Cogliamo la felice notizia della liberazione di Claudio Colangelo, il turista italiano rapito nelle giungle del Kandhamal, in Orissa, per presentare qui di seguito l’articolata analisi scritta per Indika da Stefano Beggiora. Beggiora riveste la carica di professore di Storia dell’India Contemporanea all’università Cà Foscari di Venezia, inoltre ha svolto innumerevoli missioni scientifiche nelle aree tribali dell’Orissa, di cui è un profondo conoscitore. Credo il suo contributo sia utile per scostare lo sguardo dal sipario aperto nell’ultima settimana dai media nazionali sul rapimento dei turisti e sui Maoisti in generale, e volgerlo verso i retroscena che hanno portato all’attuale situazione di violenza nel Corridoio Rosso. Retroscena che nessuno degli ‘esperti’ di maoismo accolti nell’orgia dell’informazione italiana si è preoccupato di chiarire, in quanto totalmente digiuni della materia.

Il contributo di Beggiora è molto interessante e competente, tanto basta per leggerlo fino in fondo!

E.C.

Cari amici di Indika,

in relazione all’articolo scritto da Emanuele mi sento – in modo del resto tutt’altro che velato – chiamato in causa a fare qualche considerazione sui temi di questi giorni. Anche se ho avuto l’occasione di lavorare per molto tempo nei luoghi in questione, proprio nel Khandmal in effetti, non ho tuttavia la pretesa di fare particolare luce sulle dinamiche della specifica vicenda dei nostri connazionali rapiti, ma mi auguro che il mio contributo possa essere un utile spunto di riflessione. Non mi dilungherò troppo nemmeno sul tema dei Naxaliti – sul quale, da quanto capisco, siamo ormai abbastanza ferrati – ma permettetemi alcune idee in libertà per comprendere il contesto generale di questo affascinante, controverso e a tratti tragico scorcio del caleidoscopico mondo indiano.

ORISSA: CUORE DI TENEBRA

Dunque, i distretti centrali dell’Orissa e le aree limitrofe degli stati del Jharkhand e del Chhattisgarh sono fra i territori più poveri e arretrati dell’India, ma che spesso abbiamo considerato importantissimi perché ricchi di storia e per la presenza di consistenti comunità tribali dalle forti identità e tradizioni culturali. Nel processo di enumerazione e razionalizzazione di caste e tribù -opera sistematica del Raj coloniale ereditata poi dall’India indipendente – le istituzioni hanno troppo spesso faticato a intervenire in aree sovente remote e logisticamente difficili. Evidenziavo negli articoli precedenti pubblicati su Indika, come già le leggi sul welfare, basate su diritti costituzionali, più che uniformare queste regioni, privilegiando lo smussamento della disparità sociale sulla leva dell’incremento omogeneo di diritti e servizi per le popolazioni, aveva portato discordie fra i gruppi. Nell’ottica di classificazione di ogni singola peculiarità etnica, si è purtroppo assistito ad una progressiva frammentazione del tessuto sociale nella corsa di ciascun singolo gruppo ai diritti previsti per legge, alle ‘reservations quotas’, o a chissà quali altre presunte agevolazioni derivanti dal privilegio di essere associati alla lista giusta. Come dicevo, la cosa più grave di questo apparato è che molto spesso, nella totale mancanza di un piano regolatore per ogni specifico territorio, si è accettato il compromesso che gli interlocutori con le istituzioni potessero essere ‘terzi’ di comodo, come missionari attivi nelle zone tribali, NGO, piattaforme private o altro ancora. Devolution, insomma. L’operazione affonda le sue radici nel progetto della Mandal Commission che fu aspramente criticata soprattutto alla fine degli anni ’80, perché, perseguendo l’ideale d’uguaglianza dei diritti fra le caste, aveva ottenuto l’effetto contrario, ovvero l’inasprirsi della discriminazione razziale. Il periodo storico è molto importante poiché ci si trova pressoché al preludio del grande vuoto istituzionale creato dal crollo politico del partito del Congress. Fine degli anni ’80 primi anni ’90: è il periodo del crollo dell’ideale socialista nehruviano come contraccolpo alla caduta del muro di Berlino; gli anni della prima guerra del Golfo e della crisi petrolifera, della crisi economica indiana e della svalutazione della rupia. Ecco che mentre un paese apparentemente allo sbando, dalle mille pulsioni centrifughe, si coagula attorno all’alleanza di destra, ai movimenti fondamentalisti e all’hindutva, i territori tribali ancora una volta diventano terra di nessuno. Mentre si da il via alle agognate riforme economiche che proietteranno il paese (o meglio una minima parte di questo) nell’empireo delle potenze mondiali, i territori tribali acquistano la consapevolezza di essere stati lasciati definitivamente indietro, sacca inesauribile di sacrificabile forza lavoro e/o elettorato. È questo il contesto in cui, in risposta al tentativo di monopolio e di controllo sociale operato dai mille missionarismi delle chiese indiane, battiste o cattoliche, si arriva all’ondata xenofoba delle squadracce nazionaliste dell’RSS che cercarono di riportare all’hindu dharm del partito color zafferano, gli abitanti dei villaggi con la legge del bastone. È qui, in conclusione, che rialza la testa il mai sopito movimento naxalita, che con le diverse organizzazioni territoriali dalla fine ormai degli anni ’60 ha la pretesa di ristabilire ordine e giustizia con le armi in pugno, nelle aree tribali e rurali. E in questi stessi territori trova copertura, sostegno e forte consenso.

