Prima del 2006, l’appartato militare dell’India non ha mai prodotto e reso pubblica una sistematica esposizione delle teorie e degli approcci politici e militari in merito alle procedure controinsurrezionali. Questa lacuna e’ stata colmata nel dicembre 2006, quando l’ARTRAC (Army Training Command) ha pubblicato un volumetto contenente la Dottrina per le Operazioni Sub-Convenzionali (DSCO).

La crescita dell’India ed il suo progressivo avvicinamento ad un ruolo da grande potenza sullo schacchiere internazionale, comporta anche l’assunzione di ben precisi atteggiamenti nel sistema-mondo post-guerra fredda: per poter ricoprire una posizione di primo piano a livello globale, l’India deve mostrarsi  coesa e stabile internamente. Da qui la necessità di risolvere, o tenere sotto controllo, vere o presunte minacce a livello domestico, siano esse di natura socio-economica, etnico-religiosa o altro ancora.

Il documento si apre con la constatazione che quanto più il divario tra due attori impegnati in un conflitto e’ maggiore sul piano convenzionale, tanto più l’avversario sarà spinto ad adottare tecniche non-convenzionali: e’ questo il concetto di guerra asimmetrica, da molti indicato come la nuova frontiera dei conflitti moderni. Il DSCO rappresenta lo sforzo teorico di adeguarsi tatticamente e strategicamente al nuovo disordine mondiale, e si inserisce nel solco delle analisi e della produzione teorica scaturite dall’ormai decennale conflitto in Afghanistan ed Iraq. Guerre iniziate e vinte sul piano militare convenzionale nel giro di poche settimane si trasformarono in breve tempo in conflitti dai contorni incerti e sfumati, in un groviglio di insurrezioni o di momenti insurrezionali costellato da uno stillicidio di azioni belliche apparentemente non-coordinate tra loro, caratterizzato generalmente dall’assenza di formazioni militari identificabili e riconoscibili. Eccezion fatta per alcuni episodi (ad es. la battaglia di Falluja in Iraq), i gruppi armati hanno generalmente evitato lo scontro diretto, ricorrendo invece alle tecniche classiche della guerriglia mordi e fuggi, delle autobombe e degli ordigni esplosivi improvvisati, delle azioni terroristiche sia mirate che indiscriminate, così come del sabotaggio delle linee logistiche dell’esercito occupante.

Dai tempi della guerra in Vietnam, l’obiettivo delle operazioni contro-insurrezionali (COIN), e’ sempre stato, almeno in linea teorica,  quello di vincere non la battaglia militare, ma quella per “i cuori e le menti” della popolazione civile nelle zone caratterizzate dai conflitti a bassa intensita’: il guerrigliero sta tra la popolazione come un pesce nell’acqua, aveva detto Mao. Togliete quell’acqua, ci dicono oggi gli esperti della contro-insurrezione, ed eliminerete la guerriglia. A dispetto di tanta linearità da una parte e dall’altra, di fatto molto spesso le forze contro-insurrezionali si sono mostrate più capaci di portare l’acqua ad ebollizione. Fuor di metafora, si è adottata più spesso la tecnica della terra bruciata e della rappresaglia indiscriminate, la violazione sistematica dei diritti civili, le detenzioni arbitrarie e le esecuzioni extra-giudiziarie. E tutto ciò nonostante sia cosa risaputa che maggiore e’ la repressione, maggiore il risentimento. Infatti, storicamente, i movimenti insurrezionali hanno spesso dimostrato una longevità estrema, essendo capaci di sopportare l’attrito loro imposto militarmente da un esercito regolare ed anzi traendo forza da esso.

