Migliaia di iracheni abbandonano la città di Mosul, la seconda del paese, caduta in mano ai ribelli appartenenti al gruppo denominatosi Stato Islamico dell´Iraq e del Levante (ISIL o ISIS per la stampa internazionale), attivo sia in Iraq che in Siria.

Il checkpoint Khabat alla periferia di Erbil è stato invaso da profughi provenienti da Mosul. L'assalto alla loro città natale è iniziato nella notte di Domenica.
Il checkpoint Khabat alla periferia di Erbil è stato invaso da profughi provenienti da Mosul. L’assalto alla loro città natale è iniziato nella notte di Domenica.

Nell’ultima settimana, gli uomini dell’ISIL hanno alzato il livello dello scontro cogliendo di sorpresa le forze regolari irachene in più di un’occasione: oltre ad una campagna di attentati che hanno seminato il terrore a Baghdad e nelle zone curde del nord del paese, colonne di armati hanno attaccato la città di Samarra, occupato la principale università del paese e lanciato un’operazione su larga scala che li ha portati ad impadronirsi di Mosul. Da gennaio, inoltre, controllano completamente la città di Fallujah, e ampie parti di Ramadi.
A soli due mesi dalle elezioni che hanno sancito il successo di Nuri al-Maliki, l’Iraq pare sprofondare in un incubo che ricorda il periodo buio di una decina di anni fa, quando forze di occupazione straniere, milizie sciite e sunnite, formazioni qaediste ed ex-membri delle forze armate dell’esercito baathista erano impegnate in una lotta senza quartiere per l’egemonia. Non sfuggiva di certo ai più acuti osservatori che diversi conflitti si combattevano simultaneamente e si intersecavano, influenzandosi vicendevolmente: lotte per l’egemonia politica dell’epoca post-Saddam, sabotaggi e resistenza armata all’intervento internazionale, jihad globale, guerra confessionale tra sciiti e sunniti. Una guerra di tutti contro tutti scivolata ben presto nel dimenticatoio, appena attenuata dalla gestione del conflitto operata dall’allora Generale Petraeus, che pian piano era riuscito, apparentemente, a svuotare il bacino di consenso di cui godette, per un certo tempo, il locale ramo di al-Qaeda nelle zone a maggioranza sunnita. Consenso in parte alienato dai metodi brutali di Abu Musab al-Zarqawi, impegnato da un lato a combattere le forze statunitensi e dall’altro a fomentare la guerra civile con azioni indiscriminate ed estremamente sanguinose contro gli sciiti ed i loro maggiori luoghi di culto. L’afflato jihadista si era via via affievolito, e ad un certo punto milizie locali sunnite cominciarono a passare dall’altra parte attorno al 2009. La resistenza irachena che aveva infiammato il paese da nord a sud, e che aveva fatto anche vacillare in più di un’occasione l’apparato congiunto delle forze di occupazione occidentali ed il nascente nuovo esercito regolare iracheno (ad esempio in occasione della prima battaglia di Fallujah o anche i moti scatenati al sud dalle milizie sciite radicali di Moqtada al-Sadr), parve via via spegnersi, riducendo man mano la portata delle sue azioni fino a che persino i media internazionali parvero dimenticarsi del conflitto in corso, aiutati in questo dal graduale defilarsi dei vari contingenti internazionali. In tutto il paese, tuttavia, continuarono azioni e rappresaglie: il vivere quotidiano a Baghdad e altrove scandito dal quasi regolare boato delle autobombe e degli omicidi mirati.
Tutto questo fino allo scoppio del conflitto civile siriano, quando la disillusione crescente, del resto mai sopita, verso il nuovo governo iracheno, da parte di gran parte della popolazione sunnita della provincia di Anbar, fece scoccare la scintilla di una nuova ondata di militanza radicale, stavolta transfrontaliera: il poroso confine siro-iracheno divenne il fulcro di un movimento non solo locale, ma dai progetti ambiziosi – unire Iraq e Siria in un nascente stato islamico, primo nucleo di quello che, nei sogni del jihadismo internazionale, dovrebbe poi diventare il nuovo califfato.
