Nel Corriere della Sera di ieri, Paolo Salom parla dell’offensiva finale nell’ultima zona controllata dalle Tigri Tamil

Il tempo è finito. I giorni delle Tigri Tamil, a meno di un miracolo, si contano sulle dita di una mano. Titoli di coda sulla guerra dimenticata, la più lunga e sanguinosa dell’Asia meridionale? L’offensiva finale contro l’ultima sacca di resistenza dei ribelli indipendentisti è questione di ore: l’esercito attende solo il via libera, mentre il governo di Colombo ribadisce il suo «no» a qualunque compromesso. «Siamo determinati a non concedere alcun cessate il fuoco e soprattutto siamo decisi a sradicare il terrorismo dallo Sri Lanka», ha dichiarato nei giorni scorsi Mahinda Samarasinghe, ministro per i Diritti umani e i Disastri naturali.

L’«isola splendente», questo il significato della parola sanscrita lanka, paradiso ormai perduto dei vacanzieri, è ancora una volta devastata da una violenza senza freni che si abbatte soprattutto sui non combattenti. Secondo i dati della Croce Rossa Internazionale, sarebbero 250 mila i civili intrappolati nell’ultimo lembo di territorio controllato dalle Tigri, 300 chilometri quadrati di giungla e miseri villaggi nel Nordest del Paese. Il ministro Samarasinghe contesta i dati della Cri e parla di 120 mila civili: «Continueremo a liberare le aree ancora occupate e poi i residenti potranno andare dove vogliono», assicura, sottolineando come «noi non prendiamo di mira i civili né lo faremo in futuro».
In realtà, quest’ultimo, sanguinoso capitolo di un conflitto che — tra alti e bassi — va avanti da 25 anni, mostra una situazione ben differente, sul campo. L’avanzata delle truppe speciali, le granate dell’artiglieria e le bombe dei jet militari non hanno risparmiato neppure gli ospedali. Non è soltanto la Croce Rossa a parlare di «massacri». Anche le Nazioni Unite hanno denunciato numerose violazioni dei diritti umani: sarebbero almeno trecento i non combattenti (compresi donne e bambini) uccisi negli scontri di quest’ultima settimana, molti dei quali deceduti in maniera orribile, dissanguati per la strada perché la zona di guerra è totalmente sigillata (off limits per le ambulanze come per i reporter), mentre Ong e agenzie internazionali sono state espulse senza tanti complimenti.

Già: il governo del presidente singalese Mahinda Rajapakse non tollera «ingerenze». Da falco, il capo dello Stato ha voluto chiudere i conti una volta per tutte con le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (Ltte) — come si chiama ufficialmente il gruppo, iscritto nell’elenco delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti ed Europa — e per questo non si è preoccupato nemmeno di minacciare gli ambasciatori di Svizzera e Germania, accusandoli di essere «troppo condiscendenti » e di «agire in maniera irresponsabile » per i loro tentativi di convincere le istituzioni internazionali a sponsorizzare una tregua umanitaria. Il ministro della Difesa, Gotabaya Rajapakse, fratello del presidente, ha messo in guardia diplomatici, giornalisti stranieri e organizzazioni non governative, affermando che «saranno tutti espulsi se tentano di dare una seconda opportunità ai terroristi delle Ltte, proprio mentre le forze di sicurezza stanno infliggendo loro il colpo mortale».

Era un anno che i capi militari e politici singalesi attendevano questo momento. Esattamente dal 2 gennaio 2008, quando il governo aveva denunciato unilateralmente la tregua concordata alla fine del 2001 che, molto faticosamente, aveva retto nonostante le frequenti violazioni da parte delle Tigri e le immediate rappresaglie dell’esercito regolare.

