Pubblichiamo oggi l’interessante analisi di Martina Stura, studentessa di Laurea Magistrale in Lingue e Civiltà dell’Asia e dell’Africa all’Università degli Studi di Torino, recentemente laureata in Lingue, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa Narendra ModiMediterranea all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi dal titolo “Le riforme economiche nel Gujarat di Modi: un possibile modello per l’India intera?”. Nel testo, tratto dalla sua succitata tesi, vengono sollevati giusti interrogativi sulla validità del cosiddetto Modello Gujarat, cui è stata legata gran parte della campagna elettorale del neo-premier indiano Narendra Modi. Quanto avvenuto in Gujarat costituisce davvero un miracolo economico, o si tratta di un risultato “gonfiato ad hoc in vista delle elezioni”? Modi può realmente essere presentato come guida illuminata in grado di traghettare l’India nel XXII secolo? Sono alcuni dei quesiti esposti nell’interessante pubblicazione di Martina Stura, che Indika vi propone in anteprima, ringraziando l’autrice per il contributo.

New Delhi, 23 Dicembre 2014. Il 12 maggio scorso, dopo più di un mese di votazioni, si sono concluse le imponenti elezioni indiane per il rinnovo della Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento. Sono state un importante punto di svolta per la storia politica dell’India perché, oltre ad aver determinato uno spostamento a Destra dell’assetto parlamentare, hanno decretato la (probabile) fine dell’era Gandhi/Nehru, la dinastia indiana da sempre alla guida del Congress Party. I poco lusinghieri risultati del Congress, che assieme alla sua coalizione di Centro-Sinistra porta a casa solamente 59 seggi , sono il riflesso di tutti gli errori fatti negli ultimi anni al Governo: gli scandali sulla corruzione, il non saper affrontare adeguatamente la crisi economica e la conseguente profonda decrescita del PIL, la stagnazione e soprattutto l’aumento della disoccupazione. A questo va aggiunta la mancanza di un leader carismatico: Rahul Gandhi, il candidato premier, è sempre apparso come investito per via ereditaria del suo ruolo, non sembrandone né troppo interessato né all’altezza. La coalizione vincitrice, la National Democratic Alliance (NDA), ha invece contrapposto al giovane rampollo di casa Gandhi l’ex governatore del Gujarat, Narendra Modi, ed ha ottenuto una netta vittoria: alla coalizione di Destra sono andati 336 seggi, dei quali 283 al solo Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista nelle cui fila è da sempre schierato il nuovo Primo Ministro. Narendra Modi ha ottenuto tale vittoria schiacciante traslando abilmente il focus dal confronto politico sullo scottante ambito economico . L’immagine che ha saputo trasmettere di sé e del suo ottimo lavoro in Gujarat ha convinto poiché ha fatto leva soprattutto, come dicevamo, sul tema economico, particolarmente sentito dagli elettori, per i quali una convincente strategia di uscita dalla recessione è stata anteposta all’ideologia politica.
