Cari lettori, come sapete periodicamente Indika apre le porte ad autori esterni, soprattutto ricercatori, giornalisti o in qualche modo esperti delle tematiche trattate nel nostro blog. Vi sarete anche accorti che talvolta abbiamo ‘sconfinato’ dall’Area Asiatica, la quale rimane il nostro punto di riferimento principale, per trattare tematiche più vicine, in primis il fronte Palestina/Israele, poi l’Iran e in alcuni casi l’Africa Centrale. Oggi, con questo post, torniamo ad affacciarci sul Mediterraneo, andando a pubblicare l’interessante punto di vista di Davide Torri sul conflitto in corso in Libia. L’autore dell’articolo, che funge da eloquente spunto di riflessione, è un ricercatore esperto di dinamiche dei conflitti, politica e dinamiche del cambiamento sociale, specializzato (non solo) nell’area del Subcontinente Indiano. Attualmente copre l’incarico di Visiting Lecturer in Religious Studies presso l’Università di Chester (UK).

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Due settimane fa ero a Barcelona, e la stampa locale (spagnola, catalana) dipingeva gli insorti libici come gli eredi morali e spirituali dei Repubblicani di Spagna durante la guerra civile.

Nonostante la mia ammirazione per chiunque, in qualunque parte del mondo, si sollevi contro l’ingiustizia con le parole, con le armi o semplicemente con il proprio corpo, devo ammettere che la vulgata giornalistica dell’intera insurrezione ha destato in me più di un dubbio, e fin dall’inizio, come ben potranno testimoniare coloro che hanno ricevuto le mie fin troppo prolisse email notturne in proposito.

Per una sorta di deformazione professionale, sono attento – più o meno – alle fonti delle informazioni. Ed alla narrazione che tali informazioni vanno a comporre. Fin da subito, dicevo, c’erano delle discrepanze talmente evidenti, fin nel dettaglio, da portarmi a mettere in dubbio l’intera narrazione.

Non sto mettendo in dubbio il fatto che sia in corso una rivolta – e che tale rivolta possa essere legittima e anche necessaria – e che la risposta del regime sia  sanguinosa. Non metto nemmeno in dubbio che la rivolta abbia diverse anime al suo interno. Quello che metto in dubbio è il discorso di un popolo, sostenuto per motivi umanitari dall’Occidente, in armi contro un dittatore antidemocratico. E questo discorso è stato manipolato fin dall’inizio per pilotare la situazione verso un’unica soluzione: l’intervento della NATO.

Non tornerò qui sulle innumerevoli ‘voci non confermate’ che hanno puntellato l’intera costruzione giornalistica e nemmeno ripeterò le cose che ho già scritto altrove. In questa nota, dopo aver osservato la composizione dello Stato Maggiore degli insorti, voglio parlare di un personaggio poco noto, ma di non secondaria importanza: il colonnello Khalifah Belqasim Haftar, esule  recentemente rientrato in Libia e in procinto di assumere la guida dell’esercito ribelle nella campagna verso l’ovest del paese, verso Tripoli. Rientrato in Libia dopo venti anni di esilio negli Stati Uniti.

Ma chi è quest’uomo? Dagli articoli della stampa internazionale di questi giorni traspare ben poco della sua vita privata e dei motivi del suo esilio. Un po’ come un Cincinnato, la sua storia viene descritta come se si trattasse di un anziano oppositore del regime, di un tranquillo pensionato da venti anni residente in un sobborgo della Virginia, che in preda ad un moto patriottico torna nel suo paese natio e riprende le armi. Di più, si avvia a diventare il comandante in capo delle forze ribelli. Ma come, dopo venti anni di vita tranquilla e lontano dalla vita militare…

E infatti, non è cosi: i particolari della sua vita di questi ultimi venti anni si  possono invece leggere in dettaglio sul sito dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR): ufficiale dell’esercito libico catturato durante la guerra con il Chad nel 1987, KB Haftar viene liberato ed incaricato di formare un gruppo armato in funzione anti-gheddafi.  Il gruppo, variamente denominato ‘Haftar Force’ o ‘Libyan National Army’, viene finanziato e supportato dalla CIA (‘Manipolations africaines’, le monde diplomatique, marzo 2001). Sarebbe parte della più ampia coalizione anti-governativa Libyan National Salvation Front (LNSF), movimento di opposizione fondato in Sudan nel 1981 e finanziato (secondo alcune fonti, da Arabia Saudita e CIA). Che ne è del FNLS? Sarà scomparso? Come chiunque potrà verificare il suo ultimo congresso si è tenuto negli Stati Uniti nel 2007, e secondo Global Research nel corso di quel congresso sono stati fatti nuovi piani  per destabilizzare la Libia internamente ed esternamente (una curiosità, sempre secondo questa fonte italiani e francesi paiono sostenere i gruppi dell’opposizione libica).

Secondo alcuni quotidiani il gruppo di Haftar (washington post, 26 marzo 1996; CSR 19 dic. 1996; Daily Nation, 1 marzo 1999) sarebbe stato implicato in diversi tentativi di destabilizzazione in territorio libico (ad esempio quello del marzo 1996) e, dopo aver operato da una base operativa in Kenya, molti suoi membri sono stati accolti negli Stati Uniti come rifugiati politici. Fino a pochi giorni fa. Senza dubbio la galassia ribelle sarà composita, variegata, frammentata…ci saranno i monarchici (Benghazi era la regione di origine del Re Idris al Senoussi), gli islamisti (variamente repressi da Gheddafi nel corso del tempo), i giovani disoccupati, gli studenti, etc. Ma non si può in alcun modo sottovalutare la presenza, ai vertici di questo movimento, di personaggi che nulla hanno a che vedere col nuovo, ma sono invece i rimasugli delle politiche imperialistiche statunitensi per l’Africa ed il Medio Oriente dell’epoca di Reagan, aggiornati al dopo-Bush.

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