Di Davide Torri, University of Chester

Foro Reuters del 23 maggio 2012 da Kathmandu: Manifestazione per l'Armonia Sociale indetta dalla Camera dell'Industria e del Commercio.

Una settimana di confusione, scontri, attacchi contro la stampa e colpi bassi in parlamento ha caratterizzato gli ultimi giorni nella capitale del Nepal. Proprio quando tutto sembrava pronto per la promulgazione della nuova Costituzione, prevista per il 27 maggio, la situazione e’ parsa sul punto di precipitare di nuovo.
Ad innescare l’ennesima crisi e’ stata la protesta, per molti versi legittima, di diverse organizzazioni che ritengono di dover avere piu’ voce in capitolo prima che la Costituzione trovi la sua forma definitiva, tra le quali la NEFIN (Nepal Federation of Indigenous Nationalities), una associazione che raccoglie sotto la sua bandiera multicolore circa una sessantina di organizzazioni di comunita’ adivasi e che e’ diventata, in questi anni, una vera e propria forza politica extra-parlamentare. La materia dello scontro frontale con l’attuale governo nepalese, a guida maoista, e’ stata la spinosa questione del federalismo. Il Nuovo Nepal (Naya Nepal) emerso dalla decennale guerra civile ha rischiato piu’ volte, in questi anni, di veder naufragare il processo di pace e la conseguente stesura della nuova costituzione ad opera della Assemblea Costituente incaricata di redigerla, sugli scogli affilati di diverse problematiche questioni. La dimestichezza con la pratiche della guerra civile ha, piu’ e piu’ volte, provocato rigurgiti di violenza che rispecchiavano l’andamento delle lotte in parlamento, quasi un sintomo dell’educazione politica ricevuta da una intera generazione per la quale, per anni,  l’appello, ed il ricorso, alla battaglia di strada ha costituito il modus operandi per antonomasia.
Durante la guerra civile i maoisti avevano piu’ volte fatto appello, e finanche promosso nelle ‘zone liberate’, la creazione di governi popolari semi-indipendenti. Nei loro programmi avevano incluso piu’ e piu’ volte anche il richiamo al federalismo e all’autogestione, basato su una ripartizione geografica che tenesse conto del variegato panorama demografico del Nepal. Forse fu un errore basato sul fatto che le basi della guerriglia, dislocate strategicamente nelle aree piu’ remote ed isolate del paese, fossero abitate di volta in volta prevalentemente da questo o quel gruppo adivasi. Il progressivo avvicinamento al centro, partendo dalla periferia, deve aver mostrato cio’ che avrebbe dovuto esser chiaro fin dal principio: dalle montagne e dalle foreste alle zone rurali, ed infine da queste alle citta’, si fa sempre piu’ complicato il mosaico e sempre piu’ incerta la demarcazione tra un gruppo e l’altro. Per contro, voler implementare in un paese caratterizzata da tanta varieta’ culturale, religiosa e linguistica un sistema federale secondo criteri etnici aumenta invece il rischio della balcanizzazione.
Tutto cio’ era apparso chiaramente fin dai mesi successivi alla fine della guerra civile, nel 2006. Il sud del paese, il Terai, era stato scosso da ondate di violenza continue. Da sempre in posizione subalterna rispetto alle politiche del paese decise a Kathmandu, gli abitanti delle regioni meridionali, raccolti nel Madhesi Janadhikari Forum (MJF) avevano intrapreso la linea della protesta di massa per ottenere maggiori autonomie. Diverse fazioni estremistiche avevano dato vita a una galassia di sigle eversive sfuggenti quanto letali e ad una nuova stagione di violenza politica armata, con finalita’ che andavano dalla secessione fino a posizioni pro-hindu e pro-monarchiche (molto spesso le due ultime posizioni coincidevano, in quanto il re del Nepal era considerato il custode del dharma, incarnazione di Vishnu ed ultimo sovrano hindu del sub-continente indiano). Cooptato il MJF al processo di pace, gran parte dell’emergenza parve rientrare e i “gruppuscoli” armati via via indeboliti (anche se tuttora si registra un certo livello, mai sopito, di attivita’ terroristiche), ma la questione del federalismo rimase un punto centrale del dibattito politico.
Sulla carta il Nepal risulta gia’ una Repubblica Democratica Federale, come stabilito durante la prima sessione dell’Assemblea Costituente che appose la parola fine alla storia della monarchia nepalese, il 20 maggio 2008. Sebbene i tre maggiori partiti (Maoisti, UML e Nepali Congress) si siano trovati d’accordo sulla questione, le modalita’ della sua applicazione si sono rivelate un problema ben piu’ complicato del previsto. A causa di questa e di altre questioni di difficile soluzione, quale ad esempio quella dell’inclusione di parte dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA) nell’esercito regolare del Nepal, la stesura della Costituzione e’ andata molto piu’ a rilento del previsto, e ad essa si sono sommate le lotte intestine tra i tre principali partiti, in seguito alle quali diversi governi si sono avvicendati, lasciando anche, per diversi mesi, un vuoto di potere in un pericoloso momento di transizione.
Ultimamente, tuttavia, con la formazione del governo sotto la guida di B. Bhattarai (che include anche gli altri due partiti maggiori) , gli ostacoli erano parsi superabili e la Costituzione quasi pronta per essere finalmente promulgata, dopo innumerevoli scadenze non rispettate, rinvii e delusioni.
Qualcosa, pero’, all’ultimo momento e’ andato storto. Il progetto federalista preparato dai tre partiti maggiori e’ stato contestato come poco chiaro dall’Indigenous Nationalities Joint Struggle Committee e dal Broader Madhesi Front (BMF), comitati di mobilitazione rispettivamente delle organizzazioni indigene e delle organizzazioni del Terai. L’autonomia, chiedono, deve essere esplicitamente fondata su criteri etnici, ed il sistema di voto deve essere quello proporzionale.
Il 20 maggio 2012, varie associazioni tra cui la NEFIN, organizzazioni locali, e vari gruppi di mobilitazione sono scesi per le strade proclamando tre giorni di sciopero. L’intero paese e’ rimasto paralizzato, la capitale completamente bloccata, e si sono registrati diversi episodi di vandalismo, di scontri e di tafferugli tra gruppi politici con interessi contrapposti, attivisti, e polizia. In diverse occasioni esponenti della stampa sono stati aggrediti. Il premier Bhattarai ha diramato un comunicato di ‘massima allerta’ alle forze dell’ordine, sostenendo che le proteste potevano avere lo scopo occulto di far precipitare il paese nella violenza comunalista in modo da far saltare la conclusione del progetto costituente. Per contro, varie associazioni hanno denunciato l’opera di infiltrati e provocatori tra le loro fila allo scopo di far degenerare le proteste.
Tale situazione si e’ protratta per i tre giorni previsti. Dopo varie consultazioni con le forze politiche e con le organizzazioni dei dimostranti, il premier Bhattarai ha fatto un passo indietro ed ha sostenuto la necessita’ di approfondire il dialogo e la discussione sul federalismo e che pertanto si doveva rimandare la promulgazione della Costituzione.  Una estensione di tre mesi di tempo e’ attualmente in discussione al parlamento di Kathmandu.
Parallelamente, il Nepali Congress e l’UML hanno colto questa occasione per denunciare l’inaffidabilita’ del presente governo ed hanno chiesto al premier di rassegnare le dimissioni. Al momento la leadership maoista e’ compatta nel respingere la richiesta e nel sostenere che il governo rimarra’ in carica fino alla stesura finale della Costituzione, cosa per la quale il Partito Maoista (UCPN-M) avrebbe ricevuto mandato dal popolo con le elezioni del 2008, le prime elezioni del Nepal dopo la fine della guerra civile.
Prendendo atto della decisione del primo ministro, il Congress ha annunciato l’uscita dal governo. Un inquietante segnale di imminente battaglia politica.