Del resto, circa dieci anni fa ormai, scrivevo nel mio Sonum, Spiriti della giungla, che quando in questi villaggi la gente sia costretta a non ascoltare più il canto degli sciamani della tribù per imbracciare un fucile – sia anche per il sacrosanto diritto di difendere la propria identità – ebbene, in quel momento, quel patrimonio culturale è già stato irrimediabilmente compromesso. Ed è per questo che ha ragione infine Emanuele nell’affermare che comunque il vero problema di queste zone, non sia costituito alla fine dai movimenti di destra o di sinistra, dalla guerriglia o dalla repressione, dagli adivasi o dalla gente oriya, ma dal vuoto assoluto e reiterato nel tempo delle istituzioni e delle politiche allo sviluppo.

LA VERITÀ SUI TRIBAL TOUR

Lo stato di cose testé esposto ha dato origine a uno dei tanti conflitti a bassa intensità del Subcontinente, che solo per questioni di facciata non si considerano come vere proprie guerre interne, ma che costano alle popolazioni locali e alle forze dell’ordine impegnate, un costante e tragico stillicidio di vite umane. Poiché comunque i territori nazionali hanno mantenuto fino a un recente passato una propria robustezza amministrativa, queste zone non si considerano dunque come ‘instabili’, pertanto non vi sono mai stati applicati divieti o leggi speciali, anche se in molte aree ormai si sconsiglia vivamente di viaggiare. Solamente i distretti della giungla, in particolare le aree tribali dell’interno, sono classificate come ‘restricted areas’. Questo significa che le forze di polizia preposte possono a loro discrezione decidere se interdirne l’accesso, soprattutto agli stranieri perché potenzialmente pericolose. Questo di norma avviene nei periodi delle elezioni o in concomitanza con eventi particolari, di protesta o altro.