Osservando nel dettaglio dunque emerge come la vittoria di Modi sia stata strettamente legata al successo delle politiche economiche messe in atto da quest’ultimo alla guida dello stato del Gujarat e utilizzate come sponsor nella propria campagna elettorale. Tale successo tuttavia non è così stupefacente come viene pubblicizzato, ed anzi è stato gonfiato ad hoc in vista delle elezioni. È stato infatti affermato che questo Stato sia stato il primo per livello di crescita e un unicum nel panorama nazionale. A ben guardare i dati però non c’è nulla di strabiliante nei risultati del Gujarat comparati a quelli degli altri Stati: nel biennio compreso tra il 2004-2005 e il 2011-2012 il Gujarat ha avuto un tasso di crescita media del 10,08%, cioè superiore a quello nazionale dell’8,28%.Tuttavia nello stesso periodo Bihar, Maharashtra e Tamil Nadu hanno ottenuto risultati migliori, registrando tassi di crescita media rispettivamente dell’11,42%, del 10,75% e del 10,27%. Considerando invece periodi più lunghi, l’aumento dei tassi medi di crescita tra i periodi 1994-2002 e 2004-2012 è stato in Gujarat del 3,63%, mentre il Bihar, uno degli Stati più poveri dell’Unione indiana, ha subito una crescita del 6,48%. Inoltre il summit Vibrant Gujarat vuole far apparire questo Stato il sito ideale per i Foreign Direct Investment (abbreviati in FDI; in italiano Investimenti Diretti Esteri, IDE), il luogo dove se ne registrano di più, ma in realtà i dati dimostrano che gli Stati che dal 2000 al 2010 hanno accolto la cifra più alta di FDI sono stati Maharashtra (circa 22 miliardi e 523 milioni di euro ), New Delhi (circa 13 miliardi e 128 milioni di euro ) e Karnataka (circa 3 miliardi e 990 milioni di euro ). Il Gujarat non è nemmeno sul podio, ma figura al quarto posto (circa 3 miliardi e 604 milioni di euro ) , quindi ha registrato sì dati positivi, ma i suoi valori non superano quelli di alcuni altri Stati. Semplicemente Modi è stato abile nel “vendere bene” i risultati positivi, seppur nella media, ottenuti quando era alla guida del Gujarat, usandoli in campagna elettorale come punto di forza. Riguardo alle prestazioni economiche bisogna inoltre considerare che si partiva da una buona base: già negli anni Ottanta e Novanta la crescita del Gujarat superava la media nazionale, ed è stato sottolineato come mantenere alta la crescita in un tale Stato, di medie dimensioni, con una forte tradizione commerciale e infrastrutture migliori rispetto a gran parte della Nazione, sia piuttosto facile .
Per analizzare ulteriormente i risultati del Gujarat possiamo usare un interessante indice creato dal comitato presieduto da Raghuram Rajan, consigliere economico onorario dell’ex primo ministro Manmohan Singh e governatore delle Reserve Bank of India: tale indicatore è il Performance Index, che cattura il progresso che lo Stato sta facendo nel tempo in termini di Composite Development Index. E’ un indicatore utile per analizzare la situazione di cui ci occupiamo perché alcuni sostenitori del modello Gujarat dicono che si debba guardare non al livello degli indicatori di sviluppo dello Stato, ma proprio a come sono cambiati nel tempo. Inoltre si focalizza sulla performance nella decade del 2000, quando si suppone che il Gujarat stesse vivendo il suo momento migliore. In realtà invece lo Stato si colloca al dodicesimo posto nella classifica dei venti maggiori Stati indiani ; quindi, se per questo il Gujarat dovesse essere considerato un modello, allora, come scrive Jean Drèze sulla versione online di The Hindu, i veri vertici della classifica come Kerala e Tamil Nadu sarebbero da considerare supermodelli.
