Da Repubblica di oggi, autrice Vanna Vannuccini, inviata speciale di Repubblica a Teheran. 

Teheran, 15 giugno 2009. “Allah-u-Akbar! Allah-u-Akbar!” Dio è grande! Da tutti i tetti di Teheran in tutti i quartieri, teheran-iranrisuona il grido che trent’anni fa era stato quello dei rivoluzionari contro lo scià. Ieri sera sono entrati in scena i basiji, le milizie, i duri senza uniforme ma dotate di motociclette, manganelli e pistole. Hanno aggredito i manifestanti. “Una vera e propria guerra” raccontava una donna a Mirdamad, una strada della zona nord di Teheran. Ordinavano ai negozianti di chiudere le saracinesche, entravano a forza nei palazzi dai cui tetti si innalzava il grido “Allah-u-Akbar!” Spesso i residenti aprivano i portoni per proteggere i manifestanti dagli attacchi e allora la rabbia dei basiji si scatenava anche contro di loro. In un palazzo vicino Parkway una decina di uomini armati di spranghe di ferro sono entrati nel garage sotterraneo di un palazzo e hanno fatto a pezzi decine di macchine.

La polizia spara in aria ma non solo, purtroppo. Ci sarebbe stato già il primo morto. E gli arrestati sono già 170. Rastrellati qua e là nel totale dispregio dei più elementari diritti umani. Una famiglia ha raccontato di essere stata chiamata all’alba per andare a recuperare il cadavere del loro congiunto. Me lo dice una ragazza che da tre giorni non osa tornare a casa propria per paura di essere di nuovo arrestata. Era stata fermata la prima volta mentre lavorava nell’ufficio di Moussavi insieme ad altri organizzatori della campagna elettorale e portata per due giorni in prigione. Poi rilasciata contro una cauzione data dal padre (un’ipoteca sulla propria casa). Soheila, questo il suo nome racconta che almeno una decina di suoi collaboratori sono stati portati via senza che se ne abbiano più notizie. All’una di notte la polizia è entrata nella casa di Mustafà Tajzadeh, ex ministro degli Interni e capo del Fronte riformatore Musharekat, e l’ha arrestato mi racconta la figlia.

Tajzadeh viene accusato di “dirigere i disordini da casa sua”. Allo stesso tempo è stato arrestato tutto lo stato maggiore di Musharekat, incluso Reza Khatami, fratello dell’ex presidente e Mohsen Mirdamadi, un rivoluzionario della prima ora che era stato responsabile della commissione Esteri in Parlamento. Entrambi sono stati poi rilasciati.

Su Moussavi sono circolate le voci più disparate. Perfino voci di arresto, poi smentite.

Ma almeno fino a ieri il candidato cui è stata negata la vittoria era praticamente agli arresti domiciliari.
“Continueremo la protesta”, ha detto per telefono la moglie Zahra Rahnavard.

Dopo la notte di scontri domenica mattina la città era deserta ma dal primo pomeriggio le vie si sono di nuovo riempite di ragazze e ragazzi. Mentre Ahmadinejad teneva la sua conferenza stampa e accusava i giornalisti stranieri di “fabbricare le notizie” poco lontano migliaia di giovani chiedevano a Moussavi di “riprendersi i loro voti”. “Anche noi siamo iraniani, e il nostro presidente è Moussavi” gridavano.

Ahmadinejad aveva detto infatti nel suo discorso di celebrazione della vittoria che sarà il presidente di tutti gli iraniani.

I giovani sono determinati a resistere anche se la loro protesta ha scarse possibilità di riuscita. Si parla di uno sciopero generale che potrebbe essere indetto per martedì. Ma la situazione sembra fuori controllo. E le scene di violenza contro le persone, ma anche contro banche e uffici pubblici si moltiplicano di ora in ora.

Ma l’immediata investitura data ad Ahmadinejad da Khamenei fa capire che il leader supremo considera il risultato del voto irrevocabile. Ieri anche il presidente del Parlamento Alì Larijani, che non è certo un tifoso del presidente, si è congratulato con Ahmadinejad. “La grande partecipazione al voto ha aperto nuove prospettive per il popolo iraniano. Il Parlamento continuerà a collaborare col presidente in uno spirito di fratellanza” ha detto. C’è da temere che la repressione diventerà ancora più dura. Hanno cominciato ad entrare in azione anche provocatori, infiltrati tra i dimostranti che come nel 1999 cominciarono a fracassare vetrine e negozi per provocare la ribellione dei proprietari. Ai giornalisti stranieri non sono stati prolungati i visti per poter rimanere a Teheran.

Notizie di grandi manifestazioni arrivano anche da altre città: da Tabriz, da Ahwaz, da Orumieh, da Rasht, da Isfahan. A Tabriz e Ahwaz la truffa elettorale è apparsa ancora più palese che altrove perché le popolazioni rispettivamente azera e sunnita che vivono in quelle due città avevano sempre votato per i riformatori, più inclini a dare maggiori diritti alle minoranze etniche. Nella città azera di Tabriz, durante la campagna elettorale, folle oceaniche avevano acclamato Moussavi, anche lui azero.

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