Ciononostante a latere di questa realtà che nel suo intimo racchiude tragiche storie di quotidiana tensione e precarietà, in tutti questi anni sono fiorite agenzie che incentivano l’esotica esperienza di un selvaggio viaggio fra le primitive tribù della zona. A livello amministrativo, è paradossalmente permesso perché garantisce un costante afflusso di valuta straniera nella capitale con conseguente incremento del turismo, mentre a livello nazionale sono favorite le rotte dei parchi nazionali o dei luoghi sacri. La flessibilità delle forze di polizia, spesso in accordo con i tour operator, cercherebbe di convogliare i turisti verso tragitti più sicuri, tagliando fuori i percorsi a rischio. Così mentre i rampolli di ricche famiglie indiane fanno vacanza raggiungendo i parchi nazionali con la jeep e l’autista per improvvisati rave party a tutto volume nelle riserve naturalistiche, contemporaneamente gli avventurieri occidentali si ritrovano ammassati ai bordi di finti mercatini tribali, con i loro costosissimi teleobiettivi simili a cannoni, a fare il loro personale safari umano. Poche rupie intascate in cambio di uno scatto, per i pochi privilegiati che si trovano sui crocevia turistici, varranno si e no l’acquisto dell’alcool per dimenticare un passato che è scomparso e un futuro che non verrà.

GLI EROI DELLA GIUNGLA FRA ERMENEUTICA E NARRAZIONE

È inutile girarci attorno, l’uomo è sempre stato in qualche modo portato a raccontare e a raccontarsi, a narrare una storia, in particolare se si tratta della propria. Lungi dal fare della psicanalisi spicciola, è un processo automatico che porta l’individuo alla razionalizzazione delle proprie esperienze, al depositarsi delle stesse nella memoria, all’assorbimento di un trauma e alla comprensione e superamento delle sue paure. Va da sé che il narcisismo è comunque parte della nostra natura, per quanto fortunatamente emerga in misura differente da individuo a individuo.

Così come infatti Emanuele osserva che all’ultima ora, giornalisti, blogger e tuttologi diventano massimi esperti dell’insurrezionalismo rosso del Khandmal, io noterei che parallelamente nella gran massa degli avventurieri della domenica in tenuta kaki, nessuno si sia mai dichiarato ‘turista’. Chi dottore, chi antropologo, chi naturalista, chi filosofo, chi studioso, chi reporter, chi documentarista, tutti grandi amici dei popoli adivasi (indigeni), tutti mossi da un’etica superiore, tutti (siamo) andati nella giungla per un qualche motivo. E tutti sono tornati con la propria avventura da raccontare, con la propria verità da svelare, ognuno risvegliato a nuova consapevolezza, quasi si trattasse del viaggio iniziatico del mito e della fiaba medievale, in cui l’entrare nella giungla e l’uscirne vivi era come uccidere il drago, simbolo stesso del male. Poco importa per molti se è tutto fasullo, se è solo uno show degli ultimi indiani costretti nelle riserve a scimmiottare i gesti dei padri per qualche rupia. Poco importa se è veramente fragile – come l’esperienza dei nostri connazionali dimostra – la linea d’ombra che separa questa realtà fittizia, da una quotidianità ben più amara per la gente delle tribù, vissuta ai limiti della sopravvivenza, nella completa assenza di garanzie del rispetto dei basilari diritti umani.

Ho visto combinare veramente di tutto in questi anni dagli stranieri per riportare a casa la propria piccola fetta di celebrità, il proprio trofeo da esibire. A parte alcuni eclatanti casi, non mi sento però alla fine di biasimare nessuno. Del resto il fenomeno del turismo mordi e fuggi, comincia ormai ad omologarsi un po’ ovunque per effetto della globalizzazione: è solo una triste beffa su un contesto sociale le cui problematiche son ben più profonde e che nessuno vuole, o ha il tempo d’ascoltare.