I dati economici dunque sono abbastanza buoni, anche se non eccellenti come vengono dipinti; quelli che invece spesso, e non a caso, vengono tralasciati sono gli indicatori sociali, quanto cioè lo Stato è progredito nelle sue strutture pubbliche, nell’istruzione, nella sanità, nella qualità di vita di tutti, non solo dei più ricchi; quanto viene ridistribuito del denaro guadagnato e quanto muta il divario tra ricchi e poveri. In questi indicatori il Gujarat sta facendo un po’ meglio della media indiana, ma non c’è nulla che giustifichi il suo essere rappresentato come un modello, poiché non ha fatto progressi allineati a quelli economici: nonostante negli anni Ottanta e Novanta l’indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index) fosse sopra la media nazionale, nel primo decennio del Duemila si assestò addirittura sotto e lo Stato si piazzò al nono posto nella classifica dei venti maggiori Stati indiani (dunque molto più vicino alla metà che al vertice) ; in modo speculare e ugualmente negativo, il livello di disuguaglianza sociale nel ventennio ‘80-‘90 era sotto la media nazionale, tornando su valori positivi nei primi dieci anni del Duemila. Osservando poi la percentuale di persone che vivono in condizioni al di sotto della soglia di povertà, malgrado il Gujarat sia evidentemente sotto la media nazionale (insieme a numerosi altri Stati), non ha però ottenuto il primato (conquistato dal Tamil Nadu) di Stato con la più grande riduzione della povertà . Un indice composito che valuta la situazione dei bambini chiamato Achievements of Babies and Children (ABC), basato su 4 indicatori relativi alla nutrizione, alla sopravvivenza, all’educazione e all’immunizzazione, rivela che anche qui il Gujarat occupa la nona posizione su venti . La colpa di un così cattivo risultato sugli indicatori sociali, come dichiara Prabhat Patnaik, professore di economia alla Jawaharlal Nehru University, in una intervista del 4 maggio 2014 alla BBC , sta nel fatto che la strategia utilizzata dal Gujarat per attrarre le imprese necessita di ingenti risorse pubbliche, cosicché rimane pochissimo denaro da investire in educazione, sanità e lotta alla povertà. Non va dimenticato poi che le riforme economiche hanno spesso penalizzato i marginalizzati: ad esempio, le popolazioni tribali e gli appartenenti alle caste basse sono stati le maggiori vittime dello sfratto forzato per la concessione di terre ai progetti di sviluppo e alle discusse SEZ. Il Gujarat, che aveva un robusto movimento di trade unions, ha assistito inoltre ad un declino nel numero delle organizzazioni della classe lavoratrice, alla marginalizzazione dei lavoratori musulmani e all’assimilazione dei lavoratori hindu nelle associazioni del nazionalismo . La marginalizzazione sociale dei musulmani e delle minoranze in alcuni casi è stata una realtà concreta ed evidente: la cittadina di Bhuj, semidistrutta da un forte terremoto nel 2001 ne è la prova, in quanto la necessaria ricostruzione ha dato al governo l’opportunità di creare colonies su base religiosa . Inoltre, secondo alcuni giornalisti di Ahmedabad, sono stati imposti forti limiti alla libertà di stampa dei mezzi di informazione per mezzo di intimidazioni . Da questa ottica dunque il modello Gujarat appare come quello delle minoranze private dei diritti civili, della crescita capitalistica con pochi scrupoli e del culto della personalità ossessionato dai media.
Riassumendo, la storia del modello Gujarat, recentemente manipolata per le elezioni, è fuorviante in almeno tre aspetti:
– primo, esagera i risultati dello sviluppo raggiunto dallo Stato;
– secondo, dimentica di riconoscere che molti di questi risultati hanno poco a che fare direttamente con Narendra Modi essendo stati ottenuti prima della sua nomina a Chief Minister;
– terzo, osserva solamente il dato economico e non guarda al reale miglioramento della qualità della vita che ad un tale sviluppo dovrebbe seguire.
Tutto questo senza addentrarsi negli aspetti più oscuri dell’esperienza di governo di Modi in Gujarat, come la distruzione ambientale o la repressione statale, che ha avuto il suo apice nei famosi fatti di Godhra. In quella occasione Modi, da poco eletto a capo del governo del Gujarat, fu accusato di essere coinvolto nelle violenze contro i musulmani scatenatesi dopo l’attacco (architettato ad arte dalla stessa Destra nazionalista hindu) ad un convoglio di fedeli di ritorno da una manifestazione per la costruzione del tempio di Ram ad Ayodhya. La questione rimane tuttora poco chiara, malgrado Modi sia stato prosciolto dalle accuse. L’immagine del Gujarat come Stato modello si è affermata grazie alle indiscutibili abilità di comunicatore di Modi, riuscito a creare una strategia mediatica molto funzionale, favorito dall’accondiscendenza di economisti non proprio imparziali nell’interpretazione dei dati economici. Forse bisogna anche aggiungere il fatto che, soprattutto nella mente di un osservatore europeo, la percezione dell’India è molto influenzata dal gruppo di Stati del Nord a cui il Gujarat è vicino, i cosiddetti BIMARU, acronimo che raggruppa Bihar, Madhya Pradesh, Rajasthan, e Uttar Pradesh e gioca sull’assonanza con il termine hindī che significa “malato”; questi Stati, se confrontati con quelli del Sud, soffrono di una profonda carenza infrastrutturale, pessimi servizi pubblici e tremendi indicatori sociali. Di certo il Gujarat spicca tra i suoi vicini nella comparazione, ma dimentichiamo che in altri Stati dell’India la situazione è nettamente migliore.