Il travasarsi dell’esperienza irachena in Siria, dove un variegato ed eterogeneo fronte rivoluzionario si pone come obiettivo il rovesciamento di Assad, ha provocato non solo una recrudescenza del jihadismo in tutto l’Iraq, ma ha anche riattivato quella serie di canali internazionali che permettono al movimento di ricevere fondi, armi e volontari di varia provenienza. In questo sta forse la chiave della presenza dell´ISIL o ISIS in Siria: senza la visibilità garantita dal conflitto siriano, il jihadismo iracheno sembrava destinato ad un inarrestabile riflusso, mentre altri teatri dell’ internazionalismo islamico rientravano di prepotenza nel quadro internazionale: il crescente successo dei Talebani in Afghanistan, il propagarsi dello stesso movimento in Pakistan, la Libia post-Gheddafi e l’Egitto, il Mali e via dicendo. Il conflitto siriano, in pratica, ha rimesso le formazioni jihadiste irachene al centro della questione. Si spiega in questo modo la brutale lotta per l’egemonia che l´ISIL ha scatenato in Siria, rivolgendo le armi non solo contro le forze regolari e poi contro l´opposizione laica e moderata siriana, ma anche contro le altre formazioni jihadiste locali, in primis il Fronte al-Nusra.
Proprio lo scontro con le altre fazioni della resistenza islamica siriana, che l’ISIL ha prima cercato di fagocitare e poi di reprimere, ha provocato l’intervento della direzione di al-Qaeda o di ciò che ne resta, al quale sia l’ISIL che al-Nusra si erano affiliate: nel giugno 2013 al-Zawahiri intervenne personalmente per dirimere la questione, cercando di frenare le mire egemoniche della leadership dell’ISIL e di salvaguardare l’autonomia di al-Nusra all’ interno dell´ampio fronte islamico siriano, e nel febbraio 2014 al-Qaeda ha ufficialmente rotto ogni legame con l´ISIL, a seguito della reiterata disobbedienza del gruppo, recalcitrante a conformarsi alle direttive provenienti dall’ alto. Circola anche con una certa insistenza, specie tra i gruppi della resistenza islamica siriana, voce che l´ISIL sia stato in qualche modo infiltrato ai suoi alti livelli.
Il ripiegamento tattico che l´ISIL ha cominciato qualche mese fa, a seguito degli scontri con le fazioni siriane, lo ha portato a consolidare le sue posizioni in territorio iracheno. A gennaio, il movimento issò i suoi vessilli su Fallujah, già teatro di famigerati scontri e vere e proprie battaglie tra gli insorti e le truppe statunitensi, che riuscirono a domare gli insorti solo a prezzo di gravi perdite e grazie al massiccio uso del Fosforo Bianco.
Da gennaio, l’ ISIL non solo è riuscita a tenere Fallujah nonostante i ripetuti tentativi del governo centrale di riconquistarla. Ma è passata al contrattacco. L´offensiva di questi giorni sembra ben lungi dall’essere terminata: dopo Mosul, arriva la notizia che anche Tikrit sarebbe caduta in mano ai jihadisti, e che scontri violenti stiano cominciando a Tikrit e a Samarra.
La chiave del successo del gruppo sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi dal 2010 risiede da un lato, dalla visibilità e dal ruolo giocato nel conflitto siriano, ma anche dall’aver saputo raccogliere e intercettare di nuovo il malcontento della comunità sunnita irachena, marginalizzata politicamente ed economicamente nell’Iraq post-Saddam, e ulteriormente disillusa da almeno tre anni di proteste pacifiche. Al contrario dei precedenti leaders delle fazioni qaediste attive in Iraq, il giordano al-Zarqawi e l’egiziano al-Masri, al-Baghdadi è inoltre iracheno, nativo di Samarra. Sotto la sua leadership si coniugano dunque le istanze più radicali del jihadismo internazionale, perseguite con metodi brutali – ritenute eccessive persino dalla vecchia leadership di al-Qaeda, che anche per questo lo ha sconfessato – e il senso di rivalsa della locale comunità sunnita. In passato però, in diverse occasioni l’iniziale sostegno di cui i jihadisti avevano goduto aveva lasciato il posto in breve tempo ad un sostanziale ripensamento, in gran parte dovuto ai violenti metodi adoperati per mantenere l´ordine e far nel contempo rispettare la sharia.
Resta da vedere, infine, come reagiranno il governo centrale e la comunità internazionale. Al momento, l’esercito regolare non pare in grado di arginare l’offensiva jihadista e a livello internazionale si sente solo un preoccupato e incerto balbettio.