Pangea Onlus
Fondazione Pangea Onlus

di Simona Lanzoni
Responsabile Progetti
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Il 20 agosto si svolgeranno le elezioni presidenziali per designare il prossimo Presidente della Repubblica Islamica d’Afghanistan. “Le altre elezioni del 2004 si erano svolte in tutt’altra atmosfera, si votava con un animo diverso, oggi la gente non è sicura e sa che non cambierà niente”- ci dice A. F. un’attivista per i diritti umani afghana, raggiunta telefonicamente da Pangea a Kabul, che per ragioni di sicurezza ci ha chiesto di non citare il suo nome.

Quest’anno sono ben 41, tra cui due donne, i candidati alle elezioni presidenziali in Afghanistan, troppi: “Una ventina di loro stanno pensando di coalizzarsi per individuare un unico candidato, ma ciò creerebbe solo ulteriore confusione negli elettori perché le schede elettorali sono già pubblicate con tutti i nomi e i simboli”. In realtà sembra che il favorito sia di nuovo l’attuale presidente Karzai, di etnia pashtun, tra i pochi leader schierati contro i talebani prima del 2001. Ma su di lui pesa l’incapacità o scarsa volontà di fare scelte forti e determinanti per mettere fine alla corruzione dilagante, al clientelismo e alla crescente delinquenza e violenza che perversa in tutto il Paese. Oltre a Karzai, i candidati che hanno maggiori possibilità e che potrebbero dargli filo da torcere, per un eventuale secondo turno, sono tre suoi ex ministri: Ramzan Bashardost (hazara); Abdullah Abdullah (del Panshir, ex consigliere di Massoud); e Ashraf Ghani (legato alla comunità internazionale con la World Bank).
Le modalità di campagna elettorale sono identiche per tutti i candidati, che siano comandanti locali, ex signori della guerra, trafficanti di droga, intellettuali o senza connessioni con la corruzione. Tutti pagano gruppi di persone che vanno a fare campagna elettorale per loro, comprano voti, organizzano cene invitando la gente a partecipare a manifestazioni pro qualche candidato e mostrare così i muscoli agli altri. Tutti “politically correct” rispetto all’appartenenza etnica: sanno che se il presidente vincente sarà pashtun, i vice saranno uno tagico e uno hazara, con qualche altra alta posizione riservata a un uzbeco, o viceversa in maniera da tessere alleanze con tutti, nessuno escluso.

Tra i candidati c’è anche un talebano, Mullah Rakiti, famoso per essere stato capo mujaheddin durante l’invasione russa, comandante talebano nella seconda metà degli anni ’90, deputato nell’attuale Parlamento afghano, oggi è candidato presidenziale: un curriculum di tutto rispetto il suo. “Sono le persone come lui a cui Hillary Clinton e Hamid Karzai si rivolgono quando parlano dell’integrazione dei talebani ‘moderati’ nel governo afghano. Il vero problema per loro sono i talebani affiliati ad Al Qaeda”.

Il 22 agosto inizierà il Ramadan, il mese sacro del digiuno che durerà fino al 22 settembre. In caso di vittoria, il governo Karzai entrerà in carica i primi di ottobre. Nel frattempo la comunità internazionale si prepara per le “vacanze” durante le elezioni: prima e dopo il 20 agosto Kabul si svuoterà per due settimane. La paura che queste elezioni non saranno come quelle del 2004 rimanda l’immagine alle elezioni presidenziali che ultimamente hanno incendiato l’Iran. “Se il risultato delle elezioni sarà la vittoria di uno dei candidati al primo turno, in particolare di Karzai, qualche altro concorrente potrebbe urlare alla frode scatenando violente sommosse in diverse aree del Paese”.

E le donne? Voteranno anche questa volta con la stessa partecipazione del 2004? “Per prevenire l’astensione del voto femminile, che con ogni probabilità sarà alta, molti governi dei Paesi occidentali hanno finanziato la campagna di informazione ‘5 millions women voters’ al fine di incoraggiarle a votare nella direzione che permetta di garantire i loro diritti. L’Italia non è tra i finanziatori di questa campagna.”

Nel frattempo, il 14 luglio le donne attiviste per i diritti umani hanno rifiutato gli emendamenti proposti dal governo Karzai alla legge che regola il diritto di famiglia sciita, presentata a marzo e bloccata dallo sdegno della società civile afghana e della comunità internazionale.
“Le modifiche sembrano semplicemente un rimaneggiamento di facciata e non un cambiamento nei contenuti della legge stessa. Nella nuova versione la moglie deve ancora chiedere il permesso al marito per uscire di casa e per lavorare, deve soddisfare i desideri sessuali del coniuge altrimenti può essere cacciata da casa. Precedentemente si indicava che la donna, per legge, dovesse soddisfare il marito almeno 4 volte a settimana”. La maggioranza delle donne afghane è analfabeta, non hanno alcuna sicurezza finanziaria e una legge come questa toglie loro definitivamente ogni opportunità di conoscere i loro diritti e di usufruirne. Inoltre la patria potestà dei figli è completamente affidata al padre o al nonno, e si sancisce la possibilità di matrimoni con minorenni, decretando l’abuso infantile come pratica non illegale.

Il Presidente Barack Obama, nel mese di luglio, ha fatto due dichiarazioni che possono sembrare contraddittorie ma che delineano il possibile futuro scenario nel centro Asia: ha lanciato una massiccia campagna militare “al pari del Vietnam per lo spiegamento di forze militari” nel sud del Paese, per assicurare le libere elezioni e ha dichiarato che si deve individuare una “exit strategy” degli USA da questo Paese, definito da qualcuno “la tomba degli imperi”, per ridare agli afghani la responsabilità di garantire la guida e la sicurezza del loro territorio. Come si possono leggere queste dichiarazioni?

“La comunicazione sarà uno degli elementi portanti della prossima fase americana in Afghanistan”- dice A.F. – “il pericolo è che si dichiari di voler aiutare il Paese a ricostruirsi e a creare sviluppo, ma in realtà lo si lasci di nuovo nei fatti in secondo piano”.

A.F. trema al solo pensiero di un Afghanistan totalmente nelle mani degli afghani, trema per i diritti, per le persone sfinite dalla povertà e dalle paure, trema in un quadro internazionale di grossa instabilità del Pakistan e di restrizioni in Iran, e noi insieme a lei.

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