Recensione del libro scritto da Amardeep Athwal, China-India Relations. Contemporary Dynamics (London and New York: Routledge, 2008), xv + 159 pp.

E’ del 27 luglio scorso la notizia del varo della prima portaerei cinese nel porto di Dalian per una prima navigazione di prova, in attesa di ulteriori ammodernamenti e la stampa internazionale non ha tardato a dare alla notizia un grande rilievo, ponendo in particolare l’accento sulle tante aree di frizione tra la Cina e gli stati vicini proprio nel mar cinese meridionale. Una Cina forte sui mari impensierisce non poco e non solo Taiwan,  ma anche il Vietnam: proprio all’inizio dell’estate le marine dei due paesi comunisti si sono fronteggiate nei pressi (e a causa) delle isole Spratili e Paracelse, da sempre oggetto di una contesa che coinvolge, oltre ai paesi summenzionati, anche Malaysia, Indonesia, Filippine e Brunei. E, senza correre troppo con la fantasia, possiamo aggiungere anche l’India, gli Stati Uniti, l’Europa.

Lo sviluppo della marina militare cinese è difatti da alcuni anni al centro di un animato dibattito tra gli analisti politici. Dall’alba dei tempi la Marina è considerata difatti un prerequisito per ogni tipo di espansione di tipo imperialistico od espansionistico: dalla ‘talassocrazia’ ateniese alle triremi di Roma, fino agli imperi di età coloniale (portoghesi, spagnoli, olandesi, inglesi) o postcoloniali quali gli USA, il controllo  (reale o presunto) dei mari costituisce una asserzione di potenza di primaria importanza. Il risveglio della Cina in questo campo sarebbe dunque, secondo alcuni, presagio di un bellicoso futuro ormai prossimo. Un futuro al quale la Cina rinunciò in un lontano passato, quando – si era allora nel quindicesimo secolo – proprio mentre le potenze occidentali cominciavano a solcare i mari, l’imperatore Cheng Zu della dinastia Ming diede ordine di smantellare quella che era, verosimilmente, la più imponente flotta del tempo.

 In controtendenza rispetto a questo tipo di analisi, è quella proposta da Amardeep Athwal nel volume China-India Relations. Contemporary Dynamics (London and New York: Routledge, 2008) che dedica molta attenzione non solo alla presunta ‘proiezione di forza’ che i paesi esprimono tramite le proprie marine da guerra, ma riporta anche una attenta analisi da un punto di vista, per una volta, non occidentale, ma regionale, ponendo a confronto le due potenze emergenti dell’Asia.

 Partendo da una critica della prospettiva cosiddetta ‘neorealista’, Athwal esamina le dinamiche contemporanee che caratterizzano le relazioni sino-indiane non limitandosi a considerazioni di natura prettamente strategica, ma offrendo nuove prospettive basate rapporti economici che legano, più che dividere, i due paesi.

 India e Cina hanno senza dubbio una storia pregressa di conflitti, tensioni e fraintedimenti. Combatterono una guerra nel 1962 per una disputa di confine mai risolta lungo il confine nordorientale dell’India e da allora condividono una frontiera sfumata ed indefinita capace di generare tensioni ancora oggi. La questione tibetana e l’ospitalità concessa dall’India al governo tibetano in esilio è ugualmente fonte di malumori e la sperimentazione nucleare indiana del 1998 provocò aspre critiche da parte cinese. Allo stesso modo, la crescente collaborazione sino-pachistana preoccupa profondamente gli analisti ed i politici indiani.

Ambedue i paesi, poi, intrattengono rapporti amichevoli con la junta che governa Myanmar, paese che l’India ha sempre considerato una sua area strategica e con il quale la Cina sta sviluppando intensi legami economici e strategici.

 Secondo l’approccio ‘neorealista’, la natura delle relazioni internazionali è intrinsecamente conflittuale: secondo uno dei più autorevoli esponenti di questa scuola di pensiero, Robert Gilpin, la stabilità del sistema-mondo può essere assicurata solo ed esclusivamente da un singolo stato-nazione in posizione egemonica[1]. Secondo questo tipo di analisi, la crescita delle marine da guerra dei paesi asiatici condurrebbe, in tempi relativamente brevi ad un confronto militare tra le due potenze proprio nell’Oceano Indiano[2].

