Da Repubblica. Di BERNARDO VALLI

La retorica delle celebrazioni senza lo sfoggio dell’argenteria bellica
Questo paese oggi, si ritrova, malgrado le diversità, più unito del previsto

BERLINO, 9/11/2009 – Superare la Porta di Brandeburgo, arrivando da Est, dalla Unter den Linden, è quasi impossibile. Dove c’era

I preparativi alla porta di Brandeburgo
I preparativi alla porta di Brandeburgo

il Muro, quello vero, c’è in queste ore un muro umano, mobile, vociante.
Un muro che si stende tra la Pariser Platz e la Potsdamer Platz, e che è avvolto in un pesante odore di salsicce e di birra. Luminarie multicolori lanciano lampi intermittenti sulla massa imponente. Per non restare impigliato nella folla poliglotta, in cui sembrano presenti tutte le lingue europee, bisogna aggirare la Porta di Brandeburgo, e prendere la Eberstrasse, dove c’è il Memoriale dedicato agli ebrei uccisi in Europa. Là infine si respira. E si ha la vista necessaria per capire il carattere di questo ventesimo anniversario della caduta del Muro.

È una sagra. Una festa popolare come quelle che nei nostri paesi ricordano i santi patroni. Ci sono giostre, orchestre, cantanti, riflettori che tagliano il freddo buio autunnale, bambini portati come sacchi da montagna, fuochi d’artificio. È insomma una grande manifestazione pacifica che celebra una ricorrenza nazionale senza sfilate di truppe in tenuta di gala o di campagna, senza sferragliare di carri armati, senza acrobazie aeree. In altre capitali, vicine e lontane, per commemorare vent’anni dopo un avvenimento che ha condotto all’unità nazionale, sarebbero state esibite le forze armate, simboli concreti, mai archiviati, degli Stati-nazione. Neppure oggi, quando si svolgeranno le cerimonie ufficiali, alla presenza di un imprecisato numero di presidenti e ministri arrivati da tutti gli angoli del mondo, la Germania federale cederà alla tentazione di esibire l’argenteria militare. La scelta non riguarda soltanto l’aspetto spettacolare. E’ uno stile. E’ il riflesso della democrazia tedesca.
Una sagra è di solito qualcosa di spensierato. E tale vuole essere l’anniversario della caduta del Muro. Più che un’occasione per valutare quel che è accaduto il 9 novembre 1989, la festa riguarda la Germania di oggi, che vent’anni dopo si ritrova, malgrado le diversità tra l’Ovest e l’Est, un paese più unito del previsto. Ed anche un paese meno postnazionale di come voleva apparire prima della riunificazione. Via via ha abbandonato il “cammino particolare” (Sonderweg), ed è diventata una nazione come le altre. Prima della riunificazione, divisa, privata di una vera festa nazionale, con un inno amputato della prima strofa (Deutschland, Deutschland ueber alles), per l’uso criminale che ne avevano fatto i nazisti, la Repubblica federale si dichiarava fondata più su dei valori che su un territorio e una storia. Un atteggiamento che Juergen Habermas ha chiamato ” patriottismo costituzionale”. Il solo patriottismo, secondo il filosofo, che consentisse ai tedeschi di non essere stranieri in Occidente.

Nei primi anni dopo l’89, nonostante la raggiunta unità, l’idea di una Germania postnazionale ha resistito. I motivi erano diversi. Quella di Habermas era una convinzione ideologica. Al tempo stesso c’era l’impegno politico nei confronti degli alleati europei preoccupati di un possibile rigurgito del vecchio nazionalismo tedesco, e del conseguente rischio di un terzo atto della tragedia europea. C’era inoltre la paura di se stessi. Helmut Kohl diceva che bisognava proteggere i tedeschi da se stessi. Attraverso varie tappe, accompagnate da un forte europeismo, ma anche da impegni militari inediti fuori dai patri confini (la partecipazione alla guerra del Kosovo), nella Repubblica federale si è poi cominciato a parlare di “interessi nazionali”. I quali sono stati riaffermati con chiarezza da Gerhard Schroeder, il cancelliere socialdemocratico, verso la fine del secolo scorso, quando la capitale è passata da Bonn a Berlino. Nel confermare il principio, Schroeder ha parlato di difesa ” illuminata” degli interessi nazionali tedeschi. Il riferimento ai principi dell’Illuminismo era chiaro. Il paese non si sarebbe insomma discostato dalla tradizione occidentale della democrazia e del liberalismo. I tedeschi ritornavano ad essere tedeschi, senza aver più bisogno dell’identità europea d’emergenza. Ma restava ferma la scelta europea.
Vent’anni dopo i passati tormenti sono un ricordo.

Nella capitale in festa, la Germania federale mostra un volto disteso. E’ eloquente la dosata esibizione di bandiere, nella cornice della Berlino storica, dove una traccia di cemento armato ricorda dove sorgeva il Muro e sfiora il luogo dove si trovava il bunker di Hitler. La retorica ispirata dall’avvenimento non è eccessiva. E’ in sintonia con l’aspetto di Angela Merkel, che riassume nella sua persona le due Germanie ricongiunte. E’ nata nell’Est comunista ed è diventata cancelliera nell’Ovest democratico.

La polemica sul come è avvenuta la riunificazione non è cessata. Proprio ieri un giornale (Welt am Sonntag) l’ha rilanciata dicendo che i due terzi dei 1.300 miliardi di euro investiti dal 1989 nella Germania postcomunista sono stati dedicati alle prestazioni sociali. Le spese dovrebbero inoltre crescere nei prossimi anni, poiché i disoccupati nei cinque laender orientali sono il doppio di quelli nei laender occidentali.

Ma il nuovo ministro incaricato della ricostruzione dell’Est, Thomas de Mazière, ha promesso che entro dieci anni le condizioni di vita nella Germania post comunista saranno sostanzialmente simili a quelle del resto del Paese. C’è tuttavia chi dubita che questo possa avvenire sul piano sociale e culturale.

La convinzione di molti è che per compensare i quasi sessant’anni di mancanza di democrazia in cui hanno vissuto i tedeschi orientali ci voglia molto più tempo. Nel loro calcolo i pessimisti sommano il periodo nazista, cominciato nei primi anni Trenta, a quello comunista venuto subito a rincalzo e conclusosi nell’89. Dodici tedeschi su cento ritengono che si dovrebbe ricostruire un Muro. Lo rimpiangono. A pensarla cosi sono più numerosi gli orientali. Questi ultimi, gli Ossis, sentono ancora un po’ di nostalgia per la vita assistita di cui usufruivano nel socialismo reale e stentano a sostenere la dura competizione del mercato. E’ in parte dovuto a questo rimpianto il successo dei partiti di estrema sinistra, che sottraggono voti al partito socialdemocratico,

E’ un problema di generazioni. Chi ha oggi trent’anni non sente la nostalgia dell’Est comunista. Non se lo ricorda neppure. E non capisce la diffidenza dei Wessis, gli occidentali, nei confronti degli Ossis, e viceversa. Un tempo si distinguevano abbastanza bene, per gli abiti e i gesti, gli uni dagli altri. Adesso un berlinese mi assicura che è quasi impossibile e che la polemica tra le “due tribù” tedesche è più un’abitudine, una tradizione, che una realtà capace di intralciare seriamente i rapporti. L’impressione, in queste ore, è che tutti partecipino alla pacifica, civile festa per la caduta del Muro. Il quale crollò comunque in modo incruento, senza guerra, senza conquiste. Perché non serviva più.

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