A volerla dire tutta, ci sono stati dei precedenti, di cui in Italia si sa poco, che hanno forse innescato un certo nervosismo nell’ambiente. Poco tempo fa infatti nelle Andamane (gennaio 2012) si è parlato di un caso in cui i membri (soprattutto donne) di un gruppo tribale sarebbero stati costretti a ballare nudi di fronte alle telecamere di turisti, con la connivenza della stessa polizia indiana. Un caso analogo sembrerebbe essersi verificato in Orissa in zona Bondo, che in realtà non è nuova a certe morbosità a causa dell’antico uso di nudità pressoché integrale. L’episodio dei due nostri connazionali rapiti mentre fotografavano nudità – smentito o comunque ben lungi dall’essere ancora lontanamente confermato – si colloca in un contesto già ben delineato. Il fatto che fossero al di fuori delle rotte maggiormente battute, conferma che probabilmente fossero in cerca di una realtà più genuina. È pur tuttavia plausibile che in certi ambiti la semplice presenza di stranieri abbia cagionato del nervosismo.

Personalmente ho sempre cercato di predicare una certa coscienza e consapevolezza di un contesto in cui comunque esistono grandi tensioni. Rimane il fatto che la pratica del rapimento rimane un fatto gravissimo; pur esercitato come tecnica di riscatto di ostaggi e prigionieri politici, nella sua forma di coinvolgimento di stranieri o di persone estranee alla politica locale, non ha precedenti.

DUBBIA PATERNITÀ DEL RAPIMENTO?

Emanuele nel suo articolo faceva riferimento al fatto che la rivendicazione naxalita del rapimento dovesse essere verificata. Per quale motivo? Mero complottismo? Il tema è assolutamente interessante e merita un ulteriore approfondimento.

Viaggiando nelle giungle dell’Orissa in particolare, nelle aree tribali dei distretti centro-meridionali, è capitato più volte di percepire una decisa simpatia nei confronti dei Naxaliti, quasi fosse sintomatico dell’appoggio popolare che vi è effettivamente in queste zone. Di fatto si vuole che i guerriglieri, che qui appartengono al gruppo PLGA (People’s Liberation Guerrilla Army), siano in passato intervenuti a difesa dei deboli, dei diritti delle tribù e delle basse caste. Per quanto spietati siano stati i loro attacchi, quest’organizzazione sembra essersi promossa a tribunale speciale in una terra troppo spesso senza giustizia. Altresì le centrali di polizia della zona erano spesso miserrime: poco più di avamposti abbandonati nella giungla, dove incattiviti agenti prestavano servizio nella mancanza pressoché assoluta di mezzi, di corrente elettrica, di una radio, con armi obsolete riposte in rastrelliere decrepite. Grande impressione facevano al tempo gli attacchi orchestrati dai Naxaliti che spesso potevano avvalersi di armamenti propriamente da guerra, come armi automatiche e bombe a mano. Da sempre si è parlato dell’occulto finanziamento al movimento dalla Cina, attraverso il Nepal; comunque il fatto che ogni ribaltone d’oltre confine – mi sia concessa l’espressione – coincidesse con l’afflusso occulto di armi ed equipaggiamento donò enfasi alla teoria. È però abbastanza facile supporre che nella difficoltà di controllo di un territorio così vasto e difficile, qualsiasi disordine o atto di violenza scoppiato in zona tribale fosse in passato attribuito ai Naxaliti. Per molto tempo, in seguito a ogni minimo atto di rivalsa delle popolazioni locali, a ogni gesto di reazione per torti subiti – anche di singoli individui – puntualmente sui giornali improbabili rivendicazioni ridestavano l’occulta minaccia del terrorismo rosso. Queste affermazioni, prima o poi, inevitabilmente scemavano in seguito a tardive smentite.

Su tale premessa, un preliminare dubbio sulla questione dei nostri connazionali in Orissa avrebbe potuto essere plausibile, soprattutto perché in molti anni di guerriglia non si era mai registrato il caso di rapimento di stranieri. Non significa che ciò non possa essere; il punto è che non è il modus operandi naxalita, e che dunque se lo fosse diventato, ci troveremmo di fronte a un inasprimento del conflitto. Su questo punto è doveroso puntualizzare come i media indiani abbiano fatto passare il rapimento come uno screzio interno al movimento Maoista, inserito in un momento di tensione dovuta al cambio di leadership nei gruppi locali. Vera o presunta che possa essere questa interpretazione, nessun esponente del governo indiano sarebbe mai disposto ad ammettere il riacutizzarsi del conflitto.

