deve il Nobel che Tagore ebbe nel 1913 a cinquantaquattro anni. Furono Saint-John Perse, Romain Rolland e André Gide, altri futuri Nobel, a farlo conoscere in Francia e più tardi i grandi indologi Sylvain Lévy, che insegnerà a Shantiniketan, Louis Renou e Jean Filliozat; furono Pound ed Eliot a portarlo oltreoceano, dove si legherà d’amicizia a uomini come Albert Einstein, di cui condivideva pienamente l’affermazione: Voglio comprendere come Dio ha creato il mondo. Proprio come Einstein, Tagore fu apertamente e radicalmente pacifista. E ancora Achmatova, Neruda, Pasternak, Bergson, Thomas Mann, Georg Bernard Shaw, H. G. Wells.
Il cosmopolitismo fu sempre in Tagore una dimensione essenziale della sua visione del mondo: un cosmopolitismo verticale che attingeva alle fonti maggiori della spiritualità asiatica ed europea e un cosmopolitismo storico e orizzontale che tendeva a comprendere il mondo intero nella sua mente, come ben recita il motto dell’Università panindiana Vishwa Bharati che fonda nel 1921 a Shanti Niketan:

Yatra Vischwam Bhavati Eka-Nidam:

Dove il mondo intero si ritrova in un solo nido.

Albert Schweitzer scrisse di Tagore: Un poeta che non appartiene a un popolo solo, ma a tutta l’umanità. Tagore operò sempre nella via di un umanesimo risolutamente cosmopolita. Egli lo alimentò copiosamente nei suoi viaggi, che lo portarono in tutta l’Asia, in molti paesi europei e nelle tre Americhe. E Tagore è l’esempio vivente del fatto che si può essere cosmopoliti e insieme profondamente radicati nella propria terra e nella propria madre patria. Bharata Mâtâ. Madre India. Chi potrà dire un giorno Madre Italia o Madre Europa?

Nella grande epopea della liberazione indiana, restando sempre in un rapporto di reciproca ammirazione per Gandhi, egli aderì alla lotta per l’indipendenza, ma senza alcuna tentazione nazionalistica. La sua prospettiva restò sempre quella, fecondamene paradossale, di un grande uomo indiano che attingeva alle radici più profonde della sua cultura al fine d’inscriverla in un progetto più generale, che implicava la totalità dell’umano su questa terra, e, oltre l’umano, la totalità infinita del cosmo.

Tutto ciò che è grande e vero nell’umanità è alla nostra portata, come un ospite pronto davanti alla nostra porta. Noi non dobbiamo domandargli da quale paese egli viene, ma solamente accoglierlo e donargli tutto ciò che noi abbiamo di meglio.

The Golden Book of Tagore, Calcutta 1931, p. 306.

Tagore condanna fermamente il nazionalismo in ogni sua forma. Per quanto aderisca senza riserve all’ideale, divenuto dopo la sua morte realtà, dell’indipendenza indiana, la sua visione trascende i confini di ogni stato e tende a edificare una terra libera, aperta, iscritta nell’ordine generale del cosmo e orientata verso un’assoluta e infinita trascendenza. Tutto ciò che chiude e limita la vita dello spirito è insopportabile a Tagore. Vi è in lui un’anima profondamente e irriducibilmente ribelle e romantica che si esprime tuttavia in una forma classica e non esita a toccare tutti i campi del sapere, della conoscenza, della creazione e dell’esperienza umana.
L’amore che pervade l’universo è in Tagore libertà e si oppone naturalmente ad ogni forma di asservimento, schiavitù, perfino d’obbligo morale. L’amore è la legge dell’universo: è sinonimo del Brâhman  e si esprime attraverso la gioia, la bellezza, la verità. Tagore non è un poeta da mezzi termini. La sua visione è onnicomprensiva. Tutta la sua poesia tende a testimoniare di una sovrana unità dell’essere e del divenire. E advaitam è anantam, com’egli scrive: l’unità è infinita.
La grande storia e la potente natura dell’India, abbiamo detto, quasi per inciso: questo ci aiuta a cogliere un altro punto cardinale della poesia e insieme della visione di Tagore – l’unità di uomo e natura.
Leggiamo questo passo delle sue memorie in cui Tagore racconta l’esperienza, vorrei proprio dire con Joyce l’epifania, la rivelazione che si trova all’origine della sua vocazione poetica:

… una rivoluzione straordinaria si realizzò in me.
Camminavo un giorno sulla terrazza della nostra casa, tardi nel pomeriggio, l’ardore del tramonto e la luce del crepuscolo si unirono per offrirmi verso sera un mondo di grande e ignota bellezza. I muri stessi della casa vicina mi parvero trasfigurati. Era la magia del tramonto che operava questo miracolo…? Non credo. Ritrovavo nella trasformazione avvenuta in me la prima causa di questo evento. Prima di allora, durante la mia esistenza quotidiana, il mio io ingombrava la mia coscienza: tutto ciò che percepivo era alterato e ricoperto dalla sua presenza. In questo istante, al contrario, l’io scompariva e potevo quindi vedere il mondo quale veramente è, nella sua vera forma.

Poco dopo mi fu donata una visione ancora più profonda, che restò mia per tutta la vita. Un mattino, in piedi sotto la veranda, guardavo verso il parco della Scuola Libera che si trovava davanti a noi, quando il sole si levò sulle corone di foglie degli alberi. Poiché continuavo a contemplare, un velo parve cadere dai miei occhi. E vidi il mondo immerso in uno splendore incomparabile, la bellezza e la gioia sgorgavano da ogni luogo. Questa visione attraversò in un istante le pieghe di tristezza e di abbandono che avevano serrato il mio cuore e l’inondò, liberandolo, di una luce universale.

Rabindranath Tagore fu innanzitutto un poeta ed è alla luce della poesia che la sua visione del mondo si manifesta più compiutamente. Poesia è l’inizio in Tagore: testimonianza del primo ritmo, musica e insieme canto – forma che assume nella parola dell’umano l’ordine sovrano del cosmo.

La poesia è in Tagore creazione perpetua: e prima ancora di essere scrittura verbale, essa si esprime nella visione, nel ritmo e nel canto. Non dimentichiamo mai che Tagore, al modo di un poeta antico o di un  trovatore europeo, usava salmodiare e sovente cantare le sue poesie. Egli scrisse peraltro un grandissimo numero di canzoni che sono ancora oggi cantate in tutto il mondo bengalese e conosciute sia dai sapienti che dal popolo. Ne ho avuta esperienza diretta. Questa dimensione del canto è davvero essenziale, poiché in Tagore poesia e musica, uniti dal ritmo, vanno sempre insieme. Ritroviamo in Tagore il nesso originario che unisce la parola e il canto.
E, ritrovando le parole del grande poetologo indiano Ânandavardhana, vissuto in Kashmir nel IX secolo, la poesia è luce della risonanza, Dhvanyâlôka, che darà il nome a quello che considero il più bel libro mai scritto sulla poesia.

Di questo regno tu ignori i confini
e tuttavia tu sei la sua regina.

Palatala, 1918.

La vita di Tagore fu costellata di gioie supreme e di lutti tremendi: la perdita della madre, il suicidio di Kâdambarî, la moglie del fratello Joytirindranath, poeta e musicista, una donna che fu per Rabindranath una sorta di Beatrice o di Laura, la perdita quindi della moglie e di due suoi amatissimi figli.

Un tempo camminavi con me,
caldo era il tuo respiro, il tuo corpo
cantava la vita.
Il mio mondo parlava con la tua voce
e mi toccò il cuore con il tuo volto.
Ti sei fermata all’improvviso nel tuo cammino
all’ombra dell’Eterno, io ho continuato da solo.

Dono d’amore, 1917.

Sei venuta per un attimo al mio fianco
e mi hai toccato e commosso con il grande
Mistero della donna, che palpita nel cuore
stesso della creazione… L’Eterno in lei s’incarna
in una gioia che trabocca di dolore, trabocca d’amore.

Tagore non fu e non volle mai essere un asceta: la sua vocazione è essenzialmente poetica – la sua visione del mondo profondamente estetica. Anche se fu la poesia mistica di Gitânjâlî a conquistare l’Occidente, egli scrisse stupende poesie dedicate all’amore per la donna e alla contemplazione della natura.

Ho oscurato i tuoi occhi con l’ombra
della mia passione. Tu abiti
il mio sguardo nel profondo.
Ti ho presa e ti stringo, amore mio,
nella rete della mia musica.
Tu sei mia, solo mia, e
dimori nei miei sogni immortali.

Il Giardiniere, 1913.