È giusto dunque dichiarare che la politica economica di Modi nel Gujarat ha portato buoni risultati economici (non i migliori) e pochi miglioramenti sociali, specchio di una bassa attenzione per gli strati più umili e deboli della società. Non a caso, quelli che più appoggiano l’ex Chief Minister sono gli industriali e la classe media, che vedono soddisfatte tutte le loro istanze. Anzi, prima che iniziasse la campagna elettorale per le elezioni nazionali, Modi mostrava aperto disinteresse per le classi sociali subordinate e questo aveva entusiasmato i super ricchi . Non a caso poteva contare sull’appoggio della cosiddetta “India Inc.”, cioè il grande capitale economico e finanziario indiano. Già dal 2009 alcuni dei più potenti capitalisti indiani avevano proposto Modi come candidato del BJP alle elezioni politiche. Le lodi dirette al primo ministro del Gujarat erano numerose, soprattutto durante il Vibrant Gujarat del 2013, nel corso del quale i fratelli Ambani, a capo del potente gruppo Reliance, hanno indicato Modi come un leader di grande visione all’altezza del Mahatma . In linea anche il parere di un altro grande magnate indiano, Ratan Tata (capo onorario dell’omonima compagnia) secondo il quale “dà fiducia sapere che quel che Modi dice che sarà fatto, poi viene fatto davvero” . Nel corso di quell’anno, il sostegno di quasi tutti i maggiori capitalisti indiani a Modi è diventato ancora più esplicito. All’inizio di settembre, l’annuale Chief Executive Officers confidence survey realizzata dall’«Economic Times» rivelava che sui 100 CEO delle maggiori società indiane intervistati, 74, cioè i tre quarti di loro, avevano una netta preferenza per Narendra Modi rispetto a Rahul Gandhi, nonostante 58 di loro non avessero particolari indirizzi politici . Naturalmente l’appoggio di India Inc. al primo ministro del Gujarat era prezioso perché garantiva un flusso di denaro costante destinato ad alimentare la campagna elettorale (anche se, coerentemente con la loro tradizionale filosofia politica, i grandi capitalisti indiani non facevano mancare fondi neppure al Congresso) e perché orientava anche la stampa e i mezzi di informazione, in misura preponderante sotto il controllo dei grandi capitalisti, salvo alcune eccezioni, nettamente a favore del candidato del BJP. Di riflesso anche l’economia mondiale iniziava a contare su Modi e sulla sua capacità di far ripartire l’economia indiana: lo scorso novembre l’agenzia americana Goldman Sachs ha alzato il rating dell’India da underweight a marketweight in previsione di una già allora probabile elezione a primo ministro di Modi .
Proponendo il Gujarat come modello per il futuro sviluppo dell’India, Modi è riuscito a convincere l’elettorato, ma non ha espressamente sviluppato, almeno in campagna elettorale, un programma economico che mostrasse chiaramente cosa intendeva fare, punto per punto, per garantire all’India uno sviluppo avvicinabile ai livelli di quello del Gujarat. Oltre a una prevedibile maggiore apertura della Nazione agli investimenti esteri, alla luce della sua esperienza in Gujarat e delle politiche adottate dall’ultimo governo guidato dal BJP, probabilmente verrà messo a punto un vasto programma di privatizzazioni che consentirà di reperire i fondi da investire nello sviluppo senza dover adottare misure impopolari come tagli al welfare. Modi sembrerebbe voler creare un vero e proprio “marchio India” puntando sulla valorizzazione dei punti di forza del subcontinente, raggruppati sotto l’acronimo delle 5 T: tecnologia, turismo, tradizione, commercio (= trade) e talento . Spesso si è solo limitato a promettere che replicherà ciò che ha fatto nello Stato da lui governato, ma questo appare quanto mai fumoso e problematico.
