Kathmandu, 17 Novembre 2009. E’ cominciato il primo novembre 2009 il braccio di ferro tra i Maoisti (Unified CPN-Maoisti NepalMaobadi) ed il governo UML-NC. Dopo mesi di trattative infruttose tra i tre maggiori attori della vita politica nepalese, Prachanda ha ritenuto opportuno giocare la carta della mobilitazione popolare. Dal mese di maggio, in cui P. K. Dahal (Prachanda) aveva dato le dimissioni dopo aver guidato il primo governo repubblicano per circa un anno, il paese era precipitato in una lunga crisi istituzionale, favorita anche dal fatto che la risicata maggioranza ottenuta dal governo di coalizione messo in piedi dai grandi sconfitti dell’ultima tornata elettorale, Madhav Kumar Nepal e G.P. Koirala, rispettivamente dell’UML e del NC, non era riuscita, di fatto, a far procedere, di pari passo, il processo di pace, la stesura della nuova costituzione e le normali attività di governo.

Le dimissioni di Prachanda erano sopravvenute quando il Presidente del Nepal, Ram Baran Yadav, aveva annullato il decreto di congedo forzato che il Primo Ministro Maoista aveva imposto al comandante delle forze armate nepalesi, il Generale Katuwal. Il Presidente era stato costretto ad intervenire quando era apparso evidente che la decisione, presa unilateralmente dai Maoisti, aveva incontrato la ferma opposizione degli altri partiti della coalizione, guidati dal UML. Messo in minoranza, tradito dagli alleati e scavalcato dall’azione del Presidente, Prachanda aveva dunque annunciato le proprie dimissioni e, nel contempo, denunciato la crisi istituzionale derivante da un complotto interno alle forze di governo.
In termini prettamente costituzionali, la decisione maoista di ‘deporre’ Katuwal andava contro quello ‘spirito  di consenso e mutua cooperazione’  invocato dall’articolo 43 (1) della Costituzione ad interim. Tuttavia poteva certo rientrare negli altrettanto dichiaratamente condivisi obiettivi di ‘democratizzazione delle forze armate nepalesi’  che costituivano gran parte del Programma in Sette Punti che fu alla base del Movimento Popolare (Jana Andolaan) dell’Aprile 2006.
Prachanda aveva inoltre deliberatamente ignorato il protocollo, che vuole il Presidente, quale capo supremo delle Forze Armate,  l’unico in grado di nominare o destituire i vertici dello stato maggiore, certamente in accordo con le decisioni del parlamento eletto. Prachanda aveva invece inviato una lettera di dimissioni a Katawal e contemporaneamente aveva nominato al suo posto K.B. Khadka, informando Yadav telefonicamente a cose fatte.
Forte di questo vizio procedurale, e incoraggiato dalla fronda parlamentare ostile ai Maoisti, Yadav era dunque intervenuto, annullando il procedimento di destituzione e facendo valere la sua autorità politica.
Sollevando la questione della crisi istituzionale, Prachanda si addentrava in quella serie di nodi lasciati irrisolti dalla costituzione ad interim, e, lamentando l’ingerenza presidenziale nell’operato del governo, si era prontamente dimesso. Fin troppo prontamente, a detta di alcuni.
Il giorno seguente, durante una conferenza stampa, aveva denunciato l’ingerenza di New Delhi e spiegato che si dimetteva per una questione di principio, ma che il suo partito avrebbe reso vita dura
al governo successivo e che il Presidente avrebbe dovuto un giorno pentirsi della crisi che andava ad innescare.

Certamente, avere il principale partito del paese all’opposizione costituiva una evidente anomalia;  la maggioranza di governo che sosteneva Madhav Kumar Nepal, alla testa di una litigiosa coalizione di ventidue partiti minori, era costituita da 305 membri, e cioè da appena quattro in più della maggioranza matematica minima (301) era semplicemente incapace di portare avanti già di per sé l’intricato groviglio legato, come si è detto, alla gestione del processo di pace, della Costituente e dell’attività di governo; se a ciò si aggiunge che, a intermittenza, i deputati maoisti facevano ostruzionismo in aula, si può avere un quadro abbastanza chiaro della situazione politica nepalese degli ultimi mesi.
Diverse volte i vertici di UML, NC e UCPN-M si erano incontrati per risolvere la situazione di stallo, ma senza mai giungere a risultati concreti.

Il 23 ottobre, la segreteria maoista  aveva lanciato una sorta di ultimatum al presente governo: nove giorni per esprimersi pubblicamente contro la mossa di maggio del Presidente Yadav ed aprire un serio dibattito in aula in merito alla questione.

