L’intervista di Michele Giorgio al sergente Ben-Muha, uno dei pochi riservisti israeliani che ha avuto il coraggio di dire di no all’offensiva contro la Striscia.

Refusenik israeliano durante manifestazione a Tel Aviv
Refusenik israeliano durante manifestazione a Tel Aviv

Si abbatte la scure sulle voci israeliane di dissenso verso l’offensiva «Piombo fuso». L’esercito sta usando il pugno di ferro nei confronti quei pochi riservisti che hanno rifiutato di partecipare all’attacco contro Gaza. Una decisione difficile, che ha messo i «refusenik» contro un’opinione pubblica massicciamente a favore (il 96%) dei bombardamenti che hanno causato oltre 1.300 morti e migliaia di feriti tra i palestinesi di Gaza.

A finire in prigione o agli arresti domiciliari negli ultimi giorni sono stati refusenik come il tenente Noam Livneh, la soldatessa Maya Yehieli, colpevoli di non condividere il bombardamento di Gaza.

Un portavoce militare ha spiegato che «in tempo di guerra tutti i casi di insubordinazione e diserzione vengono trattati con estrema severità».

Ne abbiamo discusso con il sergente Yitzhak Ben Muha, 25 anni, ex paracadutista e membro di una unità di élite dell’esercito israeliano.

Sergente Ben Muha, siete pochi ma, a quanto pare, date fastidio.
Sì, in effetti i riservisti refusenik sono pochi. Ciononostante i comandi militari in qualche caso hanno adottato contro di noi misure dure. Noam Livneh, ad esempio, è stato arrestato, ammanettato e incarcerato come un disertore qualsiasi, mentre è un obiettore di coscienza molto noto, che già negli anni passati si era rifiutato di servire a Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata. In questo clima evidentemente l’esercito si sente autorizzato a usare il pugno di ferro e a tappare la bocca di chi non è d’accordo con «Piombo fuso».

Raccontaci il tuo caso.
Sono un paracadutista ed ex membro di un’unità di élite. Circa due settimane fa sono stato richiamato. Ero molto depresso, perché nei giorni precedenti avevo visto le immagini dei pesanti bombardamenti aerei contro i centri abitati palestinesi a Gaza. Tanto sangue innocente era già stato versato e sapevo che molti altri civili sarebbero stati uccisi nei giorni successivi. Quando sono arrivato alla base, avevo già preso la mia decisione: al comandante ho detto che non avevo intenzione di prendere parte alla campagna militare. Il giorno successivo mi hanno detto di andare a casa e di rimanere a disposizione. Mi hanno risparmiato il carcere, ma non tutti sono stati fortunati come me.

Quindi a fermarti è stata la possibilità concreta di colpire persone innocenti?
Sì, ma non solo quello, le motivazioni sono più ampie. Non mi considero un pacifista in senso classico e credo nel diritto di uno Stato di difendersi da minacce esterne. Ma con «Piombo fuso» non stiamo difendendo Israele, ma solo perpetuando un’occupazione militare che dura da oltre 41 anni. Qualche anno fa credevo che i nostri leader politici fossero effettivamente impegnati a trovare una soluzione di pace ma in seguito mi sono reso conto che la sofferenza di una intera nazione sotto occupazione e anche la condizione di tanti giovani soldati, sono all’ultimo posto delle priorità dell’establishment. Per questo oggi dico «Mai più» in nome del popolo palestinese e di tutti gli israeliani che rigettano l’occupazione. Mi sento ancora un combattente, ma ora solo per la pace.

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