Kabul. Nei giorni dei feroci attacchi terroristici afghani che hanno “rimesso in moto” tensione, ansia, paura in una terra che da troppo tempo non conosce la pace, Indika è lieta di ospitare la testimonianza diretta, sul campo, di Emanuele Giordana, giornalista che da tempo si occupa di Asia e di questioni afgane, cofondatore di Lettera 22, portavoce di “Afgana”, coalizione della società civile italiana per l’Afghanistan che, nel 2011, ha ricevuto il premio Terzani. Dall’aprile 2012 è direttore del nuovo mensile “Terra” di cui è stato condirettore della versione quotidiana sino alla fine del 2011.

La battaglia di Kabul – non se ne vedeva una uguale così spettacolarmente coordinata da settembre e, prima ancora, da marzo – è finita con un bilancio già scritto: tutti gli attentatori sono morti (qualcuno si è fatto saltare, gli altri sono stati uccisi durante il conflitto iniziato domenica dopo l’ora di pranzo e conclusosi all’alba di lunedi), una dozzina di poliziotti o agenti della Difesa sul terreno, decine di feriti negli ospedali (tra gente di passaggio e polizia) e quattro vittime civili, un numero basso rispetto ad altre azioni del passato (il totale dei morti – terroristi compresi – sale a oltre cinquanta se la conta si estende a tutto il Paese). Il risultato politico però non sembra premiare i guerriglieri, ma il governo e le forze di sicurezza afgane, che – senza l’aiuto della Nato – hanno risolto il problema.

Eravamo appena arrivati a Kabul, col collega Giuliano Battiston, dove siamo venuti per un progetto della rete “Afgana” (www.afgana.org) sulla società civile afgana, che la lunga quiete che avvolgeva la capitale da mesi si è dissipata d’un fiato, mentre pranzavamo con amici afgani nella zona del bazar. All’una e quaranta circa, ora di Kabul (2 ore e mezzo avanti rispetto all’Italia) sentiamo la prima raffica, rumori che ancora però si confondono col traffico della città. Poi, alle raffiche di kalashnikov si alternano scoppi che sembrano granate o i micidiali Rpg: esplosioni che si susseguono mentre i colpi aumentano di intensità. Ci mettiamo poco a capire che non è un singolo attacco kamikaze. Nel giro di un’ora l’intero centro viene bloccato dalla polizia: i clacson impazziscono e si assiste a un concitato esodo di automobili verso la periferia. Le raffiche si mescolano alle sirene dei pick up verdi scoperti della polizia che trasportano gli agenti verso i luoghi degli attacchi, almeno tre, a circa un paio di chilometri da dove ci troviamo. Dopo un paio d’ore fanno il loro ingresso in scena anche gli “occidentali” di Isaf/Nato ma, si dice qui, si limitano a guardare. Quando scende il tramonto si smette di sparare, ma poi, alle 3 di notte, parte l’ultimo risolutivo attacco. Con gli elicotteri che spazzano letteralmente gli edifici (due) dove i “martiri” si sono asserragliati.

Il giorno dopo, poco prima di mezzogiorno, andiamo in uno dei luoghi della battaglia. Il sole è già alto e la via ancora transennata. L’edificio in costruzione si trova poco dopo l’incrocio che separa Wazir Akbar Khan dal quartiere di Sharenaw, dove si trova l’ospedale di Emergency. Il corpo dello shahīd, il “martire” predestinato, uno dei quattro che ha tenuto in scacco Kabul in quest’area centrale della città per quasi un intero giorno, è riverso in un gabbiotto della polizia situato proprio sotto la casa da cui teneva sotto tiro il quartiere delle ambasciate, la “zona verde” della capitale. Ha il corpo crivellato di colpi e il volto insanguinato che è già pieno di mosche, nonostante non sia ancora stagione. E’ vestito di nero, ha il corpo minuto e la barba corvina. Le sue membra sono rattrappite nello spasimo mortale che ha segnato la sua breve esistenza. Avrà forse 20-25 anni.

La tecnica ormai consolidata di usare le case in costruzione come nascondiglio per armi pesanti è ormai moneta corrente in questo tipo di azioni (che hanno fatto pensare agli specialisti in materia, la cosiddetta Rete Haqqani, la fazione più radicale dei talebani). Ha funzionato, soprattutto, per via dei “guerriglieri martiri”, ma risulta perdente sul piano politico. La gente, almeno a Kabul, sembra davvero non poterne più: li chiama “bastardi”. Karzai sfrutta questo sentimento e loda i soldati e la voglia di eroismo di una popolazione esasperata.
Chi è stato? Difficile dirlo. Gli analisti si dividono tra chi dà la colpa alla rete Haqqani e chi dice invece che i talebani, anche se disomogenei, restano un corpo unico. Ma c’è anche chi dice che questa è l’azione di chi, nel movimento, è contrario e negoziare e vuole tenere alto il livello dello scontro. Ora, a Kabul, si aspetta solo di capire quando colpiranno ancora.

Emanuele Giordana, cofondatore di Lettera22 di cui è stato a lungo direttore, ha passato lunghi periodi in Asia e America Latina e scritto diversi saggi sull’ Asia all’interno di riviste specializzate e testi universitari. Ha lavorato per diverse agenzie dell’Onu, Organizzazioni non governative internazionali e italiane e per il ministero degli Esteri, per cui ha curato l’edizione di diverse pubblicazioni. Ha collaborato con AspenOnline, Limes, Nomos & Khaos e altre riviste specializzate.
E’ uno dei conduttori di “Radiotremondo” a Radio3Rai. Nel 2010 è stato direttore dell’Agenzia “Ntnn” e da diversi anni è direttore responsabile dell’agenzia multimediale “Amisnet”. E’ stato direttore di “Ecoradio” sino a giugno 2011. Collabora con Rainews24. Dall’aprile 2012 è direttore del nuovo mensile “Terra” di cui è stato condirettore della versione quotidiana sino alla fine del 2011. Con Lisa Clark è uno dei due portavoce di “Afgana”, coalizione della società civile italiana per l’Afghanistan che, nel 2011, ha ricevuto il premio Terzani.

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