Sono versi che ricordano il biblico Cantico dei Cantici e insieme il sublime Gîtagovinda di Jâyâdêvâ.

Hai colorato i miei pensieri e i miei sogni,
con gli ultimi riflessi della tua gloria, Amore,
trasfigurando la mia vita per la prossima
bellezza della morte. Come il sole
al tramonto ci lascia intravedere
un angolo di cielo, tu hai mutato
il mio dolore in gioia immensa.
Per incanto, Amore, vita e morte
sono diventate per me
una sola grande meraviglia.
Petali sulle Ceneri, 1917.

È davvero sconvolgente, per il lettore o il poeta occidentale nutrito con il latte di Omero, Eschilo, Virgilio, Dante e Leopardi, trovare una visione della vita e della poesia certo profondamente consapevole di tutto il dolore del mondo – e Dio sa quanto gli Indiani ne siano consapevoli, in ogni epoca della loro storia – e, al tempo stesso, decisamente non pessimistica, anzi sottilmente, potentemente orientata verso la luce. Forse Dante solo in tutto l’Occidente ha saputo fare questo.

C’è un poeta
nel cuore dell’universo !

Canta Tagore in Sfulingo, Scintille.

L’universo è in Tagore abitato dalla gioia: questa gioia è amore, segno di presenza divina. Risuona qui evidente il messaggio del Cantico dei Cantici, di Zoroastro o Zarathustra, che Tagore ammirava forse più di ogni altro uomo, del Buddha e di Gesù Cristo, cui Tagore dedicò numerose meditazioni e che giunse nella storia dell’umanità, non dimentichiamolo, dopo tremila anni di altissima civiltà orientale, dall’India all’Iran fino a tutta la Mezzaluna Fertile. Ed ecco un punto ulteriore in cui Tagore ci conquista per sempre: una coincidenza all’infinito dell’Uomo e dell’Opera, della Visione e del Canto, della Scrittura e della Vita.
Tagore non esita un istante a nominare la gioia e l’amore che pervadono l’universo, dal filo d’erba al cielo stellato e a pronunciare parole per noi quasi indicibili: Bellezza, Verità, Bontà — Infinito. Poesia è in Tagore l’itinerario dell’anima verso la natura intima degli esseri e attraverso gli esseri verso un principio assoluto e onnipresente che li porta all’essere: ciò che gli Occidentali chiamano Dio e gli Indiani Brâhman.

L’immortale si manifesta in gioia,

scrive in
Ali della Morte, a settantanove anni.

Si può dire che tutta la poesia di Tagore sia una meditazione intorno al Brâhman. Tutto l’itinerario poetico e spirituale di Tagore è una ricerca dell’ente supremo: le parole che ha così musicalmente unito l’una all’altra sono altrettanti passi di un cammino rivolto, attraverso gli esseri, le forme, le storie, all’Assoluto, al dio senza nome, a quel principio infinitamente nominato e perfettamente innominabile verso il quale i poeti veggenti dell’India antica rivolgevano i loro inni e i loro canti.

Ho nostalgia di cose lontane.
La mia anima desidera toccare
il limite dell’Oscura Lontananza.
O Grande Aldilà, o acuto richiamo del tuo flauto!

Sono insonne nella mia angoscia:
uno straniero in terra straniera.

O Meta lontanissima, o acuto
richiamo del tuo flauto!

Il Giardiniere, 1913.

La vita e l’opera di Tagore sono un cammino incessante: l’idea in atto di un itinerario l’abitano dal principio alla fine. Ogni parola è un passo. Ogni frase un sentiero. Ogni libro un intreccio di molteplici vie. Più ancora che una metafora, il viaggio è la realtà fondamentale dell’esistenza di Tagore. A questa si unisce la poetica dello Straniero: Straniero è in Tagore uno dei nomi di Dio, che è anche chiamato il Vagabondo, il Navigatore, il Mendicante, il Viaggiatore.

Ai margini della strada
sta colei che attende
il mio Navigatore.
Per lei osò il viaggio
a tutti segreto:
lui viene spingendo la barca.
I capelli si scompigliano,
tra le fondamenta divelte
sibila il vento.
La fiamma trema e si spegne
al vento e alla pioggia
ombre salgono nella casa.
Viene a chiamare per nome
colei ch’è senza nome
il mio Navigatore.

Balaka, Calcutta, 21 agosto 1914.

