Di Davide Torri (prima parte)

La firma Davide Torri non è nuova per Indika. Abbiamo già pubblicato interessanti articoli dell’autore sul continente asiatico e sul vicino Oriente. Davide Torri è un ricercatore esperto di dinamiche dei conflitti, politica e dinamiche del cambiamento sociale, specializzato (non solo) nell’area del Subcontinente Indiano. Attualmente copre l’incarico di Visiting Lecturer in Religious Studies presso l’Università di Chester (UK).

Abbottabad, il rifugio di Bin Laden

Nella vicenda di Abbottadabad ci sono molti punti ancora oscuri.
Possibile che Osama sia riuscito per cinque anni a vivere indisturbato in una città di circa centomila abitanti alle porte del Kashmir, nota per essere sede di accademie e centri di addestramento dell’esercito e dei servizi pakistani? Proprio una settimana prima del blitz fatale, il generale Kayani aveva tenuto un discorso sulle altissime qualità dell’esercito pakistano impegnato nella lotta contro il terroristmo. E lo aveva fatto dall’accademia militare che si trova vicinissima al compound di Bilal, il sobborgo sulla strada per Kakul nel quale Osama bin Laden avrebbe vissuto per oltre cinque anni.
Possibile che la vicenda non abbia alcuna relazione con la presenza di altri militanti jihadisti presenti nella città e di recente arrestati?
Possibile che gli elicotteri statunitensi abbiano raggiunto Abbottabad senza venire intercettati o quantomeno segnalati dalla difesa pakistana? Basta dare una occhiata alla mappa per vedere che la città non si trova vicino al confine, ma anzi molto addentro il territorio nazionale, non troppo lontana da Islamabad e sede essa stessa di strutture militari.
Abbottabad entra a far parte dell’immaginario collettivo dopo il raid dei Navy Seals che viene via via assomigliando sempre di più ad una esecuzione che ad una azione di combattimento, nonostante la misteriosa distruzione di un elicottero. In realtà, tuttavia, la città è parte dell’intera storia di Al Qaeda fin dal 2001. Ma andiamo con ordine e partiamo da alcuni fatti recenti e di poco precedenti la notte tra l’uno ed il due maggio.

Un giorno di gennaio 2011, durante un temporale, un giovane di Abbottabad incontra per strada una malandata coppia di stranieri – un uomo ed una donna – affamati e febbricitanti. Li invita a casa propria, dopo aver chiesto a suo padre, e mette loro a disposizione una stanza. I due sono stremati e taciturni, e trascorrono qualche giorno in assoluto riposo, toccando a malapena il cibo che viene loro portato tre volte al giorno. L’aura di mistero che li avvolge viene  rotta in maniera molto brusca solo nove giorni dopo, quando una squadra speciale fa irruzione nella casa ed irrompe nella camera degli ospiti. Vengono esplosi due colpi di arma da fuoco. L’uomo, sanguinante, è trascinato fuori assieme alla compagna. E’ il 25 gennaio. Di loro, per un bel pezzo, non si sentirà più parlare.

Due giorni prima, il 23, un impiegato dell’ufficio postale di Abbottabad, Tahir Shehzan, aveva preso la macchina e si era recato a Lahore, all’aeroporto internazionale. Lì aveva incontrato due cittadini francesi appena arrivati, due ragazzi sui vent’anni provenienti da Parigi. Tutti e tre erano stati arrestati in quanto sospettati di far parte di gruppi legati ad Al Qaeda. L’uomo di Abbotabad sarebbe il loro contatto per raggiungere i campi di addestramento in Waziristan. Ma anche di questi tre personaggi, dopo l’arresto, si perde ogni traccia fino alla metà di aprile.

Torniamo al primo uomo. Verso la fine di marzo, il 29 o il 30, la autorità pakistane annunciano di aver catturato uno dei più pericolosi ricercati dell’ultimo decennio. Si tratta di Umar Patek, membro di Jemaah Islamiyah ed implicato nell’attentato di Bali del 2002, costato la vita a circa 200 persone. Patek era sfuggito alla caccia all’uomo scatenatasi dopo l’attentato ed era riuscito a far perdere ogni traccia almeno fino al settembre 2006. Su di lui pendeva una taglia di un milione di dollari. Riappare brevemente – e sembra per l’ultima volta – nel settembre 2006, quando, dopo un raid delle forze speciali filippine nell’isola di Jolo (o Sulu) contro un campo di addestramento di Abu Sayyaf.
Gira voce che Umar Patek sia stato ucciso in quella battaglia ed i media nazionali ed internazionali riportano la notizia il 14 settembre 2006. Da quel raid riesce a salvarsi invece Dulmatin, un altro membro di Jemaah Islamiyah, anche lui implicato nella strage di Bali e sul quale pende una taglia di dieci milioni di dollari. Dulmatin verrà infine ucciso nei sobborghi di Jakarta nel marzo 2010.

Dal 14 settembre 2006, data della presunta morte nelle Filippine, fino al gennaio 2011, nessuno sa dove sia stato Umar Patek. Riappare nelle condizioni che abbiamo detto ad Abbottabad, accompagnato dalla moglie, probabilmente filippina o indonesiana, che dopo l’arresto scompare dalle cronache. Dal gennaio al 29 marzo, Patek  verosimilmente si trova in qualche ospedale militare a seguito delle ferite riportate durante l’arresto.
Secondo le dichiarazioni ufficiali delle autorità pakistane, Patek avrebbe dovuto incontrarsi con i due cittadini francesi che Shehzad aveva incontrato a Lahore prima di essere arrestato a sua volta. Shehzad, si dice, era sotto sorveglianza da oltre un anno. Da quando sarebbe stato visto in compagnia di un arabo sospettato di terrorismo nella città in cui lavora. Abbottabad.Umar Patek ed i ragazzi francesi avrebbero dovuto recarsi assieme in Waziristan.

A metà aprile dunque viene reso noto, sulla stampa nazionale ed internazionale, un intenso movimento di attività sospette di grande rilievo e che ha per centro proprio la città in cui, dopo sole due settimane, Osama bin Laden sarebbe stato sorpreso nel sonno.
Possibile che una serie di arresti tra membri di Al Qaeda di un certo rilievo dislocati nei pressi della sua abitazione non lo abbia messo in allarme? Non lo abbia spinto alla fuga? C’è un qualche legame tra quella serie di arresti ed il blitz del primo maggio? Difficile pensare che non ci sia.
Ma se cosi è non si spiegano molte cose. Anche volendo credere che Osama si sia rassegnato ad attendere un attacco imminente, perchè non distruggere almeno i computer, gli hard disk, la documentazione?

Dopo la notizia del raid dei Seals, il ministro della difesa indonesiana Purnomo Yusgiantoro ha dichiarato che Patek si trovava ad Abbottabad per incontrare bin Laden. Ma è plausibile allora che si fosse ridotto a vagare per la città con la moglie e a chiedere ospitalità a degli sconosciuti? Anche ammettendo che fosse appena arrivato in città e che la cattura di Shehzan potesse averlo privato di un contatto essenziale, perchè non si è dato immediatamente alla macchia?
Il suo non è  certo il comportamento di un ricercato internazionale con una cospicua taglia sulla testa, dieci anni di latitanza e che ha attraversato mezza Asia per giungere ad incontrare il capo dei capi.

(continua…)

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