Non e’ un segreto che entrambi i paesi abbiano accresciuto le loro capacità navali offensive acquisendo armamenti dall’esterno o sviluppando le proprie produzioni militari.

La Cina è stata particolarmente attiva, di recente, nello sviluppare una marina in grado di incrociare in acque profonde, aumentando le proprie capacità di offesa ed avviando la cosiddetta strategia della ‘Collana di Perle’, un progetto a lungo termine che prevede la costruzione di una sistema di basi militari o di porti sicuri dislocati in varie parti del mondo. L’India non è stata da meno: nel 2004 la Marina Indiana ha reso note le sue ambizioni nelle pagine di un apposito volume, intitolato appunto ‘Indian Maritime Doctrine’. In questo documento di 135 pagine si delinea una nuova politica incentrata sulla ‘proiezione di forza’ ben oltre le rive del sub-continente, tramite lo sviluppo di portaerei e di sottomarini nucleari.

Questa corsa agli armamenti è sicuramente indice di un atteggiamento aggressivo,  che, almeno a livello navale, India e Cina stanno coltivando per la prima volta nella loro storia.

 L’analisi di Athwal a questo punto si discosta da quella dei ‘profeti’ del conflitto inevitabile. Il punto di partenza di un approccio di tipo diverso si può individuare in un passaggio molto semplice: le marine da guerra, dall’antichità ad oggi, hanno  avuto un ruolo chiave nel proteggere le vie commerciali. Discostandosi da quello che considera un approccio tutto sommato superficiale, Athwal dipinge un quadro diverso: l’approccio ‘neorealista’, formalmente esatto nel descrivere il cocktail esplosivo che starebbe preparandosi nelle acque dell’Oceano Indiano, costituisce solo un lato della medaglia ed anzi ignora i recentissimi accordi politici ed economici tra le due potenze.

Si citano ad esempio gli accordi del 10 aprile 2005, che mirano ad una risoluzione del contenzioso sui confini oppure si sciorinano dati sulla crescita esponenziale degli introiti derivati bilateralmente dal commercio (dai 13 miliardi di dollari del 2004 ai 30 del 2010). Tutti segni, questi, di un mutamento sostanziale nei rapporti che hanno caratterizzato le relazioni diplomatiche sino-indiane negli ultimi cinquanta anni.

Rovesciando il paradigma ‘neorealista’, Athwal propone una analisi pragmatica: Cina ed India si sono rese conto che la cooperazione può essere più remunerativa del conflitto. L’integrazione economica di vastissime aree, la domanda di energia, gli interessi regionali starebbero preparando il terreno ad una nuova era in Asia: l’interdipendenza economica ha avvicinato i due paesi come mai prima ed i dati economici riportati da Athwal paiono confermarlo. Inoltre, si fa notare, il fabbisogno energetico legato alla crescita economica potrebbe essere un altro fattore di avvicinamento: una politica di convergenze e di accordi condivisi sarebbe più remunerativo per entrambi rispetto ad una competizione aggressiva.

Cosi, nonostante il persistere di latenti tensioni irrisolte, Athwal dimostra che Cina ed India stanno trasformando le loro relazioni da un quadro di competizione ad uno di cooperazione, che consentirebbe ad entrambi di ottenere il massimo dei vantaggi.

L’analisi ‘neorealista’, nonostante alcune intuizioni certamente esatte, si rivelerebbe inesatta proprio a causa di queste discrepanze rilevate da Athwal nel sistema di relazioni sino-indiane come si sono sviluppate nell’ultimo decennio.

 In un panorama tristemente plasmato dalle prospettive ‘neorealiste’, che vede nel conflitto e nell’egemonia di una unica superpotenza (o di essa assieme ad un ristretto numero di alleati) l’unica via verso un sistema stabile, questo libro si rivela una boccata di aria fresca, indicando come possibile e forse già in costruzione un sistema ad egemonia variabile, fondato, si spera, più sulla cooperazione tra gli stati che non sul conflitto.

 

[1]              Robert Gilpin (1996) ‘No One Loves a Political Realist’, Security Studies, 5: 3-28.

[2]              Emmanuel Adler and Michael Burnett (eds.) (1998) Security Communities. Cambridge: Cambridge University Press.