Questa è effettivamente la chiave di volta della faccenda. Toni seriamente preoccupati sono giunti recentemente dal Ministro degli Interni Chidambaram, che in qualche modo ricalcò un vecchio discorso di Nehru, quando affermò di non volere che la gente tribale finisca per vivere in riserve, o che gli adivasi perdano la loro dignità trasformandosi in pagliacci per turisti. È paradossale notare – come scrisse Arundhaty Roy – che il benessere delle popolazioni tribali non è sembrato essere una priorità durante la carriera dello stesso Chidambaram, quando in qualità di avvocato aziendale, rappresentò gli interessi di alcune grandi compagnie minerarie. Questa potrebbe essere effettivamente la causa del suo turbamento. Da alcuni anni, infatti, i governi di Chhattisgarh, Jharkhand, Orissa e Bengala occidentale hanno firmato centinaia di protocolli d’intesa con le imprese – molti di questi segreti – del valore di diversi miliardi di dollari, per impianti siderurgici, fabbriche, acciaierie, centrali elettriche, raffinerie di alluminio e ancora dighe o miniere. Affinché tali memorandum d’intesa si traducano in un fiume di soldi veri, sembra che non vi sia altra opzione che il trasferimento degli adivasi.  In sintesi, i popoli indigeni devono essere spostati, in barba a cinquant’anni di leggi sulle ‘Reserve Forest’, l’impatto ambientale, la tutela delle minoranze tribali come identità culturale e, non ultima per importanza, la tutela di quest’ultime nel loro ambiente.

Vedanta docet. Immagino che molti lettori ricordino la battaglia dei Kondh contro la multinazionale delle acciaierie Vedanta, che sta distruggendo la sacra montagna della tribù: il Niyamgiri. Ebbene quello è un caso paradigmatico in realtà di mille battaglie, che si combattono soprattutto in questi stati, alcune delle quali ormai solo dai Naxaliti.

La posta in palio si è dunque alzata per tutti. Per questo motivo sembra possibile che le regole del gioco possano essere riscritte. Nel 2009, la massiccia e mal orchestrata ritorsione contro i guerriglieri, denominata Operation Green Hunt, non aveva di fatto lo scopo di risolvere il conflitto, di liberare questa o quella regione dai rivoltosi, ma fu semplicemente un goffo tentativo di riprendere il controllo di aree chiave del paese nel complessivo contesto dei protocolli d’intesa.

SALVA JUDUM: IL VERO LATO OSCURO

Siamo dunque giunti a documentare un conflitto che ha lentamente assunto i connotati di una guerra civile. Nella

I metodi del Salwa Judum

consapevolezza di ciò, in un contesto geopolitico che vede  crescere a dismisura l’influenza della Cina che preme lungo i confini indiani, in seguito ai rivolgimenti politici oltre il confine nepalese, il primo ministro Manmohan Singh esprimerà forte preoccupazione per l’insorgenza nel cosiddetto Red Corridor. Questa è una notizia che risale ancora al periodo delle elezioni del 2006, i cui cloni però rimbalzano ancor oggi in tutti giornali: più ancora del terrorismo islamico, la minaccia naxalita sarebbe stata per l’India “the single biggest challenge”. Nessuno sembra però chiedersi che ricadute effettive vi sono state in seguito ad una affermazione del genere. Le forze governative e di polizia che si trovavano a fronteggiare la ben radicata rete maoista delle zone tribali interne, era come in attesa di un segno positivo da parte del governo centrale. L’ammissione del Primo Ministro in qualche modo legittimò le speranze delle forze di polizia locali, che si accodarono al governo del Chhattisgarh nel richiedere l’intervento massiccio dell’esercito. Inaspettatamente però le alte sfere dell’Indian Army considerarono l’insorgenza naxalita come un problema di ordine pubblico locale e negarono l’appoggio diretto, adducendo a giustificazione l’intensificazione delle attività nella zona del Kashmir e nel Nordest. Sotto l’aspetto meramente legale, la questione è abbastanza più complessa, pertanto preferirei sorvolare, noterei però che nella storia contemporanea indiana sono numerosi i casi di tentennamenti in questioni complesse di ordine pubblico, in cui il giudizio di un tribunale locale è annullato dall’alta corte dello stato per poi subire una seconda abrogazione con intervento diretto di Delhi (si veda ad esempio la questione di Ayodhya).

