Indika propone la lettura di un articolo tratto dal blog del Corriere della Sera “La nostra storia” di Dino Messina, un articolo dal titolo“Leonardo da Vinci e l’India” a firma di ANGELO PARATICO. Vedi l’originale.

 

leonardo da vinciNon è azzardato pensare che Leonardo Da Vinci abbia conosciuto personalmente Amerigo Vespucci dato che i due erano quasi coetanei. Eppure l’autore della Gioconda non mostrò mai grande interesse per l’America: l’attirava maggiormente l’Asia. Nel corpus degli scritti leonardiani – ricordiamo che circa la metà della produzione di questo stakanovista della penna è andato perduto – si trovano le prove di questo suo interesse. Alcuni suoi schizzi risultano copiati da manoscritti arabi, come il celebre disegno del feto nell’utero materno, mentre altri paiono di derivazione ellenistica e forse gli originali, in parte perduti, circolavano fra gli ingegneri suoi contemporanei.

Il Codice F, conservato presso l’Istitute de France di Parigi, è un delizioso bloc- notes che Leonardo portava in tasca. Vi troviamo una curiosa linea scritta sul verso della copertina:

Piāta d’Ellefante djndja che’lla Antonello/merciaio

Pianta d’Elefante d’India che possiede Antonello il merciaio. Tale notazione è stata pienamente intesa quando si scoprì che un luogo chiamato Elefante dai portoghesi effettivamente esiste. Si tratta della piccola isola di Garapur nella baia di Mumbai, dove si trovava una grande statua in basalto rappresentante un pachiderma con varie statue di divinità indù che furono poi vandalizzate. L’India appare anche in suoi appunti di carattere geografico, come le catene montuose dell’Asia centrale, dal Caucaso all’Himalaya e i grandi bacini idrografici dell’Indo e del Gange, tutte informazioni da lui desunte da autori antichi, come Tolomeo. Possediamo anche una sua notazione con la quale accenna all’abitudine di certi religiosi indiani di mangiare frammenti lignei delle proprie divinità.
L’esploratore empolese Andrea Corsali (1487 – ?) inviò due lunghe relazioni a Giuliano de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello di Papa Leone X, oltreché patrono di Leonardo Da Vinci. Ecco quanto scrisse il 1 gennaio 1516:

“Fra Goa e Rasigut over Carmania, vi è una terra detta Cambaia, dove l’Indo fiume entra nel mare. E’ abitata da Gentili detti Guzzarati, grandi mercatanti. Vestono parte di loro all’apostolica e parte all’uso di Turchia. Non si cibano di cosa alcuna che tenga sangue; nè fra essi loro consentono che si noccia ad alcuna cosa animata, come il nostro Leonardo Da Vinci . Vivono di risi, latte, e altri cibi inanimati”.