 

2 Responses to "A Kathmandu si aspetta ancora."

  1. Davide Torri  18 giugno 2012

    Aggiornamento 2 – Un duro colpo per il premier Bhattarai, e per il UCPN-M (Partito Comunista Nepalese Unificato – Maoista) di Prachanda: dopo una serie di febbrili e concitate sedute durante un congresso separato in cui i delegati dell´ala dura del movimento si sono confrontati per tre giorni, Mohan Baidya ha ufficialmente fondato un nuovo partito di ispirazione maoista. Si spacca cosi la formazione storica che aveva guidato la rivolta maoista in Nepal e vinto le elezioni nel 2008, due anni dopo la fine della guerra civile. Baidya, fino ad oggi vice´presidente dell´UCPN-M ha accusato Prachanda e Bhattarai di eccessivo riformismo e di ´deviazionismo di destra´.

  2. Davide Torri  28 maggio 2012

    Aggiornamento: dopo una giornata piuttosto convulsa di consultazioni tra i partiti e manifestazioni per le strade, il governo ha dovuto gettare la spugna e rinunciare a promulgare la Costituzione entro il termine prestabilito. Il premier maoista, Bhattarai, ha annunciato che il suo partito continuera’ comunque a governare ad interim fino alle nuove elezioni, indette per novembre. La decisione, avversata dagli altri partiti che richiedono invece dimissioni immediate e la formazione di un nuovo governo, ha causato un innalzamento del livello della tensione nei diversi cortei che attraversavano la citta’. Si sono registrati sporadici scontri fino a tarda sera in varie zone della capitale. Due le principali manifestazioni: da un lato, gli anti-federalisti (in gran parte membri delle caste alte hindu) e i pro-federalisti (in gran parte membri delle comunita’ janajati adivasi raccolte nella NEFIN). La NEFIN, che aveva dato il via alle proteste una settimana fa chiedendo piu’ esplicite misure in senso federalista, e’ stata presa in contropiede: lo scopo delle proteste, ha dichiarato un suo portavoce, non era certo quello di far fallire l’Assemblea Costituente, ma semplicemente quello di assicurare diritti e conquiste di questi ultimi anni. Di fatto, tuttavia, la questione federalista ha fatto franare il terreno sotto i piedi all’Assemblea, a pochi giorni dalla conclusione dei lavori. Si annuncia battaglia anche all’interno del partito maoista (UCPN): l’ala piu’ intransigente del partito, guidata da Mohan Baidya, ha chiesto infatti le dimissioni di P.K. Dahal ‘Prachanda’, storico leader del movimento, e di Bhattarai, attuale primo ministro, in quanto la loro linea si sarebbe dimostrata fallimentare.

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