Nel 2006 nacque quindi l’abominio del Salwa Judum, quasi come naturale risposta al contraddittorio lassismo del governo centrale sulla questione. Eufemisticamente nota in Chhattisgarh come ‘marcia della pace’, il progetto prevedeva la creazione di milizie paramilitari che a loro volta avrebbero organizzato un esercito di volontari reclutati fra le tribù, i quali sarebbero stati presto armati per andare a stanare i Naxaliti nella giungla (sconsiderata riproposta della ‘brillante’ strategia statunitense in Vietnam). Per quanto sia auspicabile un’inclinazione al pacifismo della semplice gente delle tribù, va da sé che il distribuire armi alla popolazione non sia in genere un’ottima trovata – concedetemi ancora l’espressione –, e possa comportare l’uso indiscriminato delle medesime. In sintesi, si registrarono violenze e attacchi in tutta la regione, battaglie senza quartiere in cui l’estraneità della gente comune era presa dagli uni e dagli altri come uno schierarsi con il nemico. Sono stati registrati episodi di stupro, l’incendio sistematico di villaggi, l’uccisione di innocenti, tutti casi destinati a reiterarsi in un vortice di violenza e follia che porterà le milizie paramilitari ad affiancare le forze di polizia nella Green Hunt. Qui, nonostante le distanze prese dall’esercito, convergeranno forze speciali di diversi territori indiani, sotto l’egida propagandistica di una politica chiamata WHAM (Winning Hearts and Minds – ‘Conquistare i Cuori e le Menti), ovvero il Chhattisgarh Armed Force (CAF), la Central Reserve Police Force (CRPF), il Border Security Force (BSF), l’Indo Tibetan Border Police (ITBP), la Central Industrial Security Force (CISF) il famigerato Naga Battalion (effettivamente parte dell’Indian Army) a cui si uniranno gli Special Police Officers (SPO), tribali del Salwa Judum organizzati in squadroni dagli altisonanti nomi quali Scorpioni, Cobra etc. Questi ultimi saranno poi noti col nome di Koya Commandos, perché alcuni quadri erano effettivamente formati da ragazzi provenienti dal gruppo Koya, ma non sarà questa una reale discriminante.

L’ondata di follia che incendierà molti dei territori tribali in parte controllati dai Naxaliti, evidentemente preoccupò più di qualcuno nelle alte sfere, tant’è che vi fu una commissione d’inchiesta preposta sul caso, per mettere fine agli scontri. In particolare si evidenzierà come non sia in nessun modo possibile risolvere un problema interno, pur nella deriva dell’insorgenza maoista, distribuendo indiscriminatamente armi alla popolazione. L’opinione pubblica più che essere colpita negativamente, subirà un autentico shock alla pubblicazione di numerose fotografie scattate a bambini arruolati nelle SPO con le armi in pugno.