Sono un viandante.
Nessuno mi fermerà:
le gioie e i dolori sono illusioni.
Senza casa, sempre, camminerò…

Gîtanjâlî, 1912.

Tagore amò a fondo, ricevendone costante ispirazione, i baül, aedi, poeti itineranti, spogli di tutto tranne che delle loro voci, dei loro strumenti e dei loro canti, del loro dio interiore: poeti che vagavano attraverso il Bengala da tempi immemorabili, portando canzoni d’amore per un Dio altrettanto spoglio e privo di formule e di riti, per la natura, per la donna. Essi furono per Tagore esempi viventi di un’autentica vocazione poetica.
È importante vedere che in Tagore non vi è alcuna forma di esaltazione dell’io, nessun voler porre il poeta al di sopra o al di là degli altri uomini: la sua posizione fu sempre di un’umiltà abissale; non vi è mai in Tagore alcuna presunzione di superiorità e tantomeno disprezzo per l’altro, chiunque egli sia. Presente o assente, umano o non umano, l’altro è testimoniato e perpetuato dalla poesia. La poesia testimonia dell’istante privilegiato in cui l’altro si rivela in tutta la sua verità. La poesia è indirizzo all’altro e in prima e in ultima istanza a quell’infinitamente Altro che è il Brâhman. Ma l’altro è anche lo Straniero, il Vagabondo, l’Ignoto, uomo o Dio, uomo e Dio. Ed è fiore, albero, fiume, montagna, oceano. Vedere Dio nell’Altro e non in se stessi o nei fantasmi del proprio io, questo è forse il movimento essenziale della poesia-visione di Tagore.

L’ignoto è l’eterna liberazione…

scrive nel Paniere di frutta, LXII, 1916.

Mai è affermata la superiorità dell’artista. L’autore della creazione è Dio. Il poeta è uno strumento della sua rivelazione. Ci avviciniamo, concludendo, al destino ultimo della poesia di Tagore: iniziata con un’epifania rivelatrice del mondo, si risolve in una vera e propria poetica della liberazione. Liberazione dai vincoli dell’io e proiezione verso l’infinito. E questo in ultima istanza ci conquista in Tagore: etica, poesia, arte, filosofia, impegno pedagogico, politico, sociale, economico sono in una osmosi permanente. Vi è qui una sorta di coincidenza all’infinito, reale e insieme impossibile, tra la Vita e l’Opera. Un problema che nessuno scrittore occidentale è mai riuscito a risolvere. Abolita ogni separazione tra vita e arte: arte e vita sono una sola e unica cosa in perenne divenire. In prima e ultima istanza, il vero e unico soggetto della poesia di Tagore è questo: l’infinito.
O Poeta,
compi il tuo ultimo lavacro
nelle limpide acque della notte emergente.
Questa terra addolorata ti ha servito
e ti ha nutrito,
però non stringerti a lei.
Essa non esita a strapparti
quello che un tempo ti diede.
Il tributo che ricevesti all’inizio
non serrartelo al cuore.
L’oro della moneta lo consuma il tempo,
rivelando l’interna faglia.
Se hai coltivato il frutto del giardino,
sai che trova la sua fine
quando cade al suolo.
La stagione dei fiori è finita
– così lascia che si estingua
l’essere tuo sospeso
all’alito dell’umana lusinga.

Mentre avanzi
non volgerti indietro
a stendere le mani.
Nella vita
quel che donasti sinceramente
non macchiarlo esigendone il prezzo.
Il piattino dell’obolo sia l’ultimo tuo dono
come una foglia secca che acclami la primavera.
Quel che tu attendi
con la speranza nel cuore
non è la gloria – è il muto
richiamo dell’alba alla tua
Vita nuova: è l’aura della luce nel mattino
sulla fronte di chi si ridesta.

Ali della morte, 18 dicembre 1937.

Vi sono uomini che sono fari: essi non soltanto illuminano le nostre navigazioni attraverso l’Arcipelago, ma sono essi stessi i più coraggiosi navigatori. Vengono prima di noi e sono già oltre di noi. Essi vengono dal passato e insieme dal futuro ed è nella felice e drammatica collisione tra le forze del passato e le forze del futuro che avviene la liberazione della loro luce imperitura. Essi sono per così dire incamminati verso di noi dal futuro. E, a ben vedere la loro luce non è più da tempo quella di un faro, ma è la luce di una stella.

© Michele Baraldi, Parigi, il 7. VII. 2011.