Ieri, scaduti i nove giorni, il premier M. K. Nepal ha convocato il Ministro dell’Interno Bhim Rawal ed i vertici delle forze dell’ordine per fare il punto sulla situazione della sicurezza nel paese. Contestualmente, ha invitato i Maoisti a venire a più miti consigli e a rinunciare allo stato di agitazione programmato.
Quasi nelle stesse ore si svolgevano gli ultimi incontri dei vertici del UCPN-M: per tutta la settimana i quadri locali hanno messo a punto il  programma di agitazioni che dal primo al 15 novembre dovrebbero mostrare, sul terreno, la loro capacità di bloccare il paese reale, oltre che l’attività parlamentare.
Prachanda ha invitato i suoi a mantenere la protesta pacifica, ma ha anche messo in guardia il governo dall’usare la forza contro i dimostranti. Forte delle parole pronunciate da Ban Ki Moon il 31, Prachanda ha auspicato, così come il segretario delle Nazioni Unite, la formazione di un governo di unità nazionale per portare avanti il processo di pace, i lavori della Costituente e l’integrazione dell’esercito maoista nei ranghi dell’esercito nazionale, così come previsto dagli accordi di pace.
Domenica 1 novembre, le principali vie di Kathmandu si sono riempite: migliaia di persone sono scese per strada a Kathmandu e nelle altre città-satellite della Valle, Patan e Bhaktapur, sollevando nel tramonto un mare do torce infuocate.
Diversi cortei  hanno paralizzato il centro di Kathmandu, per poi convergere verso Ratna Park, dove lo stesso Prachanda ha tenuto un comizio, mentre altri, cortei, ognuno guidato da una personalità di spicco del partito o un deputato, hanno bloccato altre zone.
Nei giorni seguenti sit-in, picchetti, blocchi stradali si sono susseguiti senza sosta, senza tuttavia degenerare in confronti violenti.
Uniche, significative eccezioni sono state la dichiarazione di autonomia della zona di Dhankuta, nell’estremo est del paese e gli scontri di fronte alla sede del Parlamento del 12 novembre.
A Dhankuta l’azione dei militanti maoisti ha provocato la reazione dei militanti del CPN-UML e le due fazioni si sono scontrate a lungo per le strade, fino a che le autorità non sono intervenute in forze ed hanno imposto un copri-fuoco di due giorni per ristabilire l’ordine. I vertici maoisti, da Kathmandu, hanno dichiarato che non si è trattato di un’azione pianificata a livello centrale, ma frutto dell’iniziativa dei quadri di partito locali. Ciononostante, bisogna ricordare che nel lanciare la protesta Prachanda aveva annunciato la possibilità di creare ‘zone autonome’, sottratte al governo centrale e sotto la giurisdizione del partito.
A parte questo episodio, le manifestazioni sono state pacifiche fino alla grande mobilitazione del 12 novembre di fronte al Singha Durbar, il Palazzo del Leone. Inizialmente vietata dal governo, la manifestazione era stata poi consentita quando si era resa evidente la volontà dei maoisti di effettuarla ugualmente. E come aveva annunciato B. Bhattarai, il governo si sarebbe reso responsabile di aver provocato la rivolta se i manifestanti pacifici fossero stati attaccati dalle forze dell’ordine.
Decine di migliaia di persone hanno partecipato al picchettaggio del parlamento bloccando tutte le strade che vi convergono fin dalle prime ore del mattino. Canti, balli, comizi hanno caratterizzato la prima parte della giornata, per poi cedere il passo ad un confronto prima verbale e poi immediatamente fisico tra gruppi di militanti ed i reparti antisommossa, schierati a difesa del parlamento. Ne sono seguite ore di scontri sui viali antistanti il palazzo e nelle immediate adiacenze.
Il 13, durante un nuovo grande raduno di fronte al Singha Durbar, stavolta assolutamente pacifico, Prachanda si è detto soddisfatto del livello di mobilitazione popolare raggiunto, ma ha altresì chiamato il governo ad un impegno preciso: ascoltare le richieste della prima forza politica del paese quale emersa dalle scorse elezione, e cioè il CPN-M.
Ed ha lanciato un ultimatum: una settimana di tempo. Fino al 20 novembre. Dopodichè, la parola passerà di nuovo alla piazza.

4 Responses to "Prova di forza a Kathmandu. Di Davide Torri"

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  2. Emanuele Confortin  24 novembre 2009

    Grazie per l’aggiornamento Davide. Qualora ci fossero ulteriori sviluppi ti prego di tenerci aggiornati. La situazione in Nepal ci interessa molto.

    a presto

    Emanuele

  3. Davide  24 novembre 2009

    In realta’ il 20 novembre e’ passato senza gravi incidenti. Qualche giorno prima Prachanda si e’ recato a Singapore, in visita a Koirala, cola’ ricoverato per motivi di salute.
    Al ritorno, ha detto che a breve il Nepal avra’ un nuovo governo, ma per il momento ha invece dato direttive ai suoi parlamentari affinche’ tornino in parlamento per discutere ed approvare la Finanziaria proposta dal nuovo governo.
    Puo’ ancora succedere di tutto, e’ vero, ma questo mi pare un segnale di distensione.

  4. sonia  20 novembre 2009

    La situazione è pesante. Amici dal Nepal mi dicono che le strade non sono sicure. Sono riemerse le armi della guerra civile nascoste nei villaggi. Temo che si arrivi a scontri futuri. Tra due settimane è prevista un’ulteriore manfestazione. Se non si sarà trovato un accordo temo che i maoisti prenderanno decisioni drastiche. Le richieste fatte da mesi sono a mio avviso inaccettabili

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