APOCALYPSE NOW

Orrore, null’altro che orrore può suscitare l’immagine di bambini con le armi in pugno, strumentalizzati, vittime inconsapevoli della follia della guerra. Orrore fa la determinazione di chi ha reso possibile questo scempio, tramutando l’India – che pur ritriti cliché avevano comunque dipinto come il paese dell’ahimsa (nonviolenza) di gandhiana memoria – nel paese del massacro e dei soldati bambino, più vicina all’immaginario di tristi scenari centrafricani o dei vicini Sri Lanka e Burma. Toccato questo confine, oltrepassato questo limite, a mio avviso è possibile tutto; si perde ogni punto di riferimento, ogni discorso finora fatto sul modus operandi dei gruppi, sulle motivazioni delle parti e sulle possibili aspettative irrimediabilmente cade. “È l’orrore” come diceva il Kurtz di Conrad, magnificamente interpretato da Marlon Brando nella rivisitazione di Coppola del celebre film Apocalypse Now. Ed è veramente incredibile leggere che sia proprio la Corte Suprema dell’India, chiamata a decidere su questa congiuntura a rievocare, non a caso, l’Africa del Cuore di Tenebra. Riporto alcuni passi tratti dal documento (The Supreme Court of  India, Civil Original Jurisdiction (Civil) NO. 250 OF 2007, New Delhi 5 Jul. 2011):

“Questo caso rappresenta un grosso divario tra la promessa di un esercizio regolato del potere in una democrazia costituzionale e la realtà della situazione in Chhattisgarh, in cui la parte convenuta (leg.), ovvero lo Stato del Chhattisgarh, sostiene di aver l’autorizzazione costituzionale a perpetrare, a tempo indeterminato, un regime di grave violazione dei diritti umani adottando, fra l’altro, proprio le medesime modalità degli estremisti Maoisti/Naxalite. Lo Stato del Chhattisgarh si arroga inoltre l’autorità di poter armare, con fucili, migliaia di giovani  in gran parte analfabeti o appena alfabetizzati delle aree tribali, che sono nominati temporaneamente agenti di polizia , con poca o nessuna formazione e ancor minore chiarezza sulla catena di comando che dovrebbe esercitare il controllo, sulle attività di una tale forza, per andare in battaglia contro presunti estremisti maoisti”. …“Al solo sentire suddetta questione, non possiamo fare a meno di pensare alla novella “Heart of Darkness”, di Joseph Conrad, che percepì le tenebre a tre livelli: (1) l’oscurità della foresta, che rappresenta una lotta per la vita e il sublime, (2) l’oscurità dell’espansione coloniale nella sua corsa all’accumulo delle risorse e infine (3) l’oscurità, rappresentata dalla disumanità e dal male, a cui i singoli esseri umani sono capaci di scendere, quando una forza suprema e inspiegabile  è investita, razionalizzata da una prospettiva deformata sul mondo, che si definisce come pragmatica e inevitabile, in ogni singolo livello di comando”.

Sullo sfondo della tenebra ricca di risorse delle foreste tropicali africane, il brutale  commercio dell’avorio  ha cercato di diffondersi attraverso la politica espansionistica imperialista-capitalista dei poteri europei; Joseph Conrad descrive l’orrido, il macabro stato d’animo e le giustificazioni avanzate dagli uomini che si assicurano ed esercitano quella forza senza ragione, senza umanità e senza un minimo senso di equilibrio. Il colpevole principale della novella, Kurtz, esala l’ultimo respiro con le parole: ‘L’orrore! L’orrore!’.

Conrad dipinse questa effettiva situazione in Congo tra il 1890 e il 1910, basandosi sulla sua personale esperienza di vita laggiù, come ‘la più vile corsa per il bottino che abbia
mai sfigurato la storia della coscienza umana’.”