Da allora è stato un crescendo. Avanzando su tre fronti lungo l’A9, la statale che corre da sud a nord lungo la dorsale centrale dello Sri Lanka, l’esercito ha prima riconquistato l’est dell’isola che un tempo, sotto la dominazione inglese, si chiamava Ceylon ed esportava tè in tutto il mondo. Poi è toccato al nord: Kilinochchi, Mullaitivu, Malavi, Elephant Pass: a una a una sono cadute tutte le roccaforti controllate dalle Tigri Tamil, vero Stato nello Stato con tanto di esazione di tasse e controllo del territorio da parte di una polizia «autonoma». Nel corso della campagna di guerra, l’esercito ha condotto operazioni di contro-guerriglia utilizzando le stesse tattiche del nemico. Ma i metodi spietati utilizzati dalle truppe speciali, i bombardamenti indiscriminati, il sacrificio di tante vite innocenti hanno avuto anche un contraccolpo tra la maggioranza della popolazione, singalesi di fede buddhista (i tamil sono induisti). Quattordici giornalisti sono stati uccisi da killer che in nessun caso sono stati identificati e portati in giudizio. L’ultimo episodio, il più eclatante, è quello di Lasantha Wikramatunga, il direttore del settimanale Sunday Leader, uno dei più influenti periodici in lingua inglese della capitale Colombo: freddato con due colpi alla testa mentre andava a lavorare, all’inizio di gennaio. La sua colpa? Quella di aver criticato la politica del governo e, soprattutto, quella di non aver nascosto al presidente Rajapakse, suo intimo amico, che la «guerra, così condotta, sarà anche vinta. Ma lascerà un retaggio di odio e ingiustizia che sarà difficile guarire». Il giornalista, in un editoriale intitolato «E poi sono venuti per me», poco prima di morire scrive: «Quando alla fine sarò ucciso, sarò assassinato dal governo».

Una deriva, questa, inedita per lo Sri Lanka, isola-Stato uscita dal colonialismo britannico nel 1948 senza sparare un colpo di fucile ma già con i semi della futura instabilità etnica. I tamil (18 per cento della popolazione), percependo una crescente discriminazione, hanno cominciato da subito a spingere verso l’autonomia delle province nordorientali da loro abitate. Per i singalesi, si trattava di una «giusta conseguenza» rispetto al periodo coloniale, quando i britannici, a loro dire, avevano favorito i tamil, incentivando persino l’immigrazione dalla vicina India. Lo stallo nella soluzione delle controversie e le ingiustizie, vere o percepite, patite dalla minoranza, hanno spinto i tamil a insorgere con le armi. Le Tigri sono nate nel 1972 per volere di un capo guerrigliero che sarebbe diventato leggendario per la sua ferocia: Velupillai Prabhakaran. Il suo gruppo rivendica sin dall’inizio attentati e attacchi, alcuni dei quali indiscriminati, suscitando forte emozione in tutto il mondo. La guerra civile vera e propria scoppia però nel 1983, quando le Tigri riescono di fatto a impadronirsi di gran parte delle province del Nordest, a partire da quella di Jaffna. La loro azione porterà Colombo a chiedere aiuto al gigante vicino, l’India, che tra il 1987 e il 1990 sarà presente sull’isola con un corpo di spedizione di centomila uomini. Decisione, tra l’altro, che avrà come conseguenza l’assassinio di Rajiv Gandhi da parte di una kamikaze che si farà esplodere nel 1991, durante un suo comizio nello Stato indiano del Tamil-Nadu. La storia degli anni seguenti è una sequela di agguati, spedizioni punitive, attentati e azioni suicide che hanno provocato, nel complesso, la morte di 70 mila persone. Cui bisogna aggiungere i 30 mila uccisi per lo tsunami del 26 dicembre 2004: tragedia nella tragedia. La guerra, ora, sembrerebbe vicina al suo epilogo. Ma non la stagione dell’odio.

2 Responses to "Sri Lanka, la guerra dimenticata. Di Paolo Salom"

  1. Emanuele Confortin  2 gennaio 2013

    Gentile Nunzio,
    la redazione di indika la ringrazia per il messaggio. Nel caso specifico, essendo la sua una domanda diretta a Paolo Salom del Corriere della Sera.it, ciò che possiamo suggerirle è di scrivere direttamnente alla redazione Esteri del Corriere. Indika non ha contatti diretti con il sig. Salom.
    Nel ringraziarla per l’attenzione, porgiamo
    Cordiali Saluti

    redazione di Indika

  2. nunzio rizzi  18 dicembre 2012

    desidero chiedere cortesemente a Paolo Salom in merito all’articolo di sabato 15 dic scorso a pag 21 (esteri).Il giallo del Piccolo Budda,una statua bronzea venduta all’asta con 300.000 euro.
    Può dirmi la casa d’asta per favore?
    Cordiali saluti Nunzio Rizzi

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