Corsali è più famoso in Australia che in Italia, perchè in una delle sue due missive descrisse e schizzò la costellazione della Croce del Sud, che oggi troviamo sulla bandiera Australiana. Non conosciamo le circostanze della sua morte, ma pare che dopo l’India si sia recato in Etiopia alla ricerca del Prete Gianni, un paese ospitale con i visitatori, tanto ospitale da non consentire loro di ripartire.
Dunque Leonardo era vegetariano. Questa disciplina, sin dai tempi di Pitagora, è stata legata all’Asia e in particolare ai Veda e al Buddismo. Sappiamo che pure il più bizzarro e geniale discepolo di Leonardo Da Vinci era vegetariano, vestendo solo con abiti di lino. Si chiamava Tommaso Masini da Peretola ed era soprannominato Zoroastro. Se è vero che Leonardo tentò di volare, a Milano e a Firenze, allora il pilota del velivolo fu certamente tal Zoroastro. Esistono due categorie di vegetariani: quelli che non consumano carne per rispetto ai viventi, come Leonardo e quelli che non consumano carne perchè credono faccia male. A quest’ultima categoria apparteneva Adolf Hitler.
Le esplorazioni in estremo Oriente dei portoghesi furono finanziate sopratutto con i fiorini d’oro della Repubblica di Firenze: Francesco Corbinelli, nato a Firenze nel 1466, sposò in Portogallo la figlia di Bartolomeo Marchionni, un ricco mercante fiorentino associato a Giuliano del Giocondo – un suo parente aveva sposato Monna Lisa Gherardini del Giocondo – e si era poi trasferito a Goa, in India; pure lui scrisse una celebre relazione, relativa al secondo viaggio di Vasco de Gama.
Leonardo conobbe svariati viaggiatori fiorentini diretti in Asia e forse anche il giovane Giovanni da Empoli, impiegato dai banchieri Gualtierotti & Frescobaldi, che compì ben tre missioni. L’ultima gli fu fatale: era nato a Firenze nel 1483 e morì di tifo a Canton, in Cina, nel mese d’ottobre del 1517, assieme a due suoi concittadini, Raffaello Galli e Benedetto Pucci.
Nel Codice Atlantico troviamo un curioso resoconto di un viaggio in Asia compiuto da Leonardo Da Vinci. Un grande studioso dell’opera leonardiana come J.P Richter, nel 1883 tentò di provare che quel viaggio era effettivamente avvenuto, con il suo ‘’Leonardo da Vinci im Orient – Zeitschrift für bidende Kunst’’ ma questa ipotesi fu smentita già dal 1925 dal Calvi e oggi non vien più presa sul serio da nessuno. Fra queste sue note del viaggio troviamo una lettera indirizzata al Diodario, ovvero al diwādar di Siria, luogotente del Sultano di Babilonia – in quei tempi il Cairo veniva chiamato Bailonia – dove Leonardo racconta in prima persona le sue avventure in Egitto, Cipro e Istanbul descrivendo la caduta d’una montagna, uno tsunami che spazzò via una città asiatica, accompagnando le sue parole con dei meravigliosi schizzi. Possediamo anche la bozza d’una sua relazione inviata a Benedetto Dei (1418 – 1492) uno dei più grandi viaggiatori del tempo e una spia medicea. Dei era amico di Leonardo dato che i due nel 1482 compirono un viaggio insieme da Firenze a Milano.
Sigmund Freud nel suo celebre libro sull’infanzia di Leonardo interpretò
queste note di viaggio come puro divertimento, lo scherzo d’una mente allegra e infantile, dato che, secondo il fondatore della psicanalisi, Leonardo restò per tutta la sua vita un giocoso ragazzino. Carlo Pedretti ha invece interpretato questi scritti come un abbozzo d’un romanzo d’avventura e li ha datati al 1508. Leonardo fu certamente impressionato dai racconti di viaggio che lesse in opere presenti nella sua libreria, come la Metaura d’Aristotile Volgare, un John Mandeville, stampato a Milano nel 1480; il De Situ Orbi di Prisciano e la Naturalis Historia di Plinio e, forse, volle imitarli. Dunque si tratterebbe solo d’una fantasia, anche se con Leonardo Da Vinci le sorprese non mancano. Un esempio di ciò è la storia del ponte sul Bosforo che appare fra le sue carte, e anche questa la si riteneva una sua fantasia. Nel 1957, Franz Babingher, uno studioso dell’Università di Gottingen che ricercava del materiale per una biografia sul sultano Bāyezīd II scoprì negli archivi del Topkapi di Istanbul che una corrispondenza era stata effettivamente scambiata fra la Sublime Porta e Leonardo Da Vinci. Nel 1502 aveva proposto la costruzione d’un ponte avente un’unica campata lunga 240 metri e larga 24. Non se ne fece nulla, per fortuna, perchè con i materiali e le tecniche costruttive disponibili in quel tempo un rovinoso crollo sarebbe stato inevitabile.

Angelo Paratico