“Al solo sentire più e più volte della situazione in Chattisgarh, e sulla base delle giustificazioni con cui si è cercato di fare pressione su di noi da parte di coloro che compongono la parte convenuta, è cominciato a esser chiaro che i medesimi stavano immaginando modi di azione dello Stato, che costituiscono una seria minaccia ai valori costituzionali. Ciò può causare gravi danni agli interessi nazionali, particolarmente nel perseguimento dell’obiettivo di garantire la dignità umana, attraverso la fraternità tra i gruppi, l’unità e l’integrità nazionale. Data l’esperienza collettiva dell’umanità con il potere incontrollato, che diventa principio di se stesso, la sua pratica e la sua ragion d’essere, con conseguente eventuale disumanizzazione di tutti gli individui, la purga della terra sotto l’inestinguibile sete di risorse naturali da parte delle potenze imperialiste, gli orrori di due guerre mondiali, il costituzionalismo moderno postula  che a nessun possessore del potere dovrebbe essere consentito di rivendicare il diritto di perpetrare violenza di Stato contro chicchessia, tanto meno contro i propri cittadini […]

Attraverso il corso del presente procedimento, come l’immagine confusa di eventi e circostanze emersa in alcuni distretti del Chattisgarh, siamo costretti a giungere alla conclusione che la parte convenuta abbia cercato di portaci sulla rotta di azioni costituzionali per cui, alla fine di tutto, non avremmo potuto fare altro che esclamare, anche noi: ‘l’orrore, l’orrore’.”

CONCLUSIONE : I VERI COLPEVOLI

Secondo la Corte Suprema, nel suo verdetto contro lo stato del Chhatisgarh in particolare, il problema non starebbe dunque nelle genti e nelle tribù di Orissa, Chhattisgarh e Jharkhand, i cui diritti sono stati ampiamente riconosciuti esser stati violati tanto dai terroristi maoisti/Naxaliti quanto dallo stato e dalle sue squadracce raccogliticce. L’ampio riferimento alle passate politiche coloniali e  allo sfruttamento indiscriminato delle risorse, sarà confrontato nelle cinquanta e più pagine del verdetto  con l’attuale corsa allo sfruttamento del territorio da parte delle multinazionali. In altre parole il nocciolo del problema starebbe in una politica economica amorale che lo stato appoggia, e nelle tendenze rivoluzionarie che nell’arco del suo sviluppo inevitabilmente essa ingenera.

La sfrenata pulsione all’avidità partorita dalla moderna ideologia economica neoliberista, assieme alle false promesse di una crescita travolgente che innalzerà per tutti le soglie di consumo, sottende pericolosamente a uno scenario che non è tuttavia ancora sostenibile socialmente, politicamente e di fatto economicamente in vasti tratti dell’India, Orissa inclusa. Ma i sostenitori del paradigma di sviluppo neoliberista sembrano assillati dalla frenetica corsa al segno positivo nelle percentuali annuali del PIL. Lo sviluppo è inteso sempre e comunque come utilizzo delle risorse e incremento della produttività, che in India, come ormai negli altri paesi ‘sviluppati’ si traduce in un ulteriore bisogno di risorse aggiuntive nella realizzazione di nuove positività produttive e così via. Se tale sfruttamento non sarà messo a regime in tempi stretti, evidentemente si ritiene che il paese non sia in grado di competere su scala globale, ma nemmeno di avere la ricchezza necessaria per affrontare i problemi endemici di analfabetismo, miseria e arretratezza.

Nelle zone a statuto speciale lo stato è dunque solerte nel sovvenzionare il settore privato, accordando agevolazioni fiscali alle imprese, ma di contro adduce la mancanza di entrate come scusante per la mancata progettazione di un adeguato piano di welfare. Se il mercato indiano è aperto agli investimenti esteri e si agevolano gli imprenditori pronti a incanalarli, cos’è stato dato invece ai giovani delle tribù e delle campagne che chiedevano un futuro? Fucili e pistole – e non è un eufemismo – per sfogare gli uni contro gli altri la propria rabbia. Questa, si faccia attenzione, non è la nostra personale tesi, ma risulta palesemente essere, senza forzature di sorta, l’opinione della Corte Suprema dell’India. Staremo a vedere cosa cambierà, per il momento i fatti dell’Orissa non presagiscono nulla di buono. La liberazione di uno dei nostri connazionali – speriamo seguita quanto prima dalla liberazione anche del secondo – non cambia di fatto la sostanza delle cose.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.