Può uno Stato che conta appena il 5% della popolazione indiana totale, con le sue specificità territoriali e storico-culturali, essere rappresentativo della seconda Nazione più popolosa al mondo, abitata da circa un miliardo e duecento milioni di persone? È possibile che le riforme attuate in Gujarat siano applicabili all’India intera, che di sicuro ha un bilancio da gestire ben più complesso e problematiche non solo economiche, ma anche sociali e culturali, di portata ben più ampia?
Naturalmente i suoi sostenitori sono convinti che il modello Gujarat sia ottimo e certamente applicabile a tutta la Nazione; giusto per riportare un esempio, la BBC ha recentemente realizzato una doppia intervista dove il primo economista intervistato, Surjit Bhalla, presidente del consiglio di amministrazione della sede di New Delhi della Oxus Investments, dichiara che non c’è nulla di non replicabile nell’esempio del Gujarat, aggiungendo come ben poco convincente argomentazione che il sangue di un uomo del Gujarat è rosso come quello di un qualsiasi altro Indiano (il che forse ci dimostra quanto poco razionali e pertinenti siano le argomentazioni pro Modi). Egli ritiene che non ci sia molto di unico nel modello Gujarat, che basti snellire la burocrazia e dare libertà economica; Bhalla inoltre nega che negli indicatori sociali il Gujarat abbia avuto dei risultati scarsi, ma precisa che rientrano nella media indiana. Al contrario, il secondo economista intervistato, Prabhat Patnaik della Jawaharlal Nehru University, crede che emulare il modello Gujarat sarebbe poco saggio perché significherebbe rientrare nelle medie di altri Stati riguardo gli indici dello sviluppo economico, ma ottenere risultati peggiori sugli indici dello sviluppo umano. Molti economisti (tra i quali si può annoverare Amartya Sen), indiani e non, la pensano come Prabhat Patnaik, e hanno in mano dati e statistiche come quelli già citati sopra con cui dimostrare ciò di cui sono convinti.
Rendere il Gujarat un modello sembrerebbe essere stata una vincente mossa elettorale di propaganda che poco rispecchia la realtà dei fatti: osservando i dati esagera sullo sviluppo economico, non così straordinario, ma vicino a quello di altri Stati indiani, e tace sulla scarsità di sviluppo sociale, tanto necessario affinché l’India venga davvero guardata dal mondo come una Nazione avanzata. Di sicuro molte delle mosse già applicate da Modi in Gujarat potrebbero migliorare l’attrazione degli investimenti, ma è necessario che ci sia equilibrio tra la spesa funzionale alla crescita economica e quella destinata al miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Un’India in cui solo una minima percentuale della popolazione trae vantaggio dallo sviluppo non è quella che ci si auspica, e di sicuro, dati i risultati elettorali e i numeri raggiunti da Modi, non è quella da cui milioni di elettori appartenenti alle caste più basse sono stati convinti. E un’India in cui non viene rispettato il pluralismo è esattamente l’opposto di quella che i padri della Nazione immaginavano. Il Gujarat non sarebbe un modello e Modi non sarebbe un salvatore. È auspicabile che adempia a questa grande responsabilità che si è assunto cancellando le giustificate inquietudini che il suo passato ha causato e mantenendo le promesse di crescita sostenibile ed inclusiva e di sviluppo a tutto tondo della più grande democrazia del mondo.