In qualche caso, le forze armate regolari sono riuscite ad avere ragione di un movimento insurrezionale mediante l’applicazione della forza in maniera indiscriminata: un esempio recente di questo approccio ci viene dal sub-continente indiano in tempi molto recenti. Nel 2009, infatti, il governo dello Sri Lanka annunciò di aver stroncato una volta per tutte le Tigri Tamil (LTTE) al termine di una campagna militare triennale, dal 2006 al 2009. Secondo le stime, questo conflitto trentennale tra lo stato ed una delle più longeve guerriglie del pianeta, solo nella sua fase finale vide la morte violenta di 22mila militanti, ed un numero di civili che varia da un minimo di 6500 ad un Massimo di 40mila.

E’ chiaro che per qualunque paese che voglia definirsi democratico diventa una questione della massima importanza darsi una parvenza di regolamentazione per un uso proporzionato e proporzionale della forza, specie durante confronti politico-militari in teatri di conflitto nei quali l’avversario sia spesso non immediatamente distinguibile dalla comunità, alla quale appartiene  e che spesso ne appoggia la lotta o quantomeno ne condivide gli obiettivi.

In India, per anni, le zone caratterizzate dall’attività dei guerriglieri naxaliti, cosi come le aree del nord-est ed il Kashmir, hanno visto per anni impiegare unicamente la politica del pugno di ferro, senza peraltro ottenere risultati apprezzabili sulla via della risoluzione dei conflitti.

Cosi, dal Quartier Generale di Shimla, il Comando Centrale per l’Addestramento Militare (HQ ARTRAC) ha enunciato, nel dicembre 2006, la “Dottrina per le Operazioni Sub-Convenzionali”.

Come dicevo poc’anzi, il documento si apre con una constatazione: la guerra totale come strumento politico degli stati e’ oggi diventata una opzione meno rilevante che in passato. Ciò ha portato ad un mutamento essenziale nella natura dei conflitti, tanto da poter affermare che la forma più diffusa di guerra è oggi caratterizzata da operazioni non-convenzionali. Per guerra non-convenzionale si intende genericamente tutto ciò che si situa tra una situazione di coesistenza pacifica ed una guerra ufficialmente dichiarata.

La categoria semantica della guerra non-convenzionale abolisce di fatto non solo le categorie classiche di guerra e di pace, ma anche quelle di fronte e retrovie, nonché quelle tra combattenti e non-combattenti (fino al monstrum giuridico creato dagli USA dopo l’11/9 di ‘nemico combattente’, non soggetto alla tutela stabilita dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra). Conflitto senza un esercito nemico, dunque, e senza frontiere, da combattersi sempre e comunque, in un teatro dai contorni vaghi, mutevoli e sfumati.

Muta la natura del conflitto e così deve mutare anche la mentalità del soldato, che passa da una guerra aperta e apertamente leggibile ad una fluida, magari entro i propri confini, o, per citare alla lettera il testo originale, “il suo stesso popolo” (DCSO, Shimla 2006, p.48).

Questo nuovo tipo di guerra richiede in teoria un uso moderato della forza: l’uso della massima potenza di fuoco e della forza aerea, colpendo indiscriminatamente, aumenta i danni collaterali e si rivela controproducente. L’esempio negativo dato dall’esercito statunitense in Iraq, Afghanistan e Pakistan, è sotto gli occhi di tutti. Come già scritto in precedenza, l’uso della massima potenza di fuoco per annichilire l’esercito avversario (la dottrina Shock and Awe, ‘colpisci e terrorizza’) non ha impedito agli USA ed ai loro alleati di ritrovarsi in un conflitto senza via d’uscita.

Così, la rielaborazione teorica proposta dai vertici militari indiani propone un approccio caratterizzato da un alto livello di interazione tra varie sfere (politica, economico-sociale e militare) per contrastare le tecniche di propaganda e di intimidazione dei ribelli. Il punto chiave della nuova dottrina e’ affiancare ai militari le autorità civili e politiche, ed ‘investire’ sul terreno delle relazioni sociali e dello ‘sviluppo’ delle zone irrequiete del paese.

La produzione teorica indiana di questa dottrina avviene in concomitanza con quella degli Stati Uniti: più o meno negli stessi mesi, infatti, anche l’esercito degli Stati Uniti e il Corpo dei Marines  davano congiuntamente alle stampe un “manuale da campo per la contro-insurrezione” (U.S. Army/USMC Counterinsurgency Field Manual), in cui si enunciavano i principi della contro-insurrezione, con il beneplacito del Generale Petraeus, al vertice delle operazioni militari prima in Iraq e poi in Afghanistan (da pochi mesi promosso a capo della CIA da Barack Obama).

Mentre gli Stati Uniti hanno a che fare con movimenti insurrezionali al di fuori dei loro confini nazionali, l’India vanta una lunga tradizione di insurrezioni domestiche, come autorevolmente rivendicato nel documento stesso. Si tratta in genere di aree nevralgiche, luogo di un malcontento endemico fin dai tempi dell’Indipendenza.

Esperienze vecchie e nuove sono al centro delle speculazioni pratiche e teoriche degli Stati Maggiori di diversi paesi. Le nuove dottrine cercano di conciliare l’uso della forza bruta con alter componenti in grado di dare migliori risultati: Più attenzione – come abbiamo visto – al lato politico e sociale, ai diritti umani, allo sviluppo coerente di servizi ed infrastrutture nelle zone in cui sono assenti e dove alto è il livello di risentimento nei confronti del potere centrale. Come dichiarato da più parti, il fine ultimo della Contro-insurrezione è la demilitarizzazione delle zone di conflitto tramite l’impiego di un vasto spettro di opzioni. E dato che guerriglie ed insurrezioni sono realtà fluide, anche i vertici militari intendono adottare tale fluidità: la DSCO è rivedibile ed aggiornabile ogni cinque anni. Proprio in questi giorni, sulla stampa specializzata e non stanno uscendo diversi contributi in merito, sia da parte degli enti preposti alla revisione critica, che dalla stampa, dalle ONG e dalle organizzazioni internazionali.

In attesa di conoscere e vagliare la nuova documentazione, potrebbe essere utile dare una occhiata alle scarne, ma drammatiche, informazioni  ricavabili dalla triste contabilità delle vittime di questi ultimi cinque anni nel corso di alcuni dei vari conflitti a bassa intensità dell’India.

Secondo alcuni siti specializzati, nel periodo preso in esame (2005-2011), che coincide esattamente con il periodo di applicazione della DSCO, nel Nord-Est hanno perso la vita nel corso di azioni  armate (effettuate sia da esercito che da militanti ribelli) 4840 persone (tra queste, 1846 civili, 365 membri delle forze di sicurezza e 2629 militanti).  Nello stesso periodo, le vittime del confronto tra gruppi dell’estrema sinistra e Stato, le vittime accertate  sono state 5512 (2279 civili, 1426 membri delle forze di sicurezza e 1807 militanti). Cifre significative di una guerra civile strisciante, in cui le vittime civili figurano sempre in quantità non secondarie. Non bisogna dimenticare, inoltre, che, essendo il discrimine tra militanti e civili molto labile, molto spesso gli appartenenti al secondo gruppo vengono identificati come ribelli.

I dati provenienti dal Jammu & Kashmir, invece, raccontano una storia diversa, con una flessione considerevole del numero di vittime a partire proprio dal 2005. Vediamo i dati nel dettaglio, tenendo, anche in questo caso, bene a mente la porosità delle categorie civile/militante. Nel solo 2005 le vittime accertate furono 1739 (521 civili, 218 membri delle forze di sicurezza e 1000 militanti). Nel 2006 si contarono 1116 vittime (349 civili, 168 membri delle forse di sicurezza e 599 militanti). Nell’anno successivo la cifra scese a 777 (rispettivamente, 164 civili, 121 membri delle forze di sicurezza e 492 militanti).  Una netta tendenza alla diminuzione di morti violente in progressivo aumento confermata anche dalle cifre degli anni successivi:  541 (69 civili, 90 membri delle forze di sicurezza e 382 militanti) nel 2008; 375 (55 civili, 78 membri delle forze di sicurezza, 242 militanti) nel 2009; 375 (36 civili, 69 membri delle forze di sicurezza e 270 militanti) nel 2010. Fino a quest’anno (dati aggiornati al 4 dicembre 2011), con 179 vittime accertate (22 civili, 28 membri delle forze dell’ordine, 119 militanti).

Cifre sempre alte, considerato che si tratta di vite umane spezzate, ma indubbiamente inferiori a quelle relative agli altri due conflitti interni all’India. Segno forse che la DSCO è stata applicata più in Kashmir che altrove.

Ovviamente questo è solo uno dei lati della medaglia. Secondo i parametri interni della stessa dottrina, la sua efficacia non si misura solo ed esclusivamente con il grado di successo militare. La riduzione del numero delle vittime è certamente un segnale importante (ma come abbiamo visto nel Nord-Est e nelle zone dove è attiva la guerriglia di impronta naxalita, il conflitto è ancora a livelli altissimi di confronto armato), ma da sola non significa nulla se nel contempo non vengono meno le ragioni stesse del conflitto e se ad essa continuano ad accompagnarsi alti livelli di repressione pur se non-letale quali il carcere preventivo, le intimidazioni, le limitazioni alla libertà di espressione e movimento, il triste apparato delle pratiche  e degli abusi comuni alle polizie di tutto il mondo.

APPROFONDIMENTO

In uno dei primi articoli pubblicati sull’argomento, S. Unnithan (India Today del 22 gennaio 2007) descriveva il nuovo approccio come caratterizzato  dall’intento dell’esercito di “vincere i cuori e le menti” (esattamente la stessa espressione usata dagli USA durante la guerra in Vietnam) dei civili piuttosto che perseguire una fantomatica e sfuggente vittoria militare decisive contro i militanti ribelli. Basta alle vecchie missioni “cerca e distruggi” con elicotteri ed artiglieria.

Nello stesso articolo, si dava, in forma di specchietto, una rapida sintesi del nuovo approccio che riporto integralmente:

In passato:

  • · Armi in pugno
  • · Missioni ‘cerca e distruggi’ condotte anche solo su un semplice sospetto
  • · Danni collaterali: Case date alle fiamme per uccidere i militanti all’interno
  • · Fotografie: militari in posa con I corpi degli avversari uccisi come trofei
  • · Attrito, inevitabile nelle fasi iniziali di un conflitto: ingente numero di truppe coinvolte. Eliminazione dei ribelli come obiettivo primario.
  • · Forza Cinetica: Massimo uso della forza per eliminare il maggior numero possibile di avversari

Nel presente:

  • · Armi pronte, ma non impugnate. Mani libere quando si e’ in mezzo alla popolazione. Fucili portati a spalla. Aspetto meno minaccioso
  • · Missioni ‘cerca e distruggi’: chirurgiche, basate su precisi rapporti dell’intelligence.
  • · Danni collaterali: inaccettabili. Le case non saranno bruciate.
  • · Fotografie: inaccettabili. Nessuna foto con i corpi dei nemici.
  • · Attrito: approccio indiretto. Isolare i terroristi e lanciare attacchi chirurgici.
  • · Forza Cinetica: approccio psicologico.

(fonte: http://indiatoday.intoday.in/story/surgical-strikes-armys-new-method-to-deal-scos/1/156565.html )

One Response to "Il pugno di ferro nel guanto di velluto: teorie contro-insurrezionali in India. Di Davide Torri"

  1. Davide  21 gennaio 2012

    Quella che vedo come una tendenza preoccupante e’ proprio l’individuare dei segmenti extra,intra o infra-statali in cui si prevede un dispiegamento militare a tutti gli effetti, seppur indicato con dei poco mascherati eufemismi quali ‘sub-limited’, ‘non-conventional’, etc. Questo permette di condurre vere e proprie campagne di guerra all’interno o anche all’esterno dei propri confini, svincolate dal quadro giuridico internazionale, aggirando anche le residue parvenze di legalita’ sancite dalle Convenzioni di Ginevra.

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