Di Simone Mestroni

Foto di Simone Mestroni

In questi giorni la mia pagina facebook è bombardata dai post dei miei tanti amici Kashmiri: Afzal Guru, ritenuto tra i colpevoli dell’attentato al parlamento di Delhi nel 2001 è stato impiccato, dopo 12 anni, nel carcere di New Delhi. La sua salma è stata riposta a pochi metri da quella di Maqbol Bath, leader della JKLF(Jammu&Kashmir Liberation Front), anch’egli giustiziato, nel 1984, per ordine del tribunale di Delhi. Di lì a pochi anni, più precisamente nel 1989, l’insurrezione kashmiri sarebbe esplosa in tutta la sua violenza, sobillata dal Pakistan e pressata dalle politiche antidemocratiche implementate dal governo indiano ai danni della popolazione. Prima di tutto con i brogli elettorali nelle consultazioni del 1987. A quasi vent’anni di distanza la storia sembra ripetersi: un nuovo martire illustre, ucciso non negli scontri a fuoco o nell’informalità di una violenza fattasi quotidianità nelle campagne e nelle città della vallata, dove l’esercito ha spesso goduto di un’assoluta impunità rispetto alla repressione ai danni dei civili grazie all’implementazione di leggi speciali come l’AFSPA (Army Force Special Power Act) ed il PSA(Public Safety Act), ma da una decisione pianificata e studiata all’interno della macchina statale. Non ci interessa in questo momento discutere l’innocenza o la colpevolezza di Afzal Guru, non è nelle nostre competenze. Ci interessa invece comprendere cosa significhi per una popolazione come quella kashmiri questo ennesimo colpo perpetrato da parte di uno Stato, quello indiano, percepito sostanzialmente come una forza esterna, occupante, omogeneamente antagonista.  A Srinagar e nei dintorni alla notizia dell’esecuzione sono partite le proteste e gli scontri, ci sono state in pochi giorni due vittime e decine di feriti: Afzal Guru è diventato l’ennesima pietra miliare nella storia del separatismo locale, alimentando un lignaggio ideologico ed emotivo incentrato e catalizzato dall’irrefrenabile potenziale del martirio. Ci interessa capire il motivo per cui la sentenza è stata eseguita ora, a distanza di tanti anni, e probabilmente in previsione delle elezioni che si svolgeranno tra circa un anno. Il Congress, secondo alcuni, sta cercando di recuperare un calo endemico di consensi, sta subliminalmente ricompattando la comunità nazionale intorno ad un tema strutturale nei processi di Nation Building: la questione del Kashmir appunto, e con essa la dimensione confessionale dell’appartenenza (Induismo-Islam) superficialmente mitigata dalle aspirazioni formalmente secolari del nazionalismo indiano. Il tutto è incapsulato nella narrativa democrazia vs fondamentalismo, quest’ultima di efficacia globale. Come sempre poco emergerà al di fuori della stampa locale, ed ancora una volta le emozioni e la politica della vallata saranno capro espiatorio di strategie politiche più ampie, di piani discorsivi troppo distanti dalla vita dei tanti ragazzini della città vecchia di Srinagar, ammazzati dall’esercito indiano mentre bersagliavano di pietre qualche furgone o qualche bunker. Altre salme sepolte nel cimitero dei martiri di Eidgah, altri semi piantati nel fitto paesaggio di rancori di una popolazione i cui stessi corpi ed emozioni sono state rese buffer zone di nuove, illeggibili geometrie politiche

 

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