Di Davide Torri

Fu uno di quegli incontri che avvengono assolutamente per caso, quando proprio non te li aspetti. Di ritorno da Napoli, avevo preso un treno veloce per tornarmene a casa e, cambiando a Roma, mi ero trovato a sedere di fronte ad un distinto signore di mezza età, di chiara provenienza sud asiatica. Cominciammo subito a conversare e, dopo i consueti convenevoli, la discussione si spostò su temi per me assai interessanti di storia e di politica. L’uomo proveniva dal Bangladesh e, mi raccontò che da ragazzino aveva partecipato alla guerra di liberazione che rese il paese indipendente dal Pakistan. Si era arruolato, come tanti coetanei, nelle formazioni indipendentiste, le brigate di liberazione (mukti bahini) ed era divenuto, come mi disse con orgoglio, un freedom fighter.

Quella che divenne una guerra di indipendenza cominciò con un’ insurrezione popolare dopo le elezioni generali pachistane del 1970. Da quella tornata elettorale, era uscito vincitore un partito dell’allora Pakistan Orientale (l’odierno Bangladesh), ma la giunta militare al governo si era rifiutata di onorare il verdetto uscito dalle urne. Di fronte a questo atteggiamento, diversi movimenti del Pakistan Orientale, associazioni studentesche, sindacati e comitati favorevoli all’indipendenza avevano dato il via ad una serie di agitazioni via via più determinate, che chiedevano o il governo centrale o l’indipendenza. La risposta della giunta militare pachistana non si fece attendere: tra il 25 ed il 26 marzo 1971, l’esercito prese il controllo delle principali città e nei giorni successivi procedette all’arresto e alla eliminazione di gran parte dei vertici delle associazioni indipendentiste, delle opposizioni politiche, dei giornalisti e degli intellettuali in genere. L’Operazione Searchlight conobbe punte di estrema violenza, foriere dei cupi giorni a venire, con esecuzioni indiscriminate e diffuse: il numero delle vittime non è mai stato stabilito con certezza, ed oscilla, secondo le diverse fonti, tra le duecentomila ed i tre milioni. Durante un raid all’università di Dhaka, considerata dalle autorità un covo di indipendentisti, interi dormitori furono presi d’assalto e centinaia di studenti residenti assassinati.

Poche ore prima di essere arrestato, il leader indipendentista Sheik Mujibur Rahman aveva lanciato un proclama via radio in risposta alle violenze commesse dall’esercito regolare del Pakistan:

“Da oggi il Bangladesh è una nazione sovrana ed indipendente. Giovedì notte, le forze armate del Pakistan Occidentale hanno attaccato all’improvviso le caserme della polizia di Pilkhana, a Dhaka, e il quartier generale dei Fucilieri del Pakistan Orientale. Molti innocenti e disarmati sono stati uccisi a Dhaka ed in altre località del Bangladesh. Violenti scontri sono tutt’ora in corso tra i Fucilieri del Pakistan Orientale e la polizia da un lato e le forze armate del Pakistan dall’altro. I bengalesi stanno combattendo il nemico con coraggio e per un Bangladesh indipendente. Possa Allah sostenerci nella  nostra lotta per la libertà. Joy Bangla”. Il giorno seguente, il 26 marzo, il Bangladesh si svegliava indipendente e militarmente occupato. Mentre la repressione cresceva e colpiva, alimentava di pari passo il risentimento popolare: nascevano e si organizzavano le brigate partigiane, membri delle forze armate regolari e della polizia entravano in clandestinità portando con sé conoscenze e tecniche di combattimento. Questi primi nuclei di resistenti furono appoggiati e sostenuti dall’India, e costituirono l’ossatura dell’esercito di liberazione. Tra marzo e giugno, secondo le stime, almeno dieci milioni di profughi si riversarono nelle regioni orientali dell’India per sfuggire alle atrocità del conflitto in corso, portando con sè il racconto ed il ricordo di stupri di massa ed esecuzioni sommarie. Dal 17 aprile un governo del Bangladesh in esilio si era formato in Bengala Occidentale, India. Al comando di una unità di giovanissimi nemmeno adolescenti, il mio interlocutore si era trovato a fronteggiare l’esercito pachistano nel settore numero 6 o 7, mi pare di ricordare. Al tempo del conflitto, i vertici della lotta di indipendenza avevano suddiviso il territorio in settori strategici, ciascuno identificato da un numero, e ad ogni settore avevano assegnato un certo numero di formazioni partigiane, con il compito di fronteggiare l’esercito regolare e le milizie paramilitari lealiste. A seguito di una azione fortunata, erano entrati in possesso di molte armi, ma il loro numero restava esiguo. Una volta, impegnati in un conflitto a fuoco per ore con una pattuglia dell’esercito, avevano mascherato la reale entità delle loro forze sistemando tutte le armi disponibili lungo un’ improvvisata trincea, e muovendosi continuamente dall’una all’altra per fare fuoco da diversi punti in rapida successione, così da far credere all’avversario di essere molti di più di quelli che erano in realtà. In un’altra occasione, braccati di notte in terreno aperto da un elicottero a bassissima quota, ed in questa occasione pressoché disarmati, avevano trovato rifugio in un precario capanno di braccianti, di quelli adoperati durante le torride giornate di lavoro nei campi per trovare temporaneo riparo dalla calura. Nel riparo di fortuna avevano rinvenuto un arco e, per allontanare la minaccia dell’elicottero che cercava di stanarli, avevano avuto l’idea di legare ad una freccia una granata e di spararla il più lontano possibile, per attirarlo in un’altra direzione.

Adesso non ricordo se mi disse che avevano così lanciato una o più granate: sta di fatto che una freccia centrò l’elicottero, costringendolo ad un quantomeno brusco atterraggio. E i membri dell’equipaggio, feriti ed atterriti, scoprirono increduli di essersi arresi ad un manipolo di bambini. Questa azione valse loro grande notorietà nei villaggi della zona. Gli stessi prigionieri, custoditi in una improvvisata prigione, oramai con il morale a terra anche per il generale andamento ormai prossimo alla fine, fecero appello ai loro carcerieri: chiedevano di essere lasciati liberi, e di poter rifarsi una vita lì, nel nascituro stato del Bangladesh. L’uomo mi raccontò i suoi dubbi di ragazzino, e la decisione finale di consegnarli invece all’esercito indiano, che fin dall’inizio aveva appoggiato e sostenuto le formazioni guerrigliere Mukti Bahini. Il conflitto si protrasse fino al dicembre 1971. Ai primi di dicembre, il governo del Pakistan, desideroso di punire l’India per il suo appoggio agli indipendentisti e forse ispirandosi all’Operazione Focus compiuta dagli Israeliani durante la guerra dei Sei Giorni (1967), lanciarono un raid aereo a sorpresa contro le basi dell’aviazione indiana: l’operazione, denominata Chengiz Khan, si abbattè sulle installazioni militari  dell’aviazione di Amritsar, Ambala, Agra, Awantipur, Bikaner, Halwara, Jodhpur, Jaisalmer, Pathankot, Bhuj, Srinagar e Uttarlai, distruggendo diversi velivoli a terra e installazioni radar. Truppe di terra si portarono in prossimità del confine con l’India e cominciarono a bersagliare con l’artiglieria le posizioni indiane.

Indira Gandhi, il 3 dicembre 1971, non appena informata dell’attacco, ordinò all’esercito ed all’aviazione di reagire immediatamente, anche se nessuno dei due paesi, formalmente, aveva emesso una dichiarazione di guerra. L’azione preventiva del Pakistan ebbe, come risultato, il coinvolgimento diretto dell’India nel conflitto in Bangladesh: le forze indiane, congiuntamente alle forze del Bangladesh ed alle milizie partigiane, avanzarono rapidamente fino a Dhaka, conquistandola il 16 dicembre 1971 e costringendo il Pakistan alla resa. Mentre continuiamo a parlare degli eventi più recenti, intimamente legati ai tragici fatti di quel terribile 1971, e della storia contemporanea del Bangladesh, tra colpi di stato, corruzione, repressione, omicidi mirati, l’uomo mi dice che non vede l’ora di tornare a casa. “La mia anziana madre – confessa – mi dice di restare in Italia, che è più sicuro. Ma io voglio tornare. Sono un freedom fighter – ripete – ho giurato di morire per il mio paese quando sono entrato a far parte